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Scrittura, voce, canto: variazione in verde

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa si sedeva in un angola, apriva il libro e cominciava a leggere, oppure prendeva carta e penna e scriveva. Intorno a lui l’odore del caffè, della vaniglia, del cioccolato o della ricotta

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa si sedeva in un angola, apriva il libro e cominciava a leggere, oppure prendeva carta e penna e scriveva. Intorno a lui l’odore del caffè, della vaniglia, del cioccolato o della ricotta, l’odore tipico della pasticceria palermitana in cui alle chiacchiere si univa il vizio dell’abitudine: stesso tavolo, stesso cannolo, stessa tazzina fumante di caffè.
Qui non siamo a Palermo e non siamo in una caffetteria ma in un bar. Anzi, in una libreria che funziona anche come bar. Il pavimento è a scacchi bianchi e neri, alle pareti ci sono mensole laccate di rosso e tanti libri in esposizione, in fondo alla stanza c’è il banco con la macchina per l’espresso e quella per la birra alla spina, lo scaffale con le bottiglie dei liquori. Siamo a Roma, nella libreria “Giufà” di via degli Aurunci. Non c’è odore di caffè e i ragazzi seduti ai tavoli sorseggiano aperitivi spalmando di salse piccanti alcuni crostini. Parlano sottovoce, ridono.
Lei si aggira per la sala abbracciando ora questo ora quello. E’ vestita di scuro, una maglietta nera sopra un jeans blu. Intorno al collo una lunga sciarpa di ciniglia verde. Ha i capelli sollevati sulla testa, un accenno di rossetto, un’ombra azzurra a contorno degli occhi. Aspetta che si faccia ora, che arrivino tutti. Nasconde benissimo l’ansia dietro grandi sorrisi. Intorno all’indice della mano destra ha legato un laccetto dello stesso colore della sciarpa e quando parla la mano sembra tracciare nell’aria arabeschi verdi.
Adesso si siede. Ha alle spalle lo scaffale coi liquori. Guarda i ragazzi che sorseggiano l’aperitivo, alcune donne sedute sulle poltrone, e comincia a parlare:
“Sono qui, stasera, per leggervi un mio testo; senza introduzione, senza dirvi da dove viene e perché ve lo leggo, felice di vedervi in attesa. Mi sento inquieta, ma quando si inizia una cosa bisogna portarla avanti fino alla fine, come diceva la nonna alla nipote: «Sii fedele alla tua storia fino in fondo così alla fine il Silenzio parlerà, basta».
Nel locale si fa silenzio. Solo la sua voce comincia a spiegarsi con una vivacità che diventerà dolcezza e poi dubbio e poi affermazione categorica e poi incertezza e poi rabbia, disillusione e dolcezza, ancora, e pianto, fino a intessere il controcanto di un pezzo splendidamente interpretato da Charles Aznavour.
Lei è Clara Galante, attrice, cantante, interprete accurata di se stessa. E’ suo, infatti, il testo che sta recitando, un rotolare di sillabe che intrecciano una storia in cui la scrittura fa da canovaccio e la voce è spina dorsale e tutta la persona – quieta, composta, priva dell’enfasi che accumula finzione intorno a una mestierante – si presta al gioco della scrittura, diventa scrittura essa stessa nel momento in cui la scrittura prende corpo attraverso di lei.
C’è un verde che domina, una stanza verde. Quella in cui Karen Blixen riceveva i suoi ospiti e li intratteneva raccontando l’Africa, o le sue storie gotiche. Il verde è anche il colore dell’apertura, dello spalancarsi agli altri per accoglierli facendoli diventare parte di sé. La storia è quella di una cantante, Pellegrina Leoni (protagonista di uno dei sette racconti gotici di Karen Blixen) che perde la voce in seguito a un incendio del teatro in cui si stava esibendo.
Clara – come ci dirà in seguito – ha scoperto i racconti a Parigi, si è innamorata della Blixen, ha cominciato a fare ricerche su di lei, è rimasta incantata dalla stanza verde, ed è in questa che lentamente si è collocata provando ad accompagnare la sua voce a quella di alcune grandissime della musica: Bessie Smith, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Elis Regina, Janis Joplin, Maria Callas, Cathy Barberian, Nina Simone, Mia Martini. Donne che hanno messo il canto al centro di se stesse, che hanno vissuto una vita non facile: dipendenti dall’alcol, o dalla droga, o dall’amore, un gran bisogno d’amore che le ha spinte a commettere azioni inconcepibili, che talvolta le ha portate alla morte. Sono donne sulla cui biografia Clara si è soffermata a lungo, e che adesso prendono vita in questa protagonista che della creatura della Blixen possiede solo alcuni tratti, per il resto vive di vita propria, ed esprime una consapevolezza della sua autrice: “Bisogna riscoprire se stessi come un prisma: non una, ma molteplici facce, molteplici aspetti nei quali ritrovarsi per non perdere la propria identità”.
Sono donne, però, che appartengono a una razza ben precisa: “Quella dei sogni” e non si accontentano di qualcosa “che sia al di sotto della perfezione”.
“Tutte incapaci a mantenere il giusto
equilibrio tra due estremi
destinate a rendere felici gli altri
e infelici se stesse senza alcuna speranza”.
E perciò soffrono, si scontrano con una realtà che le isola: “Sognatrici che camminano a occhi aperti” in una solitudine senza rimedio.
Il canto – e la conseguente impossibilità di cantare a seguito dell’incidente – accompagna l’accorato monologo di Pellegrina Leoni:
“A cantarla, la vita, diventa più semplice” dice, e chissà se è davvero così. Perché quando la voce diventa tutto – il tutto intorno al quale si fa girare l’intera vita – la perdita di essa equivale a una fine della stessa vita:
“Ero diventata muta.
Mi sembrava crudele più di ogni cosa al mondo
che il mio dolore potesse essere muto”.
Una cosa insopportabile. Perciò si tenta il gesto estremo: si prende una pistola, si preme il grilletto. Per fortuna, però, non accade nulla. E’ Dio che dà un’altra possibilità.
La parola “Dio” ricorre spesso in questo testo laico che canta l’amore e le donne, l’imperfezione delle donne (“Ormai so ragionare in tutto e per tutto / sia come donna che come uccello / sempre con la gioia delle ali / confesso una ferita / qui, ma si può volare / anche con qualche / imperfezione. Giuro”) e la loro grandezza quell’essere prigioniere di una galera di pirati, piratesse esse stesse, che rincorrono ideali di suprema libertà. Un Dio inteso come essenza, come ricerca di una spiritualità che prescinde da ogni forma di religione incardinata in dogmi e precetti:
“Devi per forza seguire la sua idea / sapete come è Lui / ha sempre l’ultima parola. / E’ scritto: Dio aggiusterà ogni cosa / si prenderà cura di te (…) e il tuo dolore avrà fine…”. Lui ha le sue idee, a noi non è concesso di capirle. Noi possiamo solo sviluppare e seguire e servire l’idea che Dio ha di noi (ci dirà Clara) , ed è in questo che consiste la vocazione, il talento, la santità.
E la rassegnazione? Ci si rassegna alla perdita di quella parte di sé che è diventata il fulcro della vita? Ci si può ancora consegnare alla speranza? Intervengono, a risposta, i versi di Mario Luzi:
“Occorre una specie di rogo purificatorio / del vaniloquio / cui ci siamo abbandonati / e del quale ci siamo compiaciuti. / Il bulbo della speranza, / ora occulta sotto il suolo / ingombro di macerie / non muoia, / in attesa di fiorire alla prima primavera”.

