Lezione di scrittura creativa: il personaggio

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Fregene, ore dieci, scuola media Albertini. L’istituto apre le porte e mette in mostra i progetti e le attività che sono state svolte durante l’anno: modellistica, ceramica, rifiuti e riciclaggio, pittura, poesia, gare sportive.

Fregene, ore dieci, scuola media Albertini. L’istituto apre le porte e mette in mostra i progetti e le attività che sono state svolte durante l’anno: modellistica, ceramica, rifiuti e riciclaggio, pittura, poesia, gare sportive. Ma non solo. Oggi, qui nell’auditorium, è stata invitata una scrittrice. Come mai? Giusto per raccontare in che modo, nella testa di uno scrittore, all’improvviso nasce un personaggio. Bella impresa, direte. Sì, impresa bellissima, anche perché i ragazzi sono tanti, proprio tanti… e non tutti interessati alla scrittura naturalmente: credo le ricordiate anche voi le volte in cui un prof vi ha trascinato nell’aula magna della vostra scuola e vi ha imposto il silenzio – pena la sospensione – solo perché un qualunque esperto di una qualunque materia “didattica” si mettesse a snocciolare per ore – con la voce stridula, l’occhialetto in punta di naso, il foglio a due millimetri dalla faccia – valanghe di parole incomprensibili, di una noia, Dio santo, una noia…
Dunque. Auditorium, prove di microfono. Per la scrittrice gli organizzatori hanno preparato un tavolino sul palco, dove naturalmente poggerà i suoi fogli che leggerà con voce stridula ponendoli a due millimetri dalla faccia: l’occhialino in punta di naso, la schiena curva, un vestito stile “tu’ nonna” e la pretesa di rivelare chissà quale verità. Uffa.
Ma c’è un cambiamento di programma: la scrittrice non vuole il tavolino, la postazione, chiede di tenere il microfono in mano per potersi muovere liberamente tra gli spettatori. Oddio! E adesso?
Adesso succede che si studiano: la scrittrice e i ragazzi. Lei fiuta l’aria (e la sente molto incandescente) loro la guardano di sguincio nascondendo lo sbadiglio dietro la finta risata. Lei fa un rapido calcolo mentale: tutte le pagine che ha letto, sottolineato, schematizzato, sintetizzato sono aria fritta: qui si gioca sull’improvvisazione, ragazzi, e vediamo chi sopravvive.
“Sapete dov’è comparso per la prima volta Harry Potter?” esordisce.
Silenzio. Sgambetto: non se l’aspettavano.
Momenti di incertezza, poi, lei: “Sul treno, nel tragitto da Manchester alla stazione di King’s Cross a Londra. Nella mente della sua autrice era un piccolo orfano alla ricerca di una identità e allievo di una scuola di maghi”.
Ancora silenzio. Ma gli occhi di tutti la seguono curiosi: dov’è che questa vuole andare a parare? Eh, questa vuole andare a parare molto lontano. Ma l’aggancio è stato quello giusto e adesso procede. Racconta che la Rowling “vide” Harry mentre viaggiava e lo vide così, con gli occhiali tondi e la cicatrice a forma di saetta sulla fronte (questo potrebbe anche non essere vero, ma per adesso non importa) e subito cominciò a immaginare la sua storia e quella dei sette anni che Harry avrebbe trascorso a Howgarts, nella scuola di magia.
“Ma perché Harry Potter vi sta così simpatico?” chiede.
“Perché fa le magie” è la risposta ovvia.
“E perché vi piacciono le magie?”.
Si muovono sulla sedia come se sotto avessero spilli. Risponde lei:
“Perché con la magia si può cambiare la realtà, no? A chi non piacerebbe far spuntare la coda di maiale al cugino più antipatico del mondo, a chi non piacerebbe volare su un manico di scopa, avere una bacchetta magica, possedere un mantello dell’invisibilità?”.
Si leva un mormorio. Anche da parte di quelli – i più tosti – che pensano di essere ormai troppo grandi per farsi infinocchiare da Harry Potter.
A questo punto la scrittrice – se facesse una lezione teorica, di quelle “noiose” – potrebbe dire che uno dei requisiti indispensabili perché un personaggio risulti credibile è il verificarsi del processo di identificazione tra lettore e personaggio: nel caso in specie, tutti vorremmo essere Harry Potter perché tutti vorremmo avere la bacchetta magica. Però non lo dice – giusto per non essere scambiata con la tipa occhialetto/voce stridula – e si limita a incalzare con un’altra domanda:
“E, secondo voi, perché ci arrabbiamo tanto con Malfoy?”.
“Ma perché è un suo nemico” rispondono in coro “perché è insopportabile”.
La scrittrice gongola: perché un personaggio sia credibile è indispensabile, pure, che abbia uno scopo da raggiungere e un antagonista che glielo impedisca.
Bene. E poi? Il linguaggio. Che, teoricamente, deve essere verosimile e perfettamente in tono col carattere del personaggio.
“Che cosa si studia a Howgarts?”.
“Magia e Stregoneria”.
“E’ plausibile che Harry parli di bignè al gorgonzola e di cioccolatini al taleggio?”.
Si confondono un momento. Lei continua: “O non è piuttosto – per esempio – Geronimo Stilton a parlare di taleggio e gorgonzola?”.
Eh sì, è Gerolamo che parla di formaggi, e Harry di magia.
