I diamanti sono i migliori amici della morte

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Hirst. Damien Hirst. Per chi non lo conoscesse è l’artista contemporaneo più celebre. Ha fatto scandalo, ha scosso la critica, l’ha divisa.

Hirst. Damien Hirst. Per chi non lo conoscesse è l’artista contemporaneo più celebre. Ha fatto scandalo, ha scosso la critica, l’ha divisa. Ormai di lui non è che se ne parli in termini elevatissimi. Si sa, la critica tende a detestare chi ha potere e denaro. E lui ne ha. Soprattutto di denaro.
Ha avuto successo grazie all’uso della formaldeide: in grosse vasche di un celeste marino, ha reso immortali squali, addirittura pecore o buoi infilzati come San Sebastiano.
Ha spiaccicato mosche su tele, ha infilzato farfalle. Si dice che la sua poetica si confronti con i temi più elevati, soprattutto con la morte. Storia già sentita? Sì. Ma Damien Hirst è andato oltre la semplice riflessione. Ha fatto cose che nessuno si sognerebbe di fare, nemmeno nei peggiori incubi.
In questi giorni mi sono fatta un giretto a Londra. Un giretto virtuale. Sul sito della Tate Gallery c’è la possibilità di fare un corso on line di arte contemporanea. Il primo livello è gratis ed è propedeutico per accedere al secondo, che invece è a pagamento. Ho passato le mie pause pranzo davanti al computer. Una volta iniziato il corso, non riuscivo a smettere. La formula didattica è semplice e ben fatta. Permette l’interazione che si basa sullo scrivere. Ed è anche un buon esercizio per allenare l’inglese.
Non c’entra niente a questo punto, ma all’improvviso mi torna in mente un altro artista, Marc Quinn, che ho visto quest’estate a Roma. Anche lui inglese, come Hirst, anche lui associato ad Hirst nell’intento provocatore. Di Quinn ho visto una scultura a dir poco stramba: il ritratto del figlio neonato realizzato con un materiale, ehm, organico: la sua stessa placenta. Mi fece ridere fino a star male (ma non so se stavo già male per il conato di vomito) una custode del museo che mi ha confessò un incidente: la testa di placenta doveva essere conservata in un frigorifero per evitare che il sangue si sciogliesse. Al museo, essendo sprovvisti di frigoriferi così capienti, hanno pensato bene di conservare l’opera d’arte, prima di esporla, nel frigo che il bar usava per i gelati. Ma la chiusura era un po’ difettosa: meno male che qualcuno se n’è accorto prima che la placenta si sciogliesse sfigurando la scultura. Fatto sta che del sangue pare sia rimasto nel frigo per i gelati. La custode raccontava tutto in romanaccio, coprendosi gli occhi. Lei quella scultura non voleva vederla. Le faceva schifo. Non mi sognerei mai di prendere in quel museo nemmeno una bottiglietta d’acqua. A Quinn era capitato in effetti un altro incidente simile. Aveva realizzato il suo autoritratto, chiamandolo Self, utilizzando litri e litri del suo stesso sangue. Per resistere aveva bisogno di stare ben fresco. La scultura si è sciolta per via di un operaio che aveva dimenticato di collegare la corrente elettrica al refrigeratore.

Comunque, a parte gli aneddoti bizzarri, la mostra di Quinn mi piacque. Usava materiali organici e non solo il sangue e la placente ma anche dna umano e vegetale sintetizzato, materiale chimico come le medicine, impastato nelle sculture eteree e bianchissime, di foggia neoclassica. Interi corpi come medicati, ma anche mutilati, esprimendo la bellezza anche nella malattia e nella deformità.
Tornando al corso on line della Tate, mi ha fatto riflettere una sezione dedicata a Duchamp. È celebre la sua operazione di usare latrine, decontestualizzarle esponendole in un museo. All’epoca la cosa fece trasalire non pochi. Ma come si può giudicare arte il semplice gesto di esporre un pisciatoio pubblicamente? Tutti siamo buoni a farlo. Sì, spiegavano quelli della Tate, tutti avrebbero potuto farlo. Ma perché nessuno ci aveva mai pensato prima? È questa l’arte oggi. L’idea. Semplice. Che disturba e sposta i piani. Oggi Duchamp è considerato uno dei più grandi innovatori. Non è più l’arte intesa come artigianato, fare concretamente qualcosa a mano, ma è la realizzazione di un’idea.
A metà di questa operazione si situa Hirst e la sua ultima trovata. Dal primo giugno è esposta (con uno straordinario spiegamento di sistemi di sicurezza), sempre a Londra, la sua ultima creazione: un teschio realizzato in platino, completamente coperto di una cosa come 8.500 diamanti.

È esposto alla nuova galleria White Cube 3 di Jay Jopling, dove è allestita una mostra su Hirst che prevede ulteriori stranezze. Lo show si chiama Beyond Belief. Ma il pezzo forte è proprio questo teschio gioiello. I commenti si dividono tra la celebrazione dell’ennesima idea rivoluzionaria di Hirst e per contro l’inutilità della stessa e l’eccessivo dispendio di denaro per realizzarla. In realtà Hirst si è servito di un team che ha provveduto a recuperare tutti i diamanti necessari e a incastonarli. La forma del teschio si basa sulla testa di un uomo di trentacinque anni che Hirst aveva comprato non so dove. Di quel teschio ha lasciato come unico elemento originale i denti, debitamente ripuliti. Secondo l’artista, l’opera – che ha chiamato For the love of God – è un’ovazione alla vita. Viene resa preziosissima l’ultima rimanenza di forma che generalmente si riconduce alla morte. Per cui, per certi versi, Hirst fa un’operazione inversa rispetto a Quinn: non è il materiale organico che, refrigerato, mantiene l’immortalità dei volti e della nascita, ma il lusso, espresso attraverso gli sbrilluccicanti e costosissimi diamanti. Se non avessi letto la spiegazione di Hirst, paradossalmente la cosa mi sarebbe piaciuta. L’avrei vista in chiave critica contro la ricchezza che, pur di essere esibita, si rende scheletrica e priva di carne e sangue pulsante, molto più refrigerata attraverso gli algidi diamanti, della placenta di Quinn.

E, tornando a Quinn e a ulteriori scheletri, mi paiono molto più efficaci i suoi, posti in pose di preghiera, chiamati Waiting for God e l’altro più ironicamente Waiting for Godot.

Come se la tensione a una ricerca spirituale e dunque alla risposta alla morte non si esaurisse con lo scomparire della vita, ma la trascendesse oppure, come se il pregare comunque non risolvesse il fatto che sempre a scheletro ci si riduce. Insomma, una artistica posizione aperta. Invece, nel prezioso teschio di Quinn, se la sopravvivenza alla morte può essere realizzata solo attraverso il ricoprirsi di un simbolo di opulenza, traspare un senso della vita quantomeno settario. In ogni caso, è indiscutibile che la ricerca nell’arte contemporanea, perlomeno in quella più in vista, si sta davvero riducendo all’osso.

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