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Noi quelli del bianco e nero

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Al matrimonio di mio cugino non stavo nella tavolata dei giovani, però so’contenta uguale perché ho visto Studio Uno. Me l’ha regalato un tizio che se gli dai i cd ti scarica la qualunque da internet, che per me è già fantascienza.

Al matrimonio di mio cugino non stavo nella tavolata dei giovani, però so’contenta uguale perché ho visto Studio Uno. Me l’ha regalato un tizio che se gli dai i cd ti scarica la qualunque da internet, che per me è già fantascienza. Allora gli ho chiesto, come un desiderio, di poter rivedere quei bei programmi del sabato sera quando aspettavi tutta una settimana perché dopo il Carosello magari i film non li capivi e t’addormentavi o c’era Berlinguer con Almirante che se la discutevano, e lo facevano seriamente quei due, ma t’addormentavi comunque. Volevo rivedere Mina, ogni volta coi capelli e i chili diversi mentre Sordi Alberto con la scusa dello scapolo se la palpeggiava tutta. Quello sì che era erotismo, e sudava sudava. Lei rideva, si tirava ogni tanto le ciglia, si controllava il mascara attorno agli occhioni e sistemava le braccia sui fianchi tirati in avanti. Che braccia lunghe aveva! Da farci le giravolte quando con Celentano cantava: siamo la coppia più bella del mondo. Quelli sì che erano tempi! Lo so, è retrivo dirlo e si fa la figura di vecchi bacucchi, ma quelli erano tempi davvero! La regia di Antonello Falqui, i testi di Lina Wertmuller, le coreografie di don Lurio, e Adamo per cantare non aveva bisogno di laccarsi i ciuffi davanti la faccia.
Avrei voluto trovarli tutti ieri sera dentro al cd e magari senza confondere tempi e trasmissioni, incontrare Bice Valori e Paolo Panelli, Ave Ninchi ed Aldo Fabrizi come in quel film… come si chiama?, ce l’ho sulla punta della lingua, quando preparano le cotolette per andare al lido a Ostia e il figlio, Carlo Delle Piane fa il ladro e il ruffiano alla sorella, e la scena del cocomero in spiaggia.
Avrei voluto sentire la voce di Alberto Lupo che recita l’inizio della canzone e lei gli risponde: “Parole parole parole…”. Com’era bello ne “La Cittadella”! Volevo anche il Quartetto Cetra e Renato Rascel, Macario e Franca Valeri che parla a telefono “So’ la signora… sposata Cecioni”. Il fatto è che in quel “Sabato sera”, nel cd c’ero anch’io coi miei ricordi d’allora, la sciallina all’uncinetto da far volteggiare sulle braccia scendendo le scale con l’amichetta del pianerottolo, brandendo un finto microfono per imitare le vamp alla Wanda Osiris in lunghi abiti da sera mentre si calano da torte di plastica enormi al centro dello studio in bianco e nero. Poi però, se usciva qualcuno da una porta,io e l’amichetta mia stavamo a fa’ na grezza! E mi batte il cuore quando vedo le cosce lunghe delle Kessler (chissà chi delle due era la fidanzata di Umberto Orsini) perché penso alla gioia di stare nel lettone quando papà era fuori per lavoro, e guardare la tv, quella con due manovelle: tic- tac, una per accendere, l’altra per girare canale se il triangolino bianco in basso a intermittenza ti diceva che di là iniziava il film.

