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La maratona dei pirati dei Caraibi

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Mia sorella è una adolescente e è già una consumatrice impenitente. Il suo mondo è fatto di canzoni degli “Zero Assoluto”, telefilm di “Una mamma per amica”...

Mia sorella è una adolescente e è già una consumatrice impenitente. Il suo mondo è fatto di canzoni degli “Zero Assoluto”, telefilm di “Una mamma per amica” (da me ribattezzato “Mia mamma è una strafica”), vestiti di un negozio che si chiama Brandy Melville (che pare vada per le maggiore tra le dodicenni) e discutibili abitudini alimentari. Da tempo ho smesso i panni del fratello maggiore censore-bacchettone, constatando, con questo atteggiamento, di non ottenere nulla o peggio un acuirsi, per dispetto, di questi comportamenti superficiali e materialisti. Da un po’ di tempo, dicevo, ho cambiato tattica: mi sforzo di ascoltare i testi di Tiziano Ferro, di cantare le canzoni dello stucchevole “High School Musical” e ho provato a leggere Moccia e anche il primo libro della saga di Harry Potter. Tutto questo è finalizzato non solo alla conoscenza di questo fantastico mondo adolescenziale, ma, soprattutto, alla dissacrazione interna di questo mondo di merda. Ecco con lei mi comporto come se stessi affrontando una popolazione aborigena. Così quando in settimana mi ha chiesto di accompagnarla a vedere il nuovo filmone Disney ho detto subito di sì. Martedì, in tutto il mondo occidentale, c’è stata la prima globale del terzo episodio dei “Pirati dei Carabi”, una trilogia girata da Gore Verbinsky e un pool di esperti di computer grafica con gli attori Johnny Depp (nei panni di un pirata a metà tra Hunter Thompson e Keith Richards), il ciocco di legno Orlando Bloom (più moschettiere che pirata), l’anoressica Keira Knightley (più mascolina che femminina), l’australiano Geoffrey Rush (l’unica faccia da pirata-galeotto) e il cinese Yun-Fat Chow (si si: il killer di “The killer”). In occasione di questo evento planetario, quei furbastri del cinema Adriano di Roma, a piazza Cavour, si sono inventati una maratona filmica con la proiezione di tutti e tre i film: alle 17 “La maledizione della prima luna”; alle 20 “Il forziere fantasma”; alle 23 “Ai confini del mondo”. Non interrogandomi a sufficienza sul perché i film di cappa e spada siano tornati di moda, accompagno mia sorella e le sue amichette: Marta 1, Marta 2 e Marta 3. Non è uno scherzo, ma in classe di mia sorella ci sono tre Marta che vengono chiamate anche Marta A., Marta B. e Marta C. e, vi giuro, è l’iniziale del loro cognome. Sempre per rispettare la coincidenza tripartita, le tre Marta si erano divise il compito di portare quelli che vengono chiamati “generi di conforto” nel gergo dei filmofili: bibite, salati e dolci. In tutto questo mia sorella, che si chiama Annalisa, si era impegnata a comprare i biglietti per tutti. Tutti questi “generi di conforto” vengono trangugiati con ratio durante i tre film. Al primo ci mangiamo i tradizionali pop-corn con sopra, però, burro fuso all’americana che puzza veramente di piedi, accompagnati da the freddo estatè che è semplicemente al gusto di zucchero. Al secondo film Marta 2 tira fuori delle M&M, confetti di cioccolato e arachidi, e delle lingue morbide rosse ricoperte di sostanza che friccica in bocca. Alla prima pausa mi faccio offrire pure una Guinnes da mia sorella: mai quella nera broda ha avuto un sapore così amaro per il mio stomaco. Al terzo film Marta 3 svela un pacchetto di patatine in formato “contadine”, quelle più ricche di olio, e salta fuori pure una coca cola light. Mentre lo stomaco mi brucia sempre di più sotto i colpi della paprika delle Pringles, posso notare il pubblico alle pause. Constato che le mie accompagnatrici sono tra le più giovani dei, chiamiamoli così, “maratoneti”. Per lo più ci sono miei coetanei e c’è anche qualche trentenne, oddio in ultima fila pure quattro vecchietti. Il pubblico, quando