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Maggie O’Farrell e The Vanishing Act of Esmie Lennox

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Diluvia ad Edinburgo oltre i finestrini dell’autobus appannati dall’umidità e dai vapori umani dell’ora di punta. Chiedo del North Edinburgh Arts Center: il conducente si stringe nelle spalle perplesso e così gli altri passeggeri che fissano nel vuoto e grondano acqua da corpi e capelli,

Diluvia ad Edinburgo oltre i finestrini dell’autobus appannati dall’umidità e dai vapori umani dell’ora di punta. Chiedo del North Edinburgh Arts Center: il conducente si stringe nelle spalle perplesso e così gli altri passeggeri che fissano nel vuoto e grondano acqua da corpi e capelli, una signora solleva un istante il viso affondato in una rivista di moda, mi strizza l’occhio e fa un gesto di intesa. L’autobus fila via lontano dal centro, a tratti dalle porte aperte si vedono distese di verde scintillante nella lunga luce del tramonto.
Un trafiletto sul giornale annunciava che alle 19.30 Maggie O’Farrell avrebbe incontrato il pubblico e letto estratti di The Vanishing Act of Esmie Lennox, il suo ultimo romanzo. Di Maggie O’Farrell avevo letto anni fa After you’d gone, suo romanzo d’esordio (Dopo di te l’unico pubblicato in Italia, dalla Sonzogno) e via, via tutti gli altri affascinata dalla poesia della lingua, dalla straordinaria orditura delle trame: intrecci che raccontano di rapporti familiari, di amore e di perdita. Libri modernissimi, i suoi, di grande finezza nella costruzione dei personaggi. E’ una dei narratori per cui i recensori inglesi hanno coniato il termine “unputdownable”, impossibile smettere di leggerli fino alla fine. Dopo aver terminato The Vanishing Act of Esmie Lennox, a detta di molti il suo libro più bello, Maggie O’Farrell ha lasciato Londra ed è tornata a vivere ad Edinburgo con il marito scrittore e il figlio di quattro anni.
L’autobus ormai vuoto, accosta di lato, la signora con un sorriso mi fa cenno di scendere. Basterà che attraversi il centro commerciale e troverò ciò che cerco. Mi dice in un sussurro.
Scendo in un distesa deserta: prati verdi, alberi radi, case lontane. Ha smesso di piovere e, davanti a me, nel centro commerciale: una serie di saracinesche azzurre arrugginite e chiuse, donne e uomini hanno trovato riparo, con i loro cani, e ridono accovacciati per terra. Oltre, tra le lamiere e le stradette infangate, riconosco l’ingresso luminoso di una piccola biblioteca, un uomo sta sulla soglia vecchissimo e sdentato, e più in là, in una costruzione gialla e allegra, o forse il giallo è solo l’effetto della luce straniante, spicca la scritta North Edinburgh Arts Center. Spingo la porta e mi trovo nel più accogliente dei luoghi, volti di donne sorridono luminosi. “Sono qui per la conferenza di Maggie O’Farrell’” dico e loro si prodigano: “Gradisce un tè, una birra?”
Attraversiamo corridoi dove si aprono le porte di laboratori di pittura, di teatro, bacheche annunciano corsi e seminari e oltre le vetrate ovunque il verde denso, la luce di tramonto, nell’arcano silenzio della campagna scozzese.
Oltre un cunicolo si apre un piccolo teatro, luci tenui viola, arancio e giallo illuminano un tavolo basso e due sedie. Sedute nella penombra della platea figure bisbigliano tra loro, in un’atmosfera di attesa palpabile, di venerazione trepida. Ora che i miei occhi si abituano al buio mi accorgo che sono solo donne, sui volti espressioni di un’intensità quasi dolorosa. Si scambiano informazioni e opuscoli, da adesso fino a ottobre in Scozia è un tutto un ribollire di festival letterari, riconosco in un passaggio di mano il foglietto azzurro del Debut Authors Festival: il festival degli scrittori esordienti, dall’8 al 10 giugno, è alla terza edizione ed è già famosissimo (www.debutauthorsfestival.co.uk). Ogni anno, ad Edinburgo, emergono nuovi scrittori, e quelli affermati scrivono nuovi e migliori libri. Sono il cielo, e il clima e la luce rarefatta che invogliano a scrivere, dicono, l’orizzonte infinito che si apre in fondo ad ogni strada.

