Chiara Ingrao. “Il rumore del silenzio”

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Il resto è silenzio (Baldini e Castoldi 2007) è l’ultimo libro di Chiara Ingrao, nota per il suo impegno nel femminismo dagli anni Settanta e nel pacifismo dagli anni Ottanta.

Il resto è silenzio (Baldini e Castoldi 2007) è l’ultimo libro di Chiara Ingrao, nota per il suo impegno nel femminismo dagli anni Settanta e nel pacifismo dagli anni Ottanta. Fondatrice dell’Associazione per la pace, ha contribuito alle prime iniziative comuni tra pacifisti israeliani e palestinesi, al movimento contro la guerra in Iraq ed alle iniziative di pace e di solidarietà nei Balcani. Oggi interprete, ha lavorato come sindacalista, parlamentare, consulente del ministro per le Pari opportunità. Alcuni tra i suoi libri, articoli e saggi che testimoniano questo percorso sono scaricabili gratuitamente alla pagina www.chiaraingrao.it.
Nel libro, presentato la settimana scorsa alla Casa Internazionale delle Donne, la guerra fa da sfondo al racconto di Sara, al suo incontro/scontro con la sofferenza degli altri e con le proprie insicurezze. La protagonista nei giorni della guerra in Libano ascoltando casualmente un frammento di conversazione in autobus, ricorda il periodo di un’altra guerra, quella nei Balcani, il periodo in cui ha ospitato Musnida, una donna jugoslava. Al tema dei conflitti, quello nei Balcani e quello in Libano si intrecciano i temi della paura dell’altro che diventa paura di ascoltare se stessi. I muri che la guerra crea non sono soltanto muri di cemento ma barriere tra le persone che frantumano le identità, che creano addirittura termini nuovi rendendo diverso e lontano ciò che potrebbe non esserlo. Tutto è visto, però, con gli occhi della quotidianità, da parte di personaggi che hanno rinunciato ad una dimensione eroica. Musnida è l’Ismene del mito sofocleo che non ha il coraggio di sua sorella Slavenka-Antigone. Anche Sara è l’antieroina, anche lei ha una sorella più bella, più forte, più coraggiosa di lei. Racconta i loro rapporti e la sua amicizia con Musnida nata prima della guerra e l’impossibilità apparente di continuare a capirsi dopo di essa ma soprattutto racconta il bisogno di ritrovare un’identità comune e una parola che come per il loro lavoro di interprete sia un ponte tra le loro diverse identità.

Perché questo titolo, Il resto è silenzio?
Ci sono due riferimenti principali. Questa battuta chiude l’Amleto di Shakspeare e fra i due personaggi principali l’amicizia nasce molto tempo prima dell’epoca in cui si racconta la storia, da tante cose in comune, in particolare da un grande amore per la letteratura e per Shakspeare in particolar modo, e quindi da un’identità comune che è un’identità culturale, di valori, di modo di sentire che potremmo dire europea. Un’identità che una guerra nega, rendendoci quelle stesse persone estranee, etichettandole come profughe, cercando per loro e per i loro conflitti nuovi termini che rendano distante e diverso ciò che prima non lo era. L’altro motivo è più semplice: il tema del silenzio percorre un po’ tutto il libro. Musnida affronta con il silenzio la sua sofferenza, di contro Sara vive con disagio, con rabbia a volte, quello stesso silenzio. Un silenzio ancora più incomprensibile dal momento che entrambe lavorano con la parola.

Le protagoniste sono, infatti, delle interpreti, come te. Qual è il significato che dai nel libro, ma non solo, a questo lavoro?
L’interprete accetta la sfida della parola, pensa che essa è sempre comunicante ed è un ponte tra le diverse culture e identità. Si crea un paradosso nel libro, come nel tempo in cui viviamo. Da un lato si pensa che tutto è comunicabile, tutto si trasmette, tutto è ormai globale; dall’altro si hanno invece tanti silenzi, il cui significato, spesso, rimane senza risposte. Il silenzio che attraversa il libro è l’enigma al quale ogni lettore risponderà a suo modo.

