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Giulio Mozzi, Pensare, immaginare, decidere, scrivere…

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Nella sua lectio magistralis, Giulio Mozzi delinea un percorso finalizzato a dimostrare come l’invenzione narrativa (intesa come sottospecie dell’invenzione in genere) sia un particolare tipo di decisione.

Nella sua lectio magistralis, Giulio Mozzi delinea un percorso finalizzato a dimostrare come l’invenzione narrativa (intesa come sottospecie dell’invenzione in genere) sia un particolare tipo di decisione. Distinzione fondamentale, innanzitutto, è quella tra immaginazione e fantasia. Quest’ultima, infatti, è da evitare nella misura in cui si tratta di un processo mentale fondamentalmente incontrollato che, più che ad un’invenzione, tende ad una ripetizione, e per di più porta a trovare sempre la soluzione più comoda (il cosiddetto deus ex machina) ai problemi che inevitabilmente dovranno essere affrontati. Bisogna invece ricorrere all’immaginazione, che ha una radice empirica (in quanto nasce dall’esperienza diretta) che viene poi trascesa, pur mantenendo sempre un preciso filo logico che consenta di evitare dei salti troppo bruschi e quindi poco credibili. Il lavoro dello scrittore è anche un lavoro decisionale. Nei suoi percorsi narrativi si trova a dover affrontare dei problemi e si vede costretto a fare delle scelte, prendere costantemente delle decisioni che lo indirizzano verso la sua storia definitiva. Il punto di partenza è piuttosto semplice, in quanto ogni cosa che viene in mente può essere un germe di invenzione narrativa. Solitamente, mentre la maggior parte delle cose che pensiamo sono destinate ad essere dimenticate, alcune invece vengono ricordate, si imprimono nella memoria per un qualche motivo, spesso sconosciuto. Vengono appuntate (da qui la necessità di avere sempre un quaderno o dei foglietti a portata di mano), le si ricopia per rivederle meglio (ed eventualmente notare dei particolari o delle connessioni che in un primo momento erano sfuggite), ed è proprio su queste testimonianze sparse del moto spontaneo ed incontrollato della mente che lo scrittore, se adeguatamente stimolato, decide di investirvi del tempo provando a costruirvi un progetto di narrazione. Deve essere lungimirante, perché spesso quello che è venuto in mente non è propriamente la cosa da raccontare, ma semplicemente un “sintomo”, qualcosa che sta al posto di qualcos’altro e che serve semplicemente a custodire nella memoria altri ricordi o fatti che costituiscono la vera materia narrativa. Da qui il lavoro di ricerca, sia materiale che interiore.

Bisogna andare a caccia di ciò che ci sta sotto veramente; cercare di ricordare a cosa reagisce quella cosa che c’è venuta in mente. Mozzi spezza per un attimo il filo logico del suo personalissimo percorso, per mostrare come questi procedimenti di connessione possano essere tanto rivelatori, quanto fittizi. Pur portando ugualmente alla costruzione di una storia. Con echi proustiani, ricorda come un giorno, sentendo un forte odore di bosso, sia arrivato poi a ricordare i tempi dell’infanzia quando, in vacanza a San Daniele, in Friuli, dalla nonna paterna, andava sempre a giocare in alcuni giardini in cui c’erano delle siepi di bosso. Si trova, così, a recuperare ricordi che ormai aveva dimenticato e decide di far ritorno in quei luoghi. Non vedendo più le siepi, va alla ricerca del giardiniere di un tempo il quale, però, gli dice che queste non c’erano mai state. Quindi i ricordi sono partiti da un oggetto falso (il che potrebbe anche fare dubitare sull’autenticità dei ricordi stessi), ma l’hanno spinto ugualmente ad intraprendere una colossale storia di giardini (che spera, prima o poi, possa sfociare in un romanzo finito) che, sfruttando l’idea del giardino come luogo in cui si conservano cose che non ci sono, si avvale di un topos letterario piuttosto diffuso (basti pensare all’Orlando furioso, dove nei giardini succedono cose strane e meravigliose). Ma forse proprio la falsità dell’oggetto che porta ad immaginare qualcos’altro può rivelarsi estremamente utile. In quanto mette in evidenza il fatto che si tratti solo di un sintomo che in realtà nasconde dietro di sé ciò su cui bisogna veramente lavorare. Per cui diventa necessario attivarsi, studiare tutto ciò che possa esservi messo in connessione e sforzarsi di conoscere tutto ciò che questa cosa tira con sé. Fare ricerche ed accumulare materiale su cui lavorare. Qui il passaggio alla fase successiva (paragonabile al momento in cui il bambino disperde tutti i pezzi di costruzione sul tappeto e comincia a collegarli tra loro, incastrare quelli che stanno bene insieme, trovare nuove combinazioni per copiare e riprodurre quello che ha in mente perché, in itinere, si rende conto si stare realizzando qualcosa che tenta poi di riprodurre nella realtà), che consiste nel lavoro di “assemblaggio” del materiale accumulato. Secondo Baudelaire l’immaginazione decompone tutta la creazione e, coi materiali radunati e disposti secondo le regole delle quali non si può trovar l’origine che nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo. E come ha creato il mondo è giusto che lo governi. (..) Nessun’altra facoltà può fare a meno di lei, ed essa né può supplire alcune: spesso quello che esse cercano e non trovano che dopo i tentativi successivi di parecchi metodi non adatti alla natura delle cose, essa lo indovina fieramente e semplicemente.

