Condividi su facebook
Condividi su twitter

Gianni Minà: “Bisogna viaggiare, muoversi, andare sul posto, vedere con i propri occhi”

di

Data

“Se ha il tempo di aspettare che tutti vanno via, le dò cinque minuti e tre domande”. Gianni Minà si siede, stanco e sudato, e corregge la posizione del registratore.

“Se ha il tempo di aspettare che tutti vanno via, le dò cinque minuti e tre domande”. Gianni Minà si siede, stanco e sudato, e corregge la posizione del registratore. Tutti hanno lasciato la sala e i cinque minuti, per fortuna, si dilatano tra le parole.

Quali sono le caratteristiche di una buona intervista?
Se è possibile, prepararsi sull’argomento e sulla persona. Anche perché la persona, se sente che tu sai di lui, si predispone bene all’intervista. Certo, il nostro mestiere è fatto anche di interviste improvvisate e quindi è importante avere una buona cultura generale e leggere ogni giorno il giornale, dalla prima pagina all’ultima. Anche se è un giornale artefatto dove vengono eluse le cose, comunque ti dà degli input. Quando si può, bisogna prepararsi, l’intervista acquista qualità. Io facevo Storie, un programma a mezzanotte della televisione. Ho fatto un’ottantina di interviste con personaggi anche difficili: il Dalai Lama, J. J. Kennedy, Martin Scorsese, piuttosto che Antonino Caponnetto, il padre spirituale di Falcone e Borsellino. Mi ha favorito sempre il fatto che sono riuscito, nella notte precedente, a leggermi molte cose di queste persone.

Come ha scelto le persone che ha intervistato o sulle quali ha realizzato dei documentari?
Quelli che veramente erano protagonisti di settori dei quali io mi occupavo, non le controfigure, non i pupazzi: i veri. I veri sono difficili, spesso ti rifiutano l’intervista, devi lavorare. Certo, diventando più maturo, non voglio dire anziano, sono diventato anche io più conosciuto e quindi, ad esempio, il sub comandante Marcos, quando c’è stato il summit nel 1996, mi conosceva, perché aveva letto la mia intervista con Fidel Castro. Mi individuò, mandò un ragazzino con un biglietto: “So che lei va per queste terre umide. Subito non ci possiamo vedere, ma se lei ha l’amabilità di venire qui fra due giorni o di aspettare due giorni, potremmo incontrarci”. A quel punto sei nell’età matura, quando anche i protagonisti ti cercano. C’è stata anche un’età in cui ero io a bussare porte che nessuno apriva, o ad aspettare dietro una porta qualcuno che usciva e non ti filava nemmeno e se ne andava. Tutti siamo passati per quella stazione. Se hai tenacia, arriva sempre il momento in cui sei uno al quale non rifiutano le interviste, o addirittura lo cercano.

Il suo nuovo libro Politicamente scorretto, inizia proprio con l’intervista al sub comandante Marcos, come mai?
Sono andato in Chiapas perché volevo capire perché tra le viscere della terra, compare improvvisamente un movimento di ribellione, che cosa sta succedendo in quello stato. Le parole dure di Marcos, sono significative: “In qualunque parte del mondo ci sono uomini e donne che rinunciano alla propria umanità e vanno ad occupare un posto nel gigantesco mercato della dignità, ma c’è anche chi non si adatta, chi sceglie di essere scomodo, c’è chi non si vende, c’è chi non si arrende”. Intanto, uno che parla così, devi avere la curiosità di andare di capire chi è, che cosa sta rappresentando. Con la tua saccenza cretina, di abitante del mondo opulento, che vive solo di consumi e guarda i reality show, devi cominciare a capire che esistono altri mondi e altre teste di persone che lottano per la sopravvivenza. Marcos è il portavoce di sette capi maya delle sette etnie maya del Chiapas, che ha deciso che invece di morire di diarrea è meglio morire con un fucile in mano. Sono dieci anni che i governi che si sono succeduti in Messico hanno tartassato, hanno torturato queste popolazioni, non è cambiato assolutamente nulla. In Chiapas però si è richiamata l’attenzione, è nato un movimento che rappresenta l’altra parte del mondo. Inoltre, in questo momento, l’America Latina esprime dei cambiamenti e un grande segnale di possibilità di girare pagina, quello che non esprimono i partiti occidentali.

