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Al bar aspettando qualche buona storia

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Per lo più i bar sono posti buoni per trovare storie. Anche Giorgione la pensa così e quando stacca viene al bar con me. È uno dei pochi che accetta di bere alle cinque.

Per lo più i bar sono posti buoni per trovare storie. Anche Giorgione la pensa così e quando stacca viene al bar con me. È uno dei pochi che accetta di bere alle cinque. Ma sa bene che l’idea non è quella di bere, ma di trovare qualche buona storia. Se fossimo nati vicino al mare saremmo andati al porto a sentire i racconti di qualche marinaio o di qualche malmesso pescatore. Ma siamo nati a Roma e qui i porti sono i bar.
Da Peppino i tavolini fuori erano tutti occupati così abbiamo dovuto aspettare un po’. Ci siamo messi nel retrobottega a giocare con i videopoker. C’era un polacco dallo sguardo vispo e dalle mani ridotte un mozzicone che continuava a mettere dentro pezzi da dieci come se fosse una cosa importante e ogni volta che vinceva si faceva un bagno d’aria col bocchettone del condizionatore.
Dietro di lui stava una donna sfatta che bestemmiava e aveva in mano una manciata di monete.
Poi Giorgione fece segno che un tavolo all’entrata si era liberato. Era un tavolo all’ombra che dovevamo dividere con un paio di persone. Peppino ci fece assaggiare un birra fatta a Udine.
– Si chiama Castello e secondo me è meglio della Peroni.
Io e Giorgione iniziammo tutto un cerimoniale per fargli credere che ci capivamo qualcosa e lui rimase contento. La birra era veramente meglio della Peroni e così fredda ti raffreddava i pensieri. Anche quelli che possono soffocarti.
Una delle persone lì al tavolo iniziò a fissare la bottiglietta. Poi con due grosse mani raschiò via l’etichetta Castello dalla birra. Era un omone con uno stomaco andato e due braccia gonfie e cosparse di melanomi.
– Queste birre qui fanno schifo. Su a Varsavia mi chiedono di portargli la Peroni… e noi qui beviamo la Castello.
– Lei è di Varsavia? – Gli fa Giorgione e gli allunga una sigaretta, perché Giorgione è gentile e offre sempre qualcosa.
– Ma che… non lo senti come parlo. Sono di Roma… lavoro su da vent’anni e faccio l’operaio.
– E le chiedono di portare su la Peroni?
– Da loro costa sui cinque euro. Giuro. Però c’hanno certe birre alla spina scure. Mamma mia faranno sette gradi di media e hanno i bicchieri che sono da mezzo litro. Perché non sono come noi che andiamo a vino, loro vanno a birra. Vedi in campagna queste distese di luppolo… come da noi di vite.
La storia della birra andò avanti un altro paio di minuti. L’uomo dallo stomaco rigonfio teneva banco e non lasciava parlare nessun altro. Ma Giorgione non aveva voglia di starlo a sentire così andammo fino all’angolo a prendere le sigarette.
– Mi è arrivata ieri dalla banca. Sono sotto di cinquanta euro.
– Va be’ dai, siamo quasi a fine mese.
– Il problema non sono i soldi, o come sbarcare il lunario pulendo piscine, ma che mi hanno chiesto venti euro perché ero sotto di sette euro… capisci che roba?
– Eri sotto di sette e ti hanno tolto venti euro?
– Già… mi hanno fatto una cravatta. Queste banche del cazzo.
Giorgione continuava a ripetere la frase come provando piacere e dopo poco si calmò e tornammo al bar col giornale e le sigarette. Il tizio teneva ancora banco. Noi ordinammo altre due birre e Peppino ce le portò su un bel vassoio in cui stava il Vesuvio e tutto il golfo di Napoli.
– Lo vedi… si vede subito che sei un immigrato. Certe cose le fanno solo gli immigrati. Io su a Varsavia c’ho casa piena dei poster della Roma di quando ero ragazzino. Giuro. C’ho una foto di Falcao in salotto… diglielo amore.
Dal bar uscì una signora sui cinquanta, mezza sdentata e completamente ubriaca. Era la donna che giocava al poker con le monetine. Ce l’aveva con la moglie di Peppino che non voleva fargli credito.
– Sta puttana… mi ha dato dell’ignorante… guarda che io sono “ingegneri” su a Varsavia. Posso insegnare a tutte queste stronze con la puzza sotto il naso di questi palazzi.
– Amore sta’ buona che non stiamo a Orbetello… ci pensa Peppino ora a portarti da bere.
La donna continuò a ripetere che lei era un “ingegneri” su a Varsavia e che non aveva paura di niente. “Sono ingegneri che cazzo,” diceva. Poi disse al marito che voleva fargli un pompino. Ma l’uomo non pareva ascoltarla e quando Peppino tornò con le birre riprese la storia degli immigrati.
– Prima di andare a dormire mi faccio sempre un goccetto di Branca. Mi ricorda casa… lassù con quel freddo. Loro si riscaldano con birra calda e miele. Giuro. Io devo farmi un goccetto di Fernet per riprendermi. E tu Peppino con quel vassoio… sei un emigrato e puoi dire solo cose da emigrato.
– Io sono uno che si parla addosso.- Disse Peppino con lo sguardo di uno che ha detto qualcosa che gli è costato dire.
– Appunto. Gli emigrati si parlano addosso.
– Amore quando cazzo mi compri gli orecchini con le perle… voglio le perle cazzo.- La donna iniziò ad accarezzarlo sullo stomaco e dalla scollatura gli si vedevano i capezzoli. L’uomo mandò giù un sorso di birra e le disse:
– Non ho una lira…
– Tirchio del cazzo… io so ingegneri. Potevo avere grande lavoro e ho mollato tutto per te stronzo italiano. Figlio di mignotta. Appena torniamo su io ti mollo…
La storia andò avanti un altro po’, ma noi non avevamo più voglia di stare lì. Giorgione poi era giù e non sapeva come dire alla moglie tutta questa storia dei soldi in banca. Io gli consigliai di tornare a nascondere i soldi sotto al mattone.
Salutammo tutti al bar e pagammo alla moglie di Peppino. Volevo sentirmi superiore a tutto quello che avevo visto così decisi di pagare il conto anche a Giorgione. Ma non fu una grande idea.
Mentre andavamo via ridemmo della donna polacca e del muratore con le braccia piene di melanomi.
– Però secondo me gli emigrati non si parlano addosso.- Fece Giorgione con la faccia che gli penzolava dal collo. Fui d’accordo con lui. Ci accorgemmo anche che eravamo sbronzi, ma non fu una brutta scoperta. Qualcuno di noi ci guadagnava a stare in quello stato. Forse tutti e due.

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