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Simone Lucciola: “Punk Rock will never die”

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Simone Lucciola è un artista che vive, per necessità, nell’underground. Di lui non leggeremo (almeno non in questi giorni) sui giornali d’arte, ma se vogliamo saperne di più lo troviamo...

Simone Lucciola è un artista che vive, per necessità, nell’underground. Di lui non leggeremo (almeno non in questi giorni) sui giornali d’arte, ma se vogliamo saperne di più lo troviamo sulla sua fanzine “Lamette”, una rivista (anche on line) orgogliosamente autoprodotta che tasta il polso alla scena punk rock mondiale e recensisce comics anch’essi ispirati dal caro vecchio rock‘n’roll. In una nazione che ha, per quanto riguarda i fumetti, una diffusione carbonara, parlare di artisti come Simone significa dare una spallata all’indifferenza. Simone si occupa anche di musica, è proprietario di un’etichetta (“Lamette records”), suona nei Blood ’77 (rumoroso gruppo punk-power pop che ha prodotto un disco intitolato “Romantic Hotel” nel 2006) e dipinge splendidi ritratti di punkrocker, copertine di dischi e locandine di concerti. Le sue opere potete vederle su lamette.
Oggi ho fatto con Simone una chiacchierata ed è stato molto gentile e disponibile. Ad averne un milione di Simone Lucciola.

Sulla spinta di quali artisti hai cominciato a disegnare?
Difficile ricordare i nomi, visto che ho iniziato a disegnare a cinque o sei anni. Sicuramente sono stato influenzato dai cartoni animati che davano in televisione venticinque anni fa (qualche rarissimo Disney e l’intera invasione dei japs, che in un primo momento non erano per niente soft), oltre che dalle improbabili versioni spaghetti di cavalli di battaglia a fumetti di autori stranieri. Credo che a quei tempi pressoché tutti i bambini leggessero Braccio Di Ferro (il Popeye nazionale) e comprassero più o meno regolarmente Il Corriere dei Piccoli e Il Giornalino, e il sottoscritto certamente non è stato da meno.

Credi che la fama ed il successo possano, per così dire, addomesticare (quando non addirittura addormentare) la creatività?
Non saprei dirtelo esattamente, perché non ho mai avuto né l’una né l’altro. Però se dovessi esprimere un’opinione a bruciapelo ti direi che la creatività, per essere vissuta senza vincoli di sorta, ha sicuramente bisogno di soldi e di un tenore di vita favorevole: due cose almeno apparentemente legate al successo. Se ci pensi, del resto, molte idee rimangono nel cassetto esclusivamente per mancanza di mezzi, o perché ci sono altre esigenze meno nobili che pressano: mangiare, tanto per dirne una. Per cui, senza essere inutilmente romantico, mi limiterei a ritenere addormentati solo ed esclusivamente quelli che “creano” col tassametro alla mano: il successo probabilmente non c’entra affatto con la propensione a vendersi al meglio. Il dramma, naturalmente, è che molta creatività venduta bene equivale a un posto al ministero su raccomandazione dello zio prete, e che rimirando gli artefatti che ne scaturiscono ti domandi perché l’autore non sia andato effettivamente a bussare alla porta del parente prelato.

Tu oltre alla passione per le arti figurative suoni in un gruppo (i BLOOD ‘77): vedi una continuità in quello che produci nei due campi?
Più che vederla la rincorro, nel senso che da un po’ di tempo a questa parte cerco di corredare rigorosamente ogni uscita su disco dei Blood con un carnet di illustrazioni realizzate appositamente da uno o più disegnatori, me compreso o escluso. Il che poi è semplicemente ritornare al vecchio concept grafico degli anni ’70-’80, a cui sono rimasto comunque molto legato. In senso più largo, invece, non vedo alcuna continuità di sorta se non nell’approccio, che è intrinseco per definizione.