E allora? Allora diventa naturale che ognuno si esprima coerentemente ai propri interessi e al proprio ambito di appartenenza. Ma non solo. Ognuno usa un linguaggio conforme al proprio essere. Un esempio: Hermione – che è una secchiona – parla come tutte le secchione e dunque il suo dire è diverso da quello di Ron (che invece della scuola mica gliene frega troppo!); e ancora: è naturale che Malfoy usi sempre parole velenosette e provocatorie nei confronti di Harry e che Albus Silente – il buono, saggio Silente – sappia sempre cosa “luminosamente” dire.
Dunque, ricapitolando (adesso sì che se lo può permettere): come nasce un personaggio?
“A volte per espressa volontà del suo autore” dice, e cita Simenon, che sfogliava l’elenco del telefono, sceglieva dei nomi che gli stavano simpatici, a questi accoppiava dei cognomi che gli suscitavano un qualche interesse, poi scriveva la scheda biografica di ciascun personaggio quindi imbrogliava le carte e vedeva le relazioni – e reazioni – che si formavano tra gli stessi.
“Oppure” continua “dal caso. Come Harry Potter, appunto, o Stèfana”
E chi sarebbe ‘sta Stèfana? L’autrice accenna appena al fatto che si tratta della protagonista di un suo libro dal titolo “Cenere”.
I ragazzi la seguono.
“E’ venuto prima il suo nome “Stèfana” e subito dopo la sua figura, quella di una donna grassa, bassa, zoppa, sporca e cattiva”.
Silenzio.
“E’ nata da un atto di rabbia. Avevo letto un libro nel quale alcuni nobili mandavano a morire una donna, Caterina, accusandola ingiustamente di essere strega; così per vendicarla, ho pensato di far patire a uno di quei nobili lo stesso tormento”.
Vendetta eh?
Eh sì, vendetta.
Funziona come motore per far camminare una storia?
Pare di sì.
“Perché così cattiva?” domandano.
“Per poterla mandare tranquillamente sul rogo senza troppi scrupoli di coscienza… invece…”.
“Invece?” chiede un ragazzino con gli occhi chiari e l’aria spavalda.
“Invece, scrivi e scrivi… mi sono affezionata a lei”.
Brusio d’incredulità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Com’è possibile che ci si affezioni a un essere di carta e d’inchiostro? Che si possano provare dei sentimenti per lui? che questo lui, una volta poggiato sulla pagina, cominci a muoversi per conto suo, a seguire una sua strada, a imporsi a colui che l’ha creato costringendolo a seguirlo, a non imporre la sua volontà?
E’ possibile, sì; succede quando un personaggio comincia a vivere di vita propria. E’ allora che l’autore deve compiere un atto di umiltà: lasciare perdere le sue idee, la struttura che aveva pensato di dare alla storia, le esigenze di trama e di logica e lasciare che sia il personaggio a tracciare la strada, a indicare volta per volta le soluzioni più giuste. Così racconta di Stèfana, del modo in cui, lentamente, è cambiata, del fatto che tutti noi siamo un impasto di male e bene e il male, certe volte, prevale perché si fonda su un’infanzia di infelicità.
La scrittrice parla e nessuno la interrompe, dice di quel gioco meraviglioso che è la scrittura quando permette a un essere di fantasia di acquistare carne e sangue e vivere davvero. E giusto per non mantenersi sul teorico e, non annoiare, ecco che cambia nuovamente storia, racconta un fatto ancora più strano: quello del fantasma di Ceri.
Qualcuno di loro è stato a Ceri?
Alcuni alzano la mano.
Hanno sentito del fantasma? No?
Ed ecco che comincia a narrare di Ludovic De Beltrame, scrivano del signore di Ceri, accoltellato nel grottino dal suo padrone solo perché… e qui s’interrompe, giusto per vagliare il livello di attenzione.
“Perché?” domandano curiosissimi.
“Perché il padrone aveva messa incinta sua sorella e Ludovic voleva che il bambino venisse riconosciuto”.
“E sapete chi è che ha raccontato questa storia?”.
“E’ una leggenda” dice qualcuno.
“Ci sono dei documenti” rispondono altri.
La scrittrice fa “no no” col dito: “E’ stata una medium, che dopo aver visto la foto di Ludovic…”.
“La foto?” sono esterrefatti.
Certo, esiste una foto, scattata giù nel grottino da due turisti veneti: sono raffigurate due persone riprese di spalle e accanto a una di esse c’è una figura sbiadita ma riconoscibilissima, con la barba, i baffi, i capelli lunghi, una camicia bianca aperta sul petto.
Nell’auditorium neanche un fiato, i ragazzi sono inchiodati alle sedie.
“La foto è stata analizzata e non risulta alcuna alterazione o manomissione del negativo. E cosa ci può essere di più suggestivo, per uno scrittore, di un personaggio così?”.
Si guardano ridendo. Anche lei ride:
“Secondo voi, cosa fa uno scrittore quando si trova per le mani un personaggio bello come questo di Ludovic?”.
Silenzio.
“Ma ci scrive una storia! E nella storia può anche capitare che una donna scenda nel grottino e, dopo un primo impatto terrorizzante, chissà… le può succedere di tutto, anche d’innamorarsi del fantasma, e scatenare così la rabbia del marito gelosissimo e…”.
E qui s’interrompe definitivamente. Perché il racconto “Voce d’ombra” che ha per protagonista il fantasma di Ceri (di cui qui “In Trasparenza” si è data notizia) forse è meglio leggerlo direttamente sulla pagina scritta, anche solo per verificare che l’autrice sia stata capace di rispettare le regole che ha enunciato in questa lezione/non lezione via via che i ragazzi ascoltavano la storia di Harry Potter, o di Stèfana Maria Giuseppa degli Alibrandi, signora di Monfalco e contessa de’ Vespertitii, protagonista di “Cenere”.

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