Stavamo dentro allo specchio del comò, spettatori di noi stessi spettatori; il sonno non arrivava neanche quando l’antenna su un cielo di nuvole e una musica malinconica e definitiva annunciava la chiusura dei programmi giornalieri. Bisognava aspettare l’indomani, il pomeriggio quando pecorelle e paesaggi di regioni italiane con la scritta “Intervallo”, ti dicevano: ci siamo, arriva Ciuffettino. Che paura! Nessuno lo ricorda io sì ! un bosco pauroso, il bambino, e quella voce uscita chissa da dove: Ciuffettinoooo! Ma le vere e proprie sudate sotto il lenzuolo per paura di tener fuori anche un dito di notte, erano dopo aver visto Umma gamma o Belfagor, brrrrr! neanche la voce familiare di Nicoletta Orsomando, mi rassicurava. Che belle le signorine buonasera! Con i capelli boccolosi o a ruota sulle spalle, il sorriso come quello di una zia. Non queste sifilitiche di oggi! E fatemi sfogare! (Anche se pure Adriano Pappalardo è dei miei tempi ma a me non piace!) – E poi era già a colori e non vale!- Fate lamentare un po’ anche me e riandare con nostalgia al passato, per quanto sia demodè non fare i giovanilisti ad ogni costo e le espressioni del laudator temporis acti rimangono nella teca dei luoghi comuni. Però bella l’educazione e il rispetto di una volta ed anche le stagioni, mezze o intere, stavano al loro posto un tempo. Mica colpa dei giovani, mi direte! Ma allora! che è colpa mia? Quelli intanto, gli under trenta della tavolata accanto, han concluso i loro stitici discorsi; continuano a rimestare nei piatti le verdurine che non son abituati a mangiare, intatto il look pur tuttavia si ritirano come testuggini dentro il carapace a giocare ognuno col suo telefonino, mentre dall’altro lato tra il gruppo dei novantenni le risate e i discorsi continuano. E a me, esauriti quelli tra i “contemporanei” di tavolo, su quanti secoli la storia sia andata avanti da cinquant’anni a questa parte, piacerebbe spostarmi tra i vegliardi ad allargarla ancora la memoria, come, grazie a Dio, piace ancora all’essere umano, alito fresco ed aspetto aitante salvo, per carità! Ricordare aneddoti sulla camicia di Garibaldi, per dire, o quella volta che il mio voto fu decisivo contro la monarchia, o vidi le mondine nelle risaie…. Silvana Mangano in Riso amaro… lo voglio! Mi sembrava di starci anch’io in quel cinema quando arrivò Totò, il principe De Curtis in persona o si sceglieva una comparsa per i film di De Sica, il nome ormai mi sfugge della piccoletta che è in tutti i Pane e fantasia. Mio padre non c’è più a richiamarmelo, a farmi salire sulla giostra dei suoi ricordi, tra memorie così anche mie. Ma quelli, i ricordi, per fortuna ti prendono all’improvviso lasciandoti poi tramortita come un terreno rimescolato a sprigionarne i profumi nascosti, e sono quelli più vividi di giornate normali a colpirti di più, come anche per Virginia Woolf. Se ricordassi dove ho messo il libro la citerei testualmente quando racconta dello stupore nel ricordare, non tanto le cose da ricordare quanto la particolare inclinazione della luce quel giorno comune, su quella foglia in giardino, e l’ora e i suoni e le emozioni, senza un perché. Io stavo seduta sul pouf aspettando la mamma per uscire; lei parlava a telefono, in piedi, perchè stava fisso a parete in corridoio. Mi piaceva tanto il disco dei numeri, coi più grandi il dito girava più a lungo; ricordo quel momento come se fosse ora, e non c’è un perché.
Stava tutto in quel cd ieri sera. Ora torno a vederlo, magari ci trovo altre cose di me e la tv di allora: Carlo Dapporto o Delia Scala, Dio com’era brava! Noschese e la Goggi.

Magari su Carosello rivedo Ernesto Calindri, Calimero e l’uomo in ammollo e Maria Rosa, quella del librettino Bertolini, tutta bionda in piedi sullo sgabello dietro il tavolo in una campagna colorata di animali a fissarla mentre impasta la torta: “Brava brava Maria Rosa ogni cosa sai far tu qui la vita è sempre rosa solo quando ci sei tu”.
In primo piano a sinistra dello schermo Mina canta una canzone malinconica accanto ai titoli di coda e la parola: FINE.

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