appare Johnny Depp sullo schermo e, intendo, quando appare sempre, batte le mani e fa uuuu-uuuu e invece io penso che sia un insulto che l’unica candidatura agli oscar della sua carriera l’abbia presa per questa merda di film. C’è pure qualche fan indomito che si è acconciato per l’occasione con perline e nastri tra i capelli, scimmiottando la moda caraibica. Ma non dimentichiamoci dei tre film, parliamo anche di queste tre merde. Va detto che, anche a detta delle mie quattro dodicenni, sono tre film molto noiosi nonostante siano per buona parte film d’azione. Le battaglie poi sono fatte male, non appassionano per nulla. Il primo film rispetta qualche ambientazione piratesca e qualche regola proppiana, mentre il secondo e il terzo (girati tra l’altro insieme come un unicum) sembrano film fantasy dove la trama diventa sempre più strampalata, le motivazioni sempre più ridicole, i personaggi nulli. Le scene d’azione sembrano giri in giostra a Euro Disney, i galeoni si scontrano come i velieri della Coppa America, le scene d’amore sembrano delle pubblicità di Chanel e poco ci manca che i pirati tirino fuori come arma i cellulari e si mandino mail a vicenda.
Ma, sempre per parlare di merda, al terzo film mi sono perso alcune fondamentali sequenze per correre al cesso dell’Adriano, visita che non auguro a nessuno dopo l’occupazione di una sala per 9 ore. Tutte quelle schifezze da adolescenze mi devono aver fatto reazione nello stomaco perché, corpo di mille balene, mi sono cagato tutta la Santabarbara. Prima è uscita fuori liquida e acida come i gorghi dell’inferno, poi morbida come un polipo con tutto l’inchiostro e infine dura come uno stoccafisso. Insomma quando mi sono alzato nel water closet nuotava un leviatano di merda. Mi sono spaventato e ho tirato subito l’acqua con due chili di carta igienica. Quello è andato giù, non si è intoppato, ma con un fragore di risucchio che mi ha fatto tremare le vene ai polsi. Ho avvicinato l’orecchio alle maioliche del cesso e ho sentito un rumore di tubature che si spezzano, un ululato simile ai versi dei cetacei. Per un momento o pensato il peggio: ho temuto che il mio capodoglio di merda sfondasse tutto il sistema idraulico facendo sprofondare il cinema con le sue sale. Il mio pensiero è corso alla sala adiacente, da dove provenivano le urla dei pirati, e non per simpatia per il pubblico presente, ma per le quattro dodicenni sotto la mia responsabilità, mia sorella e le tre Marta. Quando già la tragedia mi era chiara, il rumore sotterraneo si è sempre più allontanato e affievolito fino a scomparire, come un calamaro gigante che torna alle sue profondità marine.
Me la sono vista brutta insomma. Ma lasciando perdere i pirati, mia sorella e le sue amiche e, soprattutto, la merda, mi sono ricordato che l’Adriano anche un’altra volta ha rischiato di scomparire. La storia me l’ha raccontata un partigiano di nome Rosario Bentivenga nella sua casa di Piazza Adriana, attaccata a Piazza Cavour, e mi è stata confermata da numerose testimonianze scritte e orali. Durante l’occupazione nazista di Roma nel 1944, i fascisti rimasti nella capitale vollero fare il loro congresso nell’allora Teatro Adriano, l’attuale multisala. Bentivenga, insieme al suo Gruppo Armato Partigiano (GAP), sistemò un finto estintore pieno di materiale plastico esplosivo nella platea. Si tenga in conto che Bentivenga è stato uno dei realizzatori dell’attentato di Via Rasella, l’atto di guerra urbana più sanguinoso contro i tedeschi di tutta Europa, e quindi non era uno che ci andava per il sottile. Il finto estintore non saltò in aria per un inceppamento e io mi immagino tutti i fascisti seduti accanto alla morte. Quando finì la guerra Bentivenga e altri ci misero un po’ a convincere il bigliettaio dell’Adriano che c’era una bomba inesplosa in sala. Quando gliela fecero vedere, quello chiamò i pompieri, gli artificieri e l’ambulanza per la paura.

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