Maggie O’Farrell entra in compagnia di una ragazza. Si siedono davanti a noi e le luci gialle, arancio e viola le avvolgono. Maggie ha riccioli rossi, una massa folta su un lato, esile sull’altro. E’ vestita di nero: pantacollant e abito e sopra un giacchino colorato, verde e azzurro. Ha una passione per gli abiti, ho letto, per le boutique di abbigliamento vintage che abbondano qui ad Edinburgo. La protagonista giovane di The Vanishing Act of Esmie Lennox gestisce una di queste boutique.
La presentatrice fa una rapida introduzione, dopo le letture da parte dell’autrice, spiega, ci sarà tempo per le domande. In sala c’è un silenzio assoluto, come una materia densa che abbia intrappolato ogni gesto, ogni brusio.
Prima di iniziare la lettura, Maggie O’Farrell, tratteggia a grandi linee la storia del romanzo sebbene, a quanto mi sembra di capire, in sala tutte conoscono già la storia di Esmie che da ragazza, negli anni trenta, è stata internata in un istituto psichiatrico, di quelli in cui, ad Edinburgo ed in tutta la Gran Bretagna, venivano rinchiuse le donne scomode che magari non si volevano sposare o che non si adattavano alle regole della famiglia, o che semplicemente cedevano a qualche piccolo istinto di gioventù. Bastava un nulla perché venissero dichiarate pazze e rinchiuse a vita. All’inizio degli anni 90 la Thatcher ha fatto chiudere gli istituti e le internate sono state restituite al mondo fidando in un loro pronto reinserimento nella società. Quando Esmie viene dismessa le autorità contattano una pronipote, una ragazza giovane, indipendente, che ignorava l’esistenza della prozia. E dal loro incontro, come spesso avviene nei libri della O’Farrell, emergono verità nascoste da tempo.
Maggie leggerà tre passaggi che appartengono a momenti diversi della storia: l’incipit perché, dice con un sorriso, è sempre da quello che si inizia, una parte dove vediamo Esmie, giovanissima, prima che venga internata, e il primo incontro tra Esmie ormai vecchia e la pronipote.
Maggie legge lentamente, ha 35 anni, eppure la sua voce nella penombra sembra ispessita da secoli di vita, la voce di una narratrice antica. E il suo pubblico l’ascolta devoto, rapito, occhi che bruciano. Qualcuna ha estratto dalla borsa una copia del libro e segue la lettura sulla pagina. Una lettura di quindici minuti, cronometrati e calcolati da autrice e presentatrice con una meticolosità di cui solo io sembro stupirmi. Allo scoccare del quindicesimo minuto la lettura finisce e la presentatrice dà inizio al dibattito chiedendo il perché della scelta di un’eroina, Esmie, così difficile. Chiede se a muovere l’autrice sia stato il desiderio di una rivendicazione.
“Direi che a muovermi è stata una fascinazione, un orrore.” Risponde Maggie dopo averci pensato su un istante. E racconta che quando gli ospedali psichiatrici erano stati chiusi e le donne messe in libertà, i giornali avevano cominciato a pubblicare tante storie. Per la prima volta si parlava apertamente di donne che erano state rinchiuse da adolescenti o da ragazzine. E lei aveva sentito subito il desiderio di scriverci un romanzo. “E’ un’idea che mi porto in testa da quindici anni, ma allora non ero pronta, all’epoca mi mancava ancora tanta conoscenza della vita, ho scritto Dopo di te, ed è stato solo molto più tardi in India, distesa su una spiaggia, che d’un tratto ha capito come collegare gli eventi, come si sarebbero svolte le cose. E da allora ho fatto tantissima ricerca.”
Una ragazza le chiede se nelle sue ricerche ha trovato molta resistenza da parte delle donne a parlare. E Maggie dice di no, che si è documentata soprattutto sui libri, sui testi. E adesso dopo ogni presentazione qualcuno del pubblico viene a parlarle, donne quasi sempre, a dirle che fatti simili sono successi anche nelle loro famiglie. Una ragazza, ad esempio, le ha raccontato, di una sua prozia che era stata violentata a quattordici anni da un prete, il quale aveva accusato la ragazza di farneticante follia, la famiglia aveva creduto al prete e l’aveva fatta internare. Il prete, in seguito, aveva violentato un’altra ragazza.