Vivi a Formia, che non è certo New York, o un’altra capitale dell’arte. Quanto ha inciso sulla tua formazione crescere in una realtà provinciale?
Abbastanza. Una realtà provinciale è una realtà dove non ci sono mezzi, e dove la fantasia deve svilupparsi per forza di cose, anche e soprattutto per sopperire all’assenza di riferimenti concreti. Contemporaneamente, però, la provincia non è dispersiva come il contesto urbano, quindi è più probabile che le cose inizino e finiscano. Sembrerà banale, ma è più facile mettere in piedi qualcosa con persone che puoi incontrare facendo il giro del quartiere che non con persone che stanno dall’altro capo di una metropoli.

Tu produci anche una fanzine (sia cartacea che online), ed il sito che curi, lamette (un database di articoli e recensioni sul punk rock) registra numerosi contatti ogni giorno. Credi che le fanzine cartacee abbiano ancora un futuro o credi che stiamo avviandoci ad un mondo incapace di leggere diversamente che su uno schermo?
Credo che ci stiamo sicuramente avviando verso lo sfacelo, se per sfacelo intendi un mondo semianalfabeta che scrive con la k al posto della c, sopprime le vocali perché non ha tempo e voglia di inserirle e ignora la punteggiatura. Ciò premesso, trovo che le fanzine cartacee abbiano ora doppiamente senso, così come tutto il complesso lavoro artigianale che c’è dietro, e che testimonia che le cose belle non si possono friggere e mangiare come i surgelati, ma ci vuole cognizione di causa e dedizione alla causa. Fermo restando che il personal computer – inteso come mezzo creativo e non come sedia a rotelle delle sinapsi – per me è e rimane la più grande innovazione culturale del ventunesimo secolo, e Internet è l’enciclopedia che ho sempre sognato.

Ho visto che ti sei autoprodotto un libro di poesie. Nella tua scrittura trova spazio anche la prosa o ti ritieni un poeta tout court?
Non mi ritengo un poeta in realtà, ma soltanto un tale che ha l’abitudine di appuntare dei pensieri a mo’ di diario e di rielaborarli successivamente. Sì, certo, mi interessa anche la prosa. Ho una bella collezione di racconti per lo più brevi sepolti nei meandri di questo PC, e se devo dirla tutta non mi dispiacciono, anzi, li pubblicherei volentieri, ma non a mie spese. Per il momento – in mancanza di offerte – mi limito a passarli a tutte le riviste o fanzine che me li accettano. Un’antologia in progress? Forse. Magari quando ne avrò scritti quarantanove…

In che stato è la scena del rock “alternativo” italiano, visto che tu lo frequenti da protagonista?
Comatoso. No, non è vero, ha i suoi alti e bassi. Però preferirei che le nuove leve la smettessero di copiare pedissequamente i gruppi del passato. Oggi sanno tutti suonare, però quando ascolto questi dischi superprodotti ho nostalgia delle demo suonate male e registrate alla brutto dio su una TDK. Forse sarò sbagliato io, chi lo sa…

Disegni anche fumetti, in questo campo da chi ti senti maggiormente influenzato?
Bonvi in primis, dal momento che è il primo autore con la A maiuscola che mi sia stato dato di leggere. Le sue “Cronachedeldopobomba” hanno influenzato pesantemente il mio modo di concepire i fumetti, tant’è che gli ho reso tributo citandole esplicitamente più di una volta. Gli altri classici invece sono sicuramente Pazienza, Tamburini, Magnus e Crumb. Mi piacciono molto anche disegnatori dell’ultima generazione come Mike Diana, Miguel Ángel Martìn, Ivan Brunetti, Richard Suicide, o gli italianissimi Maicol & Mirco, SS-Sunda, Silvano, Ratigher, Paper Resistance, Marco Corona. Non è un caso che siano apparsi tutti sulle pagine di “Lamette” o di “Nervi”, un’altra rivista a fumetti diretta dal mio amico Andrea Grieco e impaginata dal sottoscritto.

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