C’è qualcosa che è davvero politicamente scorretto?
Non c’è un dio che ha deciso che tu sei nato in Italia o in Lussemburgo e puoi vivere, e tu sei nato in Burkina Faso e devi morire, questa è la criminalità dell’economia, così come gli uomini l’hanno messa in piedi, specialmente negli ultimi 30 anni, dopo Bretton Wood, quando hanno levato i paletti che limitavano lo strapotere di certi potentati dell’economia. Significa che tu hai sancito che può vivere solo un 20 percento dell’umanità e solo l’oligarchia di quel 20 percento dell’umanità. Noi siamo fortunati perché siamo nati in una parte privilegiata del mondo in questo momento. Anche in Italia ci sono 7 milioni di persone che vivono nella linea di povertà, però per quanto poveri, per quanto tremenda possa essere la vita delle nostre banlieu, non è nulla rispetto a quello che ho visto nel mondo della miseria e dell’ingiustizia che riguarda milioni di esseri umani. Allora possiamo dire – me ne frego, io sono nato nel posto giusto al momento giusto e me ne frego – va bene, però non dobbiamo essere scorretti, non dobbiamo più raccontare le palle e essere ipocriti: questa economia sta ammazzando l’umanità.

Come è nato il suo interesse per l’America latina?
Perché conobbi a Roma in auto-esilio Vinicio de Moraes, il grande poeta brasiliano che ha scritto i versi per le samba e le bossanova di Tom Jobim e Joao Gilberto. Conobbi esiliato a Roma Chico Buarque con sua moglie Marietta, che poi è diventata la più grande attrice di teatro brasiliana, e aveva un chitarrista con i capelli lunghi, con una bandana in testa che si chiamava Toquino e loro mi hanno fatto venire questa voglia di conoscere il Brasile. Quando loro, dopo un paio di anni, sono rientrati in Brasile, mi hanno portato a Bahia, lì ho conosciuto anche Jorge Amado, lo scrittore, mi hanno fatto conoscere alcuni argentini che vivevano in Brasile perché la dittatura argentina era più dura di quella brasiliana. Ho incominciato a conoscere il continente, poi le olimpiadi e i mondiali in Messico 68 e 70, e il continente mi è entrato nel cuore. Io sono entrato dalla porta principale, cioè aiutato dai poeti, dagli scrittori, dai folkloristi, che mi raccontavano un paese che normalmente non avrei conosciuto.

Quanto è cambiata la televisione dagli anni ’60, cioè da quando lei ha iniziato a lavorare per la Rai, ad oggi?
Beh, allora era più ingenua, più rigorosa, lavorava gente più preparata. Era un fenomeno, ma non era ancora un fenomeno di massa. Purtroppo la televisione commerciale ha fatto più male che bene perché era un grande momento di apertura, però ha imposto un modello in basso e tutti credono adesso di poter fare la televisione perché la televisione commerciale fa credere questo. Balla chi non sa ballare, recita chi non sa recitare, canta chi non sa cantare, conduce chi non sa condurre, nei settori dello spettacolo veramente c’è stato un imbarbarimento. Se lei guarda in bianco e nero i programmi della Rai di allora, erano solo superfuoriclasse di artisti che si esibivano. Anche il giornalismo si è un po’ imbarbarito, sembra una cosa da vecchi dire – era meglio quando eravamo noi giovani – però, in realtà, in questo settore della comunicazione c’è stata un involuzione clamorosa.

In che senso il giornalismo si è imbarbarito?
Quello che leggi ogni giorno sui giornali è così grottesco che ti domandi se il giornale non sia un veicolo per vendere prodotti e poi ci siano spazi bianchi, che sono corretti e che sono dedicati a qualche articolo senza importanza. Una volta pensavamo che la Vita in diretta fosse la decadenza del giornalismo, che il nostro collega Cucuzza avesse fatto il salto e poi, invece, ti accorgi che questa scelta è quella del giornalismo attuale occidentale. Perché bisogna nascondere l’infamia, ormai solo con questa parola può essere descritto quello che viene fatto dalle nazioni forti. In nome del mercato, tergiversano, censurano, nascondono, cambiano, raccontano palle.