Maggie, che a tratti sembra a disagio per la venerazione che la circonda, si infervora, pur nel suo aplomb anglosassone, e si fa scura in viso. Queste donne potevano entrare sane, dice, perfettamente sane, in quegli istituti, ma poi difficilmente lo restavano. Alle ragazze incinte toglievano i bambini appena nati e li davano in adozione per non gettare discredito sul nome della famiglia. Era facile sbarazzarsi di una moglie o di una figlia molesta: con la connivenza degli psichiatri si poteva rinchiudere una donna per immoralità sulla base delle ragioni più futili: una ragazza è stata rinchiusa perché faceva passeggiate troppo lunghe, un’altra per un bacio dato ad un soldato in un parco pubblico. E una volta dentro venivano sottoposte a terapie terribili, che, sommate allo shock dell’internamento, compromettevano per sempre il loro equilibrio mentale. “E’ stato davvero un capitolo molto triste della nostra storia, del nostro Paese.”
Maggie O’Farrell diventa sempre più bella a misura che spiega e racconta, le tenui luci colorate, in fondo al palco, esaltano nella penombra il chiarore delicato dell’incarnato, il fulgore dei riccioli, la forza misteriosa dello sguardo.
Le chiedono se nella sua ricerca ha trovato diagnosi effettive di demenza precoce, quella che viene diagnosticata ad Esmie. Se ha dei libri in particolare da consigliare sulla materia, e lei parla dell’opera straordinaria di Ronald David Laing, psichiatra e psicoanalista scozzese, che molto si è occupato della malattia mentale e dei suoi legami con il contesto familiare. Nei suoi libri si documentano le storie delle famiglie da cui venivano le cosiddette schizofreniche. “La diagnosi era sempre la stessa: schizofrenia, poi leggi la documentazione medica , la ricostruzione dei fatti e ti accorgi che le famiglie erano “barking mad”, un branco di matti furiosi, completamente disfunzionali.” Maggie ride, sospira. “Quelle povere donne erano le uniche che vedessero le cose per come stavano, strette, stritolate dai terribili segreti di famiglia.”
Le stesse donne, continua, che in passato venivano bollate come streghe, la Scozia gode del primato in Europa per il numero di roghi, e che in Irlanda venivano rinchiuse e impazzivano nelle lavanderie che il film Madeleine ha reso famose. Si tratta di una condizione esclusivamente femminile: non perché gli uomini fossero trattati bene negli istituti psichiatrici, ma perché a loro non si applicavano i codici morali, non c’erano uomini internati per immoralità.
Una donna, la voce rotta dalla commozione, dice di aver lavorato a lungo a Craighouse, l’istituto di Edinburgo, a cui è ispirato l’immaginario Cauldstone del libro, chiuso nel 1993 e ora parte di un’Università. L’ha emozionata profondamente la ricostruzione dei fatti e delle atmosfere assolutamente fedeli. Maggie dice di aver provato ad entrare a Craighouse, quando ormai era solo un cantiere, chiuso per lavori di rifacimento. Aveva suo figlio nel marsupio e ha cercato di eludere il controllo della guardia, ma il bimbo si è messo a piangere proprio in quell’istante ed il suo piano è andato all’aria. Una donna che lavora nell’Università, le consiglia di rivolgersi in Amministrazione, perché senz’altro le consentiranno la visita. Maggie ringrazia ridendo e dice che di certo devono esserci modi più legali per fare le proprie ricerche.
Una signora, facendosi visibilmente coraggio, arrischia una domanda più letteraria, e chiede quale finalità si era proposta ambientando la storia in due diversi momenti temporali: gli anni ’30 e oggi.
Maggie si fa seria: “Mi sembrava utile raffrontare la situazione di allora con quella di oggi, ma direi che tutte le mie storie, tutte le storie, implicano un passato e un presente. Le decisioni prese oggi hanno enormi ripercussioni sulla vita futura di figli e nipoti, il presente è intessuto delle ricadute di eventi lontani.”
