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La femminile pornografia del ricamo

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Tempo fa scrissi di una mostra su Boltanski. Ci portai idealmente mia nonna, per immaginare che effetto le avrebbe fatto una mostra di arte contemporanea. Era spaventata.

Tempo fa scrissi di una mostra su Boltanski. Ci portai idealmente mia nonna, per immaginare che effetto le avrebbe fatto una mostra di arte contemporanea. Era spaventata. La maggior parte dell’arte contemporanea indaga il rapporto con la morte e con aspetti cupi del vivere.
Ma ci sono due tipi di atteggiamenti per relazionarsi con la vita. Uno è il disagio di vivere, che paradossalmente mi pare appartenga ai giovani. L’altro è la realistica accettazione che ci è dato un tempo per stare a questo mondo. E in questo tempo non c’è tempo da perdere in inutili pensieri. Bisogna vivere, prendendo ciò che c’è di buono e di vitale. Questo è l’atteggiamento che noto nella maggior parte dei cosiddetti vecchi. Un paradosso, no? I giovani sembrano (sembriamo) vecchi e i vecchi sembrano giovani e non comprendono l’atteggiamento delle generazioni successive. Questo porta a una distanza e a una mancanza di dialogo. Un tempo erano i giovani che supportavano e tiravano su di morale i loro vecchi. Adesso è come se si fosse invertita la naturalezza delle cose. Il fatto di avere un corpo vitale non vuol dire avere una mente altrettanto felice. Forse la chiave sta proprio nel corpo. L’arte contemporanea, che dovrebbe riflettere il mondo attuale, si è slegata dal corpo stesso. Lo indaga, certo, ma come cosa. Non come veicolo. Lo destruttura, scompone, svuota. Non è il corpo, la materia vitale che interessa, ma il lato concettuale, simbolico. Ci si perde così, inevitabilmente. Perché il corpo e tutto ciò che gli sta attorno è imprescindibile dalla vita, persino dalla ribellione ad essa.
Pasolini diceva che “Un corpo è sempre rivoluzionario; perché rappresenta l’incodificabile. È in esso che viviamo le situazioni codificate – vecchie e nuove – rendendole instabili e scandalose”.

A tutto questo mi ci ha fatto pensare una mostra di un’artista di origini egiziane: Ghada Amer, classe 1963, originaria del Cairo, che ha sviluppato la propria arte in Occidente, e adesso vive e lavora a New York. Le sue opere sono state esposte nei principali musei, dal MoMa di New York al Centre Pompidou di Parigi al KW Institute di Berlino ed è stata insignita per premio UNESCO.
I suoi lavori, ben 40 opere, sono esposti per la prima volta in un museo italiano, al Macro di Roma fino al 30 settembre. Se stavolta ci avessi portato nonna, sarebbe rimasta abbastanza spiazzata. Credo meravigliata, per certi versi, con una apparente scandalizzazione.
Neanch’io ho mai visto nulla di simile. Si tratta di ricami erotici. Detto così è un po’ riduttivo.
Vediamo per bene.
La Amer usa le tele come se fossero telai, restituendo alla tela, supporto pensato prettamente per dipingere, e la pittura storicamente è sempre stata appannaggio degli uomini, uno strumento di lavoro tipicamente femminile. Ci sono proprio i fili sulle tele che prendono il posto del tratto del disegno. Amer disegna ricamando. Questo ha un valore simbolico, in quanto il ricamo fa parte anche del modo di pensare di una donna. Si ricamano storie, aneddoti, ricordi. Mentre il disegno, il tratto, rimane un atto superficiale, cioè serve a mettere i contorni di una forma su una superficie, il ricamo agisce in profondità. Buca la tela, va all’interno e fuoriesce. Questo lavorio certosino di entrare in profondità, di scavare, fa parte delle donne. Ma c’è anche un ulteriore elemento femminile espresso attraverso la forma dei quadri della Amer: la confusione. O meglio, il richiedere all’osservatore uno sforzo per rintracciare i contorni delle figure. A prima vista appare tutto ingarbugliato, quasi fossero quadri astratti, con il colore tenue e delicato che arriva per primo all’occhio in una apparente levità e leggerezza. Mantenendo gli occhi sui quadri, invece, si delineano i contenuti, che sono precisi e definiti: si tratta di corpi di donna, sempre, in pose provocanti e intenti ad assaporare il piacere. Lo sforzo dell’osservazione provoca allo stesso tempo piacere e frustrazione, forse la stessa sensazione che ha un uomo nel cercare di comprendere appieno una donna.
Passando al contenuto, le donne della Amer sono nude, con le gambe aperte, con il sesso in mostra, in pose altamente erotiche. L’erotismo è dato dalla forma, ma sono pose pornografiche ricamate e il ricamo leva l’elemento più volgare. La Amer è partita proprio dall’osservazione delle riviste porno maschili, come lei stessa afferma “inventate dai maschi per i maschi. Volevo rappresentare la donna all’interno di un veicolo che fosse manifestamente femminile al fine di potenziare le immagini (cioè quella che chiamo doppia inferenza) e liberarle tramite il potere della seduzione”.
Per cui il meccanismo è quello di appropriarsi di un codice comune di rappresentazione del corpo femminile e di liberarlo. La stessa cosa la fa utilizzando gli stereotipi dei cartoni animati: in alcune opere ci sono personaggi codificati dell’infanzia, come le principesse o come i nani di Biancaneve, attorno ai quali si innestano sempre donne intente in atti amorosi.

Anche se il lato porno-erotico è l’elemento dominante, la ricerca della Amer si spinge anche ad indagare il rapporto con la scrittura. Vi è infatti una intera sala dedicata alla ricerca filologica delle parole. Le parole, radicate nel vocabolario femminile, come Attesa, Dolore, Assenza, Tormento, Desiderio, sono riportate su grandi tele e ricamate insieme a tutta una serie di analisi e collegamenti ipertestuali, che in apparenza paiono piogge di dati alla Matrix, ma che danno il senso del lavorio incessante e a volte ripiegato su se stesso del modo di pensare femminile.
Non so quale sia l’orientamento sessuale della Amer, ma osservando i suoi quadri si avrebbe la sensazione di stare in mezzo a una sorta di orgia lesbo: le donne si procurano piacere da sole o tra di loro, senza aver bisogno dei maschi. Solo in un quadro vi è l’elemento fallico, ma è slegato dalla presenza maschile, come fosse un semplice strumento. Questa però mi pare una lettura un po’ troppo di superficie. Ricamando anch’io, presumo invece che l’intento della Amer sia quello di liberare con slancio la capacità di godere delle donne e di renderle allo stesso tempo consapevoli e orgogliose del loro potere di seduzione. Come se giocassero con un ideale osservatore maschio, che di sicuro andrebbe in visibilio, e allo stesso tempo mantengano un velo sull’erotismo (forse reminiscenza del velo islamico), che è magistralmente ottenuto attraverso ricami espliciti ma nascosti da cascate di linee e spennellate di colore.
Esco dalla mostra con un ideale risolino sarcastico ma nascosto di mia nonna e con in testa le parole di Picasso, che affermava che sesso e arte sono la stessa cosa. Solo che adesso a ribadirlo è un’artista donna.

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