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Un marziano al Lingotto

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Sono uno dei marziani che si muovono da Roma per andare a Torino, a vedere la Fiera del Libro. A me piace viaggiare, ma andare a Torino non è facile.

Sono uno dei marziani che si muovono da Roma per andare a Torino, a vedere la Fiera del Libro. A me piace viaggiare, ma andare a Torino non è facile. Io l’aereo lo prendo di rado, e non mi piace guidare la macchina. Quindi rimane il treno. Per Torino ci sono pochi Eurostar e molti Intercity. Gli Intercity per Torino sono delle vere e proprie bighe su rotaia. Attraversare il tratto ligure è fare un salto spazio-temporale all’indietro. La lentezza di traversata ti fa pensare ai primi del Novecento, alle grandi locomotive. Quando ti ritrovi ad Asti non puoi far altro che farti il segno della croce. Torino a quel punto è paragonabile alla Mecca. Scendi alla stazione di Porta Nuova e ti viene spontaneo cadere in ginocchio e baciare il suolo sabaudo.
Quest’anno però ho scelto l’Eurostar… e ho continuato a sentire le locomotive.
All’uscita della stazione mi aspetta il mio carissimo amico, quello che si è trasferito a Torino perché aveva qui la fidanzata. Un marziano anche lui: siamo gli ultimi epigoni di Spazio 1999.
Domani si parte per il gran giro della Fiera.
La vista del Lingotto quando arrivo mi emoziona sempre. Se non vedo le scritte dei supermercati e degli altri spazi commerciali, mi illudo ancora che lì dentro ci siano una marea di operai comunisti pronti a fare la rivoluzione.
Sul piazzale, di fronte alla Fiera, faccio lo slalom dei soliti piazzisti di colore che ti vogliono vendere i loro libri. In questi casi adotto la tattica della corsa forsennata e a quello che mi si avvicina gli dico che vado di fretta, una fretta boia. Arrivo col fiatone alla biglietteria, poi entro dentro il luogo magico.
Bambini, ragazzi, uomini, donne, anziani…
Tutti a girovagare per gli stand, che a dire il vero sono rimasti quelli dell’anno scorso. Anche le case editrici sono sempre al solito posto, come se non si fossero mosse durante l’anno. Lì Minimum Fax, qui Fazi, di là Castelvecchi con la sua bella pelata lucente e il divano nero molto bondage (anche gli addetti alla vendita di Castelvecchi, a ripensarci, sono molto bondage)… da quella parte Sellerio (quanto sono alteri quelli della Sellerio!). E poi ci sono le solite Sale gialle, blu, azzurre, rosse adibite ai dibattiti di Serie A, e gli spazi aperti per i dibattiti più micragnosi.
Da Fandango adocchio Mauro Ermanno Giovanardi, il vocalist dei La Crus che ha presentato il suo cd solista per l’etichetta discografica della casa editrice. Dal vivo sembra molto più vecchio. Potrei andare da lui e chiedergli di autografarmi il cd… No, da quei fighetti non metto proprio piede; non sarà certo un caso se lì a fianco c’è lo stand della Scuola Holden. Il Sommo è assente, ma ci sono comunque le sue compunte vestali con atteggiamento tipico da intellettuali del XXI secolo (il fumo prima di tutto, poi se mai l’arrosto).
Ecco i soliti punti ristoro: gli Autogrill Alemagna con l’inconfondibile odore di panini pre-confezionati e di caffè solubile. Il mio colon si contrae dal dolore.
Allo spazio autori si parla del romanzo di Ottavio Cappellani Sicilian tragedi, pubblicato da Mondadori. Cappellani ha il microfono sulla panza coperta da un completo nero e l’atteggiamento da gran signorotto siculo. Emana maschialità mediterranea da tutti i pori. Dice che nel nostro paese è stata purtroppo la tragedia a vincere e non la commedia. In che senso?, direbbe Verdone. Poi parla del personaggio femminile del suo libro, una “scassaminchia”. Dice che noi uomini pur sapendo a cosa andiamo incontro, siamo dolorosamente attratti dalle scassaminchie. Nulla da eccepire in questo caso.
Mi sposto per gli stand, scorgo da lontano Francesco Piccolo, con il quale alla Omero ho fatto il primo corso di scrittura creativa. Mi verrebbe da salutarlo, ma poi arriveremmo alla solita scena: lui che finge di riconoscermi, e io che, in modo molto morettiano, gli chiedo: ti ricordi, ma ti ricordi? Passo oltre, c’è Elido Fazi che parla con un gruppo di persone e s’infila continuamente la mano dentro i capelli fluenti. Narcisismo, please! Più avanti c’è Donzelli che stringe la mano a Ferrari della Mondadori. Si sorridono beati. Questi editori somigliano pericolosamente ai nostri politici, troppo pericolosamente. Poi ci stupiamo che la gente non legga… Mi sento tanto Truman Capote in questo momento.
C’è un coro sardo allo stand della regione, mi sembra di stare in Barbagia. Ho paura che da un momento all’altro salti fuori Niffoi. Mi allontano preoccupato. Allo stand della regione umbra si offrono assaggi di vini e formaggi. La gente si accalca intorno con le bocche che fremono. Sono i momenti in cui traspare la vera tempra italica.
Alle 15,30 l’appuntamento per me imperdibile: l’intervista a Eimuntas Nekrosius, il grande regista teatrale lituano.

Nekrosius è appoggiato alla parete, in attesa di salire sul palco. Sembra un felino pigro della Tundra, ha delle fessure al posto degli occhi che poi spalanca improvvisamente.
Nella sala c’è una forte rappresentanza lituana (il paese baltico è ospite quest’anno della Fiera). Occhi chiari e capelli biondi, sembra di partecipare ad un film della Riefenstal.
Comincia l’