Una donna dice che il personaggio di Esmie è talmente straordinario che vorrebbe leggere ancora su di lei, chiede se l’autrice ha pensato di scrivere un sequel. Un coro di voci le fa eco, mi sembra di capire che in sala ci sono molte psicologhe, psicoanaliste. Un’altra donna si sofferma sulla descrizione dell’interno di una casa borghese degli anni trenta, che le ha riportato alla memoria atmosfere simili della casa dei suoi nonni. E i suoi occhi brillano di commozione.
Maggie è felice, gongola di gioia per questo commento, e aggiunge che, come è successo per i suoi primi libri, anche di questo vogliono farne un film. Lei ha firmato il contratto per i diritti, ma non ha nessuna voglia di mettersi a scrivere la sceneggiatura, di ritornare sulla storia. E racconta che anche i produttori del film sono tutti entusiasti all’idea di ricostruire il vecchio appartamento. “Sono venuti da me un giorno e mi hanno chiesto “che ne dici se prendiamo un baule da cui usciranno vecchi abiti, pizzi d’epoca?”. A me sembrava un’idea terribile, ma la letteratura è fatta di cose diverse, loro hanno bisogno di immagini, di condensare atmosfere in un baule. Gli ho detto “fate pure io però non voglio saperne niente”.
Ci sono risate in sala, un’animazione si è infiltrata nel silenzio. L’autrice ed il suo pubblico parlano di certe strade di Edinburgo ed io per un istante mi distraggo a guardare l’improvvisa mutazione dei volti, il repentino sciogliersi della tensione. E quando torno ad ascoltare, Maggie sta parlando di un gruppo di donne, uscite dagli istituti, che lei è andata a trovare per mesi. Avevano diversi livelli di infermità mentale, chi più accentuata, chi meno. “Quando è nato mio figlio per sei, sette mesi non sono andata a trovarle e quando mi hanno rivisto, mi hanno chiesto dove fossi stata. Ho spiegato che mi era stato impossibile venire prima perché avevo avuto il bambino, senza pensarci ho aggiunto che i primi mesi richiedono molte attenzioni. E allora loro mi hanno guardato incredule, con gli occhi dilatati ad esprimere stupore, commozione “Oh did they let you keep him, dear?” (ti hanno permesso di tenerlo cara?) mi hanno chiesto in coro.
Sul cronometro della presentatrice è scoccato il momento della chiusura.
“Bene, finiamo qui, grazie ” Dice ” Ricordo, a chi si è iscritto, che il seminario di Maggie sulla costruzione del personaggio si terrà dopodomani, al primo piano, dalle 10.30 alle 13″
In un istante, in un vanishing act, le sedie sono vuote sul palco, e le luci si rincorrono inutili sul pavimento. E’ stata così brusca la chiusa che uno potrebbe credere che non sia successo niente. Che gli orrori domestici nella civilissima Gran Bretagna, siano fantasie della mente. Non fosse per alcune donne sedute in sala, con la loro copia del libro sulle ginocchia, che si consultano su alcuni passaggi. Scorrendovi sopra lentamente con il dito.
Vorrei chiedere del seminario, ma all’uscita non incontro nessuno. Torno dopo due giorni, i posti sono esauriti, mi dice la direttrice, ma, entusiasta, chiederà a Maggie di lasciarmi partecipare come inviata di Omero, come osservatrice esterna. Mi chiede se il suo ultimo libro sia stato tradotto in Italia ed io dico di no, almeno non credo. Ma il pubblico italiano sarebbe senz’altro interessato ad avere qualche suggerimento da una tale narratrice, superba artefice di personaggi e orditrice di trame. Aspetto nella caffetteria, dove la direttrice mi raggiunge desolata. Maggie lo ritiene scorretto per i partecipanti.
“Scorretto? …”
La direttrice si stringe nelle spalle, desolata.
Un altro dei codici, dei cronometri di qui che si muove su un tempo diverso.
E così torno tra le saracinesche azzurre arrugginite, le stradette di fango, saluto l’uomo vecchissimo e sdentato di guardia davanti alla biblioteca. Oggi è giorno di festa. Il cielo è azzurro terso, due bambine di colore si rincorrono sulle biciclette. E’ bello sentire le loro risa mentre mi superano, nella spianata deserta, pedalando veloci verso il cielo, verso l’orizzonte infinito.

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