Il monologo è interrotto da alcuni brani di musica: il primo è “Il rondone” della Banda Osiris, arrangiato da Gianluigi Carlone sull’omonima poesia di Eugenio Montale. Ed è la voce dello stesso Montale che a un tratto irrompe e comincia a recitare:
“raccolto sul marciapiede
aveva le ali ingrommate di catrame
non poteva volare
gina che lo curò sciolse quei grumi
con batuffoli d’olio e di profumi (…)”
una voce vivace, per nulla lugubre o cantilenante come talvolta lo sono quelle dei poeti.
“Ermetica la poesia” dice Pellegrina “la melodia no / la musica è come la magia (quella seria) / una volta che qualcuno la usa su di te / non riesci più a liberartene del tutto / droga, alcol, uomini e jazz / cose da cui bisognerebbe star lontano / veleni e contravveleni”.
Anche il secondo pezzo è arrangiato da Gianluigi Carlone: “My favorite things” tratto dall’indimenticabile film: “Tutti insieme appassionatamente”.
E infine la voce di Aznavour, che canta: “Lei”.
“Ma adesso mi piacerebbe sapermi in pace” dice a conclusione Pellegrina “sapere che il mio cuore è tornato leggero, discontento e fecondo”.
Aznavour canta.
E Clara duetta. Mentre la sua mano traccia nell’aria arabeschi verdi.

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