Può fare qualche esempio?
In quest’anno gli Stati Uniti, il paese libero per la democrazia nel mondo, hanno varato la legge che autorizza la tortura, lei se ne è resa conto? Non ho visto valorizzato sui giornali il fatto che quest’anno è passata una legge che autorizza la tortura ed è passata la legge che abolisce l’habeas corpus, la base di ogni diritto in qualunque democrazia. L’habeas corpus è dal tempo dei latini il diritto di sapere perché mi stai privando della libertà, è il diritto di avere un avvocato. Alcuni dei senatori repubblicani respingevano la legge e, assommandosi con i democratici, non passava, ha fatto lobby Bush e ha fatto passare questa legge. Gli Stati Uniti aboliscono l’habeas corpus e autorizzano la tortura: sono due notizie da prima pagina, invece non se ne è accorto nessuno.

Perché non ha più lavorato in televisione?
Sono dieci anni che non lavoro più in televisione, perché non lo so nemmeno. Il contratto non me lo confermò la Moratti, quando lei era presidente nel 1994, e poi quando c’è stato il governo di centrosinistra non è cambiato niente. Bisognerebbe chiedere a Giuliana del Bufalo, ex sindacalista Rai, amica di Craxi, che telefonava ai direttori a dire “Minà non è gradito”, ancora adesso non so a chi. A me non piace fare la vittima, per questo ho reagito e, per fortuna, il destino mi ha dato ragione. A febbraio sono andato a Berlino a prendere il più importante premio per i documentari al mondo, il Berlinale Kamera per i sei documentari su Cuba, la laica Germania non ha i problemi di certa sinistra italiana. Sono andato in Germania quest’anno a prendere questo premio e ho considerato quanto era stato giusto non lamentarmi e non fare la vittima e continuare a lottare. Tre anni fa ho vinto il Montreal, ho vinto il Nastro d’argento, il David di Donatello, è nata un’altra vita per me. Ho potuto, siccome il mestiere lo sapevo fare, prendermi la mia rivincita. Ma quanti colleghi, bravi come me, o più bravi di me, hanno dovuto prendere lo scivolo e andare in pensione perché, fra virgolette, non erano graditi a qualcuno? Gente che ha reso migliore la nostra vita, perché ci dava un’informazione onesta e che da un giorno all’altro non ha potuto fare di meglio che andarsene.

In Italia hanno avuto grandissimo successo i suoi documentari su Maradona.
Ho fatto 10 dvd con Diego con Rai Tre, che era la struttura della Rai che mi ha chiamato solo perché 8 dei documentari di cui sta parlando erano di mia proprietà, quindi non avrebbero potuto fare il programma senza di me. Per fortuna, in quegli anni, quando giravo il mondo e andavo dietro alle grandezze e alle miserie di Diego, ho capito che era meglio che producessi da solo quello che facevo e ho fatto un prodotto che l’ufficio marketing del mitico gruppo RCS ha giudicato azzardato. Ho insistito perché uscisse e abbiamo fatto il record italiano della vendita di dvd: 1.400.000 dvd, il doppio di quanto ha fatto sua Santità Giovanni Paolo II con le due puntate su di lui. Dopo un successo simile, l’ufficio commerciale della Rai avrebbe dovuto chiamarmi e chiedermi se avevo altre idee. Non mi ha chiamato nessuno, è come se non fosse successo nulla, perché si stanno facendo la guerra in Rai e bloccano una struttura.

In questa situazione, secondo lei, come è possibile informarsi correttamente?
Per un giovane, invece di giocare con la playstation, ti metti a lavorare nella ricerca in rete, con diffidenza, perché molte cose di quelle che ti propongono in rete sono false, sono cose suggerite perché tu indirizzi il tuo pensiero verso un determinato obiettivo, però la rete è anche una grande fonte di conoscenza. Se tu hai la voglia ogni giorno di dedicargli un’ora in modo serio e poi, anche se le pubblicazioni di giornali in particolare sono grotteschi e certe volte nel loro informare in realtà non informano, io penso che comunque anche il più brutto giornale del mondo, letto ogni mattina ti lascia comunque delle sementi che puoi sviluppare se hai forza e tempo. La lettura di libri è importante e la visione di documentari, io credo che il successo che Michael Moore ha restituito al documentario è importante, la gente, stanca delle menzogne della tv è andata a comprarsi i documentari per sapere la verità su certe cose.

E come è possibile informare?
Bisogna viaggiare, muoversi, andare sul posto, vedere con i propri occhi. E poi, lei ha registrato ciò che ho detto, può farne ciò che vuole, ma con onestà.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'