Giulio Mozzi

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Giulio Mozzi è uno scrittore semplice che parla solo di quello che conosce e non esagera mai. Ha scritto dei libri di racconti che dovrebbero essere in tutte le biblioteche...

Giulio Mozzi è uno scrittore semplice che parla solo di quello che conosce e non esagera mai. Ha scritto dei libri di racconti che dovrebbero essere in tutte le biblioteche di chi si dichiara amante della buona letteratura, dopo la bellissima lectio magistralis tenuta sabato 16 giugno 2007 alla Scuola Omero, nonostante l’evidente stanchezza ed il caldo, Giulio si è trattenuto per l’intervista che leggerete qui sotto. Dalle sue risposte emerge un personaggio gentile ed un amante vero della parola. Buona lettura.

Giulio, cosa pensi della “scrittura creativa”, visto che tu te ne occupi anche dal punto di vista “didattico”?
“Scrittura Creativa” è un sintagma che odio, un calco dell’inglesismo “Creative Writing”, io preferirei, se proprio è necessario, parlare di “Retorica”. Se ci pensi lo scrittore pratica la retorica, scrittura creativa può racchiudere mille significati e spiegarne con chiarezza nessuno. Decisamente nel mio caso preferisco parlare di retorica.

Oggi hai parlato di Propp, Paul Valery e Piaget, che non sono proprio dei riferimenti facilissimi per il lettore medio. Sembra quasi tu auspichi una scienza del racconto, è così?
Sì, è difficile sostenere la non esistenza di una scientificità alla base del racconto. Lo scrivere per raccontare è un’attività che racchiude un forte contenuto tecnico. Se si volesse fare un parallelo si potrebbe con il musicista che scrive uno spartito: il tipo di creazione è similare a quello di uno scrittore. Non credo nello scrittore che “compone” per intervento divino o per intercessione di una musa.

Quando tu scrivi rispetti delle vere e proprie regole. Come ti accorgi che un racconto è finito e non può più essere migliorato?
Baso tutto sull’osservazione di me stesso al lavoro: quando non riesco più ad apportare nessun miglioramento e nessuna modifica allora reputo il racconto finito, infatti di ogni mio racconto faccio numerose stesure e riscrittura, queste riflessioni portano ad un prodotto finale.

Tu consideri il raccontare una forma di artigianato, non lasci molto spazio al “talento” normalmente inteso, come sei arrivato a questa conclusione?
Nel mio caso funziona che ho imparato a scrivere per necessità professionale (facevo l’addetto stampa). Fino a trentuno anni non ho scritto nessun racconto, a mio favore ho avuto una famiglia che mi ha educato alla lettura, e le letture sono un substrato necessario per ogni scrittore. Il talento è una parola orrenda che si sposa bene con il virtuosismo, che è un’altra cosa sterile ed inutile.

Oggi hai condotto la tua lectio magistralis con il sottofondo costante di un disco di Brian Eno, ami molto un certo tipo di musica? Ti è mai capitato di scrivere con un sottofondo musicale?
Amo tutto Brian Eno, dai Roxy Music in poi. Poi amo quella che convenzionalmente viene chiamata musica contemporanea, fra i compositori le mie preferenze vanno a Goffredo Petassi, Luigi Nono, Igor Stravinskij e il temibilissimo (risate) Karlheinz Stockausen.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, la risposta è no. Non ho mai scritto ascoltando musica, appartengo a quella categoria di persone che non riesce ad impegnare due sensi in due attività contemporanee.

Quali sono gli scrittori italiani che più ammiri?
A parte quelli che pubblico io (ride), i più bravi sono: Massimiliano Parente, Leonardo Colombati, Umberto Casadei e Giorgio Falco. Tra quelli più affermati sicuramente Dario Voltolini e Tiziano Scarpa, mentre fra i più “anziani” ho molta stima per Gianni Celati ed Antonio Moresco.

In italia la situazione delle grandi case editrici è desolante. È solo colpa loro se nelle librerie troviamo sempre più emuli di Moccia, Faletti e Santacroce e sempre meno giovani scrittori consapevoli?
La letteratura industriale campa di un mix di ”puttanate” e cose buone, quindi non sono convinto che la tua analisi sia giusta, considera che per puttanate intendo i libri che fanno cassa, ma le grandi case editrici si occupano anche della pubblicazione di ottimi scrittori a volte esordienti. Le case editrici indipendenti hanno un po’ il ruolo delle squadre di calcio di provincia: crescono il talento, gli fanno fare molti goal e poi lo lasciano libero di andare verso un contratto migliore, ma, per quanto ne so io, in italia i contratti non sono certo milionari. La facilità con cui uno scrittore abbandona la casa editrice che lo ha lanciato è indicativa della moralità minima degli stessi scrittori.

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