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Tokio Blog

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Quant’è vero che prima o poi i nodi vengono al pettine. E la maggior parte delle volte basta soffermarsi un po’ a riflettere su quanto si è appena scoperto per chiedersi perché mai ci si debba sorprendere tanto.

Quant’è vero che prima o poi i nodi vengono al pettine. E la maggior parte delle volte basta soffermarsi un po’ a riflettere su quanto si è appena scoperto per chiedersi perché mai ci si debba sorprendere tanto. È così sconvolgente sapere che l’inglese non è la prima lingua usata per comunicare via Internet? Va bene, gli americani stanno ancora cercando di superare lo shock. È normale, non deve essere facile accettare il fatto di non essere più i dominatori del mondo, virtuale e non. E dunque, a proposito dei nodi che vengono al pettine, è bastato dare l’opportunità più democratica possibile, ossia quella grazie alla quale (più o meno) chiunque in (più o meno) qualunque parte del mondo può essere presente su un’immensa rete mondiale, per scoprire che gli americani non sono poi così numerosi. Almeno, non quanto i giapponesi.
Secondo dati che risalgono al 2006 infatti, nel mondo ci sono all’incirca 71 milioni di blog, di cui il 37% comprensibile solo ai nipponici (o ai fissati dei manga). L’inglese segue a poca distanza, con il suo bel 36%. Tra parentesi, sulla massa farà più effetto questa notizia rispetto a quella in cui si annuncia che Pechino ha investito tre miliardi di dollari in Blackstone, il più grande fondo d’investimento statunitense. Il che equivale a dire che la mano di Pechino si è allungata pesantemente sull’economia americana. A proposito di Cina, qui arriva la seconda sorpresa che a ben vedere non è poi questa grande sorpresa.
Da un po’ di tempo a questa parte il mondo civile (leggi: economizzato) ha trovato un nuovo nemico comune: la Cina. I cinesi vengono presentati come una massa informe che non fa altro che fare figli e spargerne una parte un po’ ovunque oltre i confini patrii. Dopo aver riempito loro le tasche di magliettine e canottierine scadenti. Insomma, l’immagine che più somiglia a questa visione è quella di una colonia impazzita di conigli. Ci si sarebbe aspettati dunque che la lingua cinese avesse il suo posto d’onore tra quelle usate nei blog. E invece ha solo un misero 8%. È davvero una percentuale ridicola, se si considera che si sta parlando del paese con la maggiore densità di popolazione al mondo, e questo dato porta inevitabilmente ad altre riflessioni. Per esempio, torna alla mente che la maggior parte dei cinesi non se la passa tanto bene a casa sua, e che non solo non ha la più pallida idea di cosa sia un blog, ma ha difficoltà anche ad indicare quale sia il computer nascosto tra un frullatore e una lavastoviglie. Senza considerare poi il fatto che la libertà di pensiero resta un concetto quanto mai astratto in una dittatura, il cui regime limita l’accesso ad Internet selezionando i siti che si possono visitare e quelli assolutamente da oscurare.
Altro dato interessante: nel 95% dei blog si usano solo dieci lingue. Dopo il cinese, seguono l’italiano e lo spagnolo al 3%, il portoghese, il francese e il russo al 2%, il tedesco e il farsi (ebbene si, il “farsi”, lingua persiana parlata da 75 milioni di persone) all’1%. In aggiunta ad un 5% di altre lingue. Considerando che in tutto il globo si parlano circa seimila idiomi, e che molti di questi sono già in progressivo declino, viene da chiedersi quanti di questi sopravviveranno anche al mostro invadente che è Internet. In un mondo sempre più paese in cui per lavorare è imperativo conoscere almeno la lingua più parlata nella propria area geografica, è facile prevedere – come sta già effettivamente accadendo – che molte lingue minori scompariranno per sempre. E Internet ha dato una forte accelerata a questo processo.
Chi l’ha detto che i blog sono un inutile passatempo. Basta studiare anche solo la lingua in cui vengono scritti per essere in grado di scrivere un trattato di geo-politica.

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