Proprio da questo lavoro di assemblaggio, potrebbe prendere vita un oggetto in cui intravedere la forma di qualcosa che è proprio quello cui si voleva arrivare. Questo mi fa venire in mente varie cose. Il poeta ceco Jan Skàcel diceva che l’uomo non “crea” la poesia, ma la “scopre”, perché essa esiste già. Assecondando questa riflessione ci mettiamo alla ricerca dei “luoghi” (reali o mentali) in cui la poesia si annida. Il poeta ha il compito di scovarla e portarla alla luce. Riflessione simile a quella che Michelangelo fece relativamente alla scultura. Uno scultore deve soltanto togliere da un blocco di marmo ciò che è superfluo. La sua bellissima statua è già lì, nascosta dentro il blocco di marmo informe. Lo scultore non deve fare altro che scoprirla, togliere il marmo superfluo. La scultura è l’arte del levare. Analogamente, la scrittura diventa scoperta di un qualcosa che esiste già, così come sostiene Stephen King nel suo On writing, in cui paragona lo scrittore che ha un’idea per un racconto ad un paleontologo che scopre nel terreno un frammento di un fossile. Suo compito, a quel punto, è disseppellire parzialmente l’intero scheletro, cercando di rovinarlo il meno possibile. La storia esiste già, lo scrittore deve limitarsi a recuperarla e rispettarla.
Per tornare a Mozzi, a questo punto del suo percorso, si arriva al momento in cui bisogna affrontare i vari problemi che si sono posti. Proprio per evitare la “sindrome” del deus ex machina, è necessario rifuggire dalla fantasia (che porterebbe ad inventare delle cose che non esistono affatto per uscire “comodamente” da una situazione complicata), cercare di porsi esattamente i termini del problema, affrontare direttamente le difficoltà e trovare il modo di arrivare là dove si voglia arrivare. Seguendo pur sempre un filo logico e trovando dei collegamenti che preservino l’integrità dell’insieme, senza stravolgimenti troppo netti. Lo scrittore cita Paul Valéry (che in un breve saggio relativo ad un suo poemetto, spiegò che aveva in mente un ritmo decasillabico che l’aveva portati a ricercare delle parole che gli permettessero di mantenere questo ritmo e quella pura forma sonora secondo un criterio di plausibilità), Vladimir Propp (che nella sua Morfologia della fiaba ne fa un’analisi formale rilevando come, pur variando i personaggi e le loro caratteristiche, le azioni invece siano costanti, ed individua 31 funzioni narrative che si possono giocare all’interno della fiaba stessa) ed infine Robert Fripp, padre dei King Crimson (che, sempre alla ricerca di nuove soluzioni tecniche per quel che riguarda l’elaborazione elettronica del suono, elaborò il “sistema frippertonics”, basato sul passaggio del suono della chitarra su un anello di nastro magnetico che passa attraverso due registratori a bobine Revox accoppiati, così da creare complessi tappeti polifonici collegati ed in costante metamorfosi). A riprova di qualcosa che bisogna tenere bene a mente. Ovvero che gli avvenimenti della storia devono essere sempre concatenati. Ogni cosa che si fa, vincola per il passo successivo, come se si trattasse di una lunga catena in cui ogni anello è diretta conseguenza di quello precedente e a sua volta presupposto ineliminabile di quello seguente. Può capitare che si finisca con l’abbandonare il punto di partenza, che esce così dal racconto (o addirittura potrebbe anche non esserci mai entrato). Ed in realtà è proprio questo che bisogna auspicare. Perché se il sintomo esce fuori da ciò che stiamo costruendo, vuol dire che ciò su cui stiamo lavorando sta acquisendo una sua autonomia. Il percorso di immaginazione/invenzione/decisione permette che quel qualcosa che avevamo nella testa, passi nel testo senza bisogno di transitare nella piena consapevolezza. Così rimane più simile all’origine, non subisce forzature, determina l’andamento della storia anziché esserne determinato. E per assecondare questo passaggio, Mozzi tende a scrivere in fretta proprio per evitare di prenderne coscienza. Cosa che fondamentalmente riporta a quel particolarissimo effetto che ha la scrittura, attraverso la quale non sappiamo esattamente cosa diciamo. Perché, tanto più tendiamo al controllo di ciò che scriviamo, tanto più si aprono spazi perché l’incontrollato entri nel testo. Come se alla sincerità volontaria se ne aggiunga una “involontaria” che sfugge ad ogni filtro o controllo razionale, con la possibilità di ottenere anche risvolti inaspettati o effetti non voluti, perlomeno a livello cosciente.

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