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La fisarmonica, il vizio e il piatto di Cibele

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Mi capita spesso di pensare a “Non ci resta che piangere”, ed è sempre per un buon motivo. Massimo Troisi e Roberto Benigni nel medioevo, di colpo dentro un passato che li disorienta e poi li esalta, convinti, come si fanno,

Mi capita spesso di pensare a “Non ci resta che piangere”, ed è sempre per un buon motivo. Massimo Troisi e Roberto Benigni nel medioevo, di colpo dentro un passato che li disorienta e poi li esalta, convinti, come si fanno, del privilegio di poter cambiare la storia perché la conoscono, di fermare Colombo o emulare Leonardo, magari superarlo esportando il progresso in un tempo che li farà ricchi e famosi in qualità di esperti del ventesimo secolo e delle canzoni dei Beatles. E se la storia non si cambia né prima né dopo, che Vico ce lo ha detto, nemmeno la maggior parte di noi come quei due sarebbe in grado di costruire la cosa più usata ed elementare: lo sciacquone, o magari insegnare il tre sette al maestro Leonardo che non se ne farebbe niente. Insomma non è per il film o perché puntualmente son stata davanti la tv a vedere il Portobello della buonanima di Enzo Tortora con la sua sfilata di inventori ed originali; è che a me quelli che san fare davvero una cosa, però davvero davvero, son sempre piaciuti. Non parlo di chi arzigogolò il gioco degli scacchi o pose in essere l’infinitamente piccolo, o l’altro che acclamato dalla folla con pose d’artista, ed aria da grand’uomo, poi in fondo in fondo… no, dico di quelli più umili e pazienti, nascosti e sognatori, quelli che sotto la patina di ovvietà impostaci a dovere, continuano a seguire un pensiero e se ne fregano del detto e fatto ripetuto all’infinito. Gli artigiani dico. Parlo di quello che conosce la stagionatura e il luogo e il tempo migliore del suo legno per farsi un liuto, di uno zio Peppino che impara dall’oriente a costruire i marranzani, di un vecchietto che ha dato tutto per continuare a far violini, di un ciabattino che si alza presto per ricordarsi dei monumenti di quand’era ragazzo,di quando imparava a riprodurli in piccolo col sughero e col legno; parlo di uno che conosco io che anche se non è alla moda o necessario fa le fisarmoniche e le suona, ovviamente. Cominci a strimpellare e ti appassioni, poi lo strumento si sfascia, e che fai? lo apri.
Un momento però. Anche mio fratello faceva così. Ti arriva il gioco bello bello e lui: vediamo come è fatto, come funziona. Fine del gioco.
Invece l’amico mio Salvo Puglisi ha fatto di questa fissazione tipica dei ragazzi, un mestiere.
“Un giorno arriva mio padre con questo strumento, io comincio a curiosare… lo smonto, cerco di capire come è fatto per ripararlo, e dopo vari tentativi… la soluzione finale a Castelfidardo. Lì imparo il mestiere dagli artigiani, lavoro insieme a loro faccio il giro delle aziende”. Proprio come Paolo Soprani che ricevuto in regalo , in cambio dell’ospitalità, un organetto da un misterioso pellegrino venuto dall’Austria, di notte lo smonta e lo rimonta pensando, insieme ai fratelli, alla produzione di armonici su vasta scala. “E’ da vent’anni che vado e vengo da Castelfidardo, lì prendo i pezzi, me li faccio costruire per l’assemblaggio. Il lavoro dura due mesi, poi per la stagionatura di una fisarmonica passa un anno”. C’è quella jazz quella folk, con piccole sfumature a discrezione dell’artigiano e a richiesta del musicista, e certo è difficile estirpare dalla gente l’idea che sia solo Casadei, balere, circolo ricreativo per anziani; per quanto nasca come strumento del popolo minuto e i soldati al fronte, di notte gli emigranti, facevano vibrare le ance e giocavano sui pistoncini esalando sospiri e struggenti melodie verso una immota luna piena, tra una lacrimuccia e un colpo di mantice. “Una vera e propria orchestra racchiusa in una scatola”, fino a quando però negli anni sessanta, i fans di Elvis e dei ragazzi di Liverpool, invece che di commuoversi sentirono il forte bisogno di strapparsi i capelli. Tempi duri! Ma se anche Salvo mi prospetta la rivalsa, mi parla di elettronica applicata e della consacrazione ufficiale in conservatorio con decreto ministeriale eccetera eccetera, credo proprio non ce ne sia bisogno: avete mai visto suonare Antonello Salis? E non mi dite che non conoscete Piazzolla!
Di là c’è suo figlio, nel laboratorio uguale a quello di un falegname: pezzi di tastiera in giro, paiono i dentoni di Alberto Sordi e ci sorridono. Ha solo tredici anni ma comincia a imparare le riparazioni, l’organetto lo suona da autodidatta, e la fisarmonica, naturalmente. Suo padre vuol contagiare la malattia agli alunni delle scuole, partendo naturalmente da un punto debole a quell’età: quello di smontare lo strumento, vedere com’è fatto. E non si è fermato lì, ha mobilitato la famiglia ed altri artigiani per organizzare una festa alla fisarmonica. E’ la quinta volta che attira suonatori ad Enna. Come i musicanti di Brema si passano la parola per ritrovarsi nell’umbilicus Siciliae ad esibirsi: virtuosi e dilettanti, sbarbatelli con la sapienza di chansonnier parigini,studiosi di conservatorio a bassi sciolti, che anche se ne han due li senti a quattro mani, anziani suonatori di polke e mazurke, e quelli bravi al basso al pianoforte, anche se si chiamano Totò Fasòla (fagioli), davvero; e bimbetti col repertorio dell’inno dei mondiali come di Mozart e la Pantera Rosa.
Stamattina c’era anche Massimo La Guardia, percussionista degli Agricantus, dei Tammorra, dei Taberna Milensis, attore nei panni di un emigrante e suonatore di tamburello in un bellissimo scorcio del film “Nuovo mondo” di Emanuele Crialese e costruttore a Palermo di tammorre. Naturalmente.
Ne ha portato di svariate e colorate. Della decorazione si occupa Valeria, lì con lui a discutere di simboli geometrici, del cerchio la donna e la ciclicità, delle percussioni tra i popoli primitivi, delle tammorre siciliane. C’è anche la pelle di capra pronta da essere stesa sul legno, sembra un enorme foglio di papiro, bello da mangiarci dentro, sì, proprio come durante i riti in onore di Cibele, nel tamburello ad alludere al sacro nutrimento della musica. Ma se noi siamo quello che mangiamo, il contenitore di latta sul tavolo con la scritta “Pronto pizza”, ci riporta tristemente alle nostre cene veloci e svuotate di rito. Sarà lì per tenere i pennelli, penso, il martello, e invece no, ha un senso anche lui il contenitore di latta, lì dove tutto ha un senso creativo e diverso, nel laboratorio dell’ artigiano. Serve per fare quelli lì, La Guardia indica i piccoli cerchi neri…di latta, i piattelli di cui sa modulare il suono perfettamente intorno al cerchio della tamorra. Io forse con l’aria ottusa del cronista pronto a scoprire l’acqua calda, mi butto a chiedere il termine tecnico. Lui si stringe tra le spalle, vi affonda la testa e inarca le sopracciglia portando il pugno a carciofo nel centro della discussione, alla siciliana: “E come vuoi che si chiamino! Ciancianedde!”

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