Alle due coppie di sorelle di quaggiù e di laggiù si aggiunge un’altra coppia di sorelle, quella mitica Antigone-Ismene. Perché il rifarsi al mito?
Al mito ci si rivolge quando fatichiamo a trovare le parole per qualcosa più grande di noi. Negli anni della guerra nei Balcani ero parlamentare, dirigente del movimento pacifista e impegnata nel movimento della solidarietà e mi sono accorta come le parole della politica fossero inadeguate a rappresentare un qualcosa di così terribile e tanto più grande di noi. Ho avvertito il bisogno di usare le immagini e le parole del mito ma con la stessa forza ho sentito di volere e di dover guardare a quelle immagini attraverso gli occhi piccoli della quotidianità. Quello che sentivo e sento tutt’ora è il nostro trovarci di fronte a cose grandissime ma nello stesso tempo a vivere i piccoli disagi, le minime sofferenze del quotidiano, a cui bisogna comunque dare voce.

Già eri ricorsa al mito nello scritto di riflessioni sulla guerra e sul rapporto delle donne con essa: Da Andromaca a Cassandra. Quanto è lontano l’archetipo di Andromaca, come è cambiato il rapporto delle donne con la guerra?
Sono più di vent’anni che mi interrogo su questo rapporto e continuo a farlo tutt’ora. Sono partita da Andromaca per spiegare quanto sia cambiata la guerra stessa. Nel mito l’uomo esce dalla cittadella per andare a combattere e la donna resta all’interno della cittadella ed è esente dalla guerra a meno che il suo uomo non torni sconfitto. C’era un patto: la donna dava la propria subordinazione per ricevere in cambio protezione. Invece con le guerre moderne, l’attacco ai civili, dentro la cittadella è diventata prassi. L’abbiamo visto con la guerra dei Balcani, in Medio Oriente, in Iraq. Oggi si combatte travolgendo i rapporti dentro la comunità e quindi i civili non sono più un obiettivo collaterale, ma diventano quello prioritario.

È ancora possibile portare avanti un progetto di pace come hai fatto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni Novanta, esperienza che racconti in Salaam Shalom. Diario di Gerusalemme, Bagdad e altri conflitti?
Allora pur misurandoci con questioni drammaticissime, nutrivamo forti speranze e riuscivamo, in qualche modo, a tener testa alla cultura della guerra. Oggi quella cultura ha vinto. Si espandono i fondamentalismi nel mondo islamico come in Occidente. Oggi è sicuramente più difficile. Gli eroi contemporanei sono soltanto eroi feroci e terribili, ma ci sono anche le persone come Musnida che rifiutano la logica della violenza e che non pensano di cambiare il mondo con una rivoluzione di un giorno ma attraverso tanti piccoli gesti. Nel finale del libro non c’è nessun trionfo ma c’è una speranza aperta.

Perché i personaggi di contorno del libro, le persone che circondano Sara e Musnida, sono tutti in qualche modo negativi?
…E nelle prime versioni era ancora peggio! I personaggi occidentali erano tutti negativi, poi mi sono resa conto che anche questo era un eccesso, un alibi per affidare ad altri il compito di liberare il mondo per noi, perché tanto ormai noi occidentali siamo una società perduta. Ho cercato, quindi, di raccontare semplicemente tante fragilità, piccoli egoismi che però non è detto che non possano migliorare. Il percorso di Sara, con tutte le sue intolleranze, i suoi fastidi è in fondo quello di una persona che non chiude del tutto la sua vita all’altro. Ci sono varie soggettività che si scontrano, che si trovano nella difficoltà di dover affrontare le sofferenze non soltanto proprie ma anche degli altri. Ma da ciò può avvenire uno scambio reale.

In un libro di recente pubblicazione Le donne: una rivoluzione mai nata, Fabrizio Marchi afferma che la mercificazione della donna è dipesa da lei stessa che ha voluto imitare i modelli del “maschio dominante”. Come giudichi questo testo?
Non giudico un libro che non ho letto ma rispondo alla frase che mi riporti. Già parlare di Donne come blocco mi dà fastidio e poi non sappiamo realmente quanto di diverso hanno portato negli ambiti che prima erano soltanto una prerogativa maschile. E poi il segreto sta nel non fermarsi mai ai dati di superficie, bisogna interrogarsi di più e mettersi maggiormente in ascolto. Soprattutto essendo uomini.

Un consiglio ai lettori?
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone di Monica Viola. Come dice l’autrice: «la cronaca di una generazione senza identità: troppo giovane per il ’77 e troppo vecchia per gli anni 80». La storia di una generazione vissuta durante gli anni di piombo e delle stragi di Stato, raccontata attraverso gli occhi di una bambina che si trova a dover affrontare le difficili prove che la faranno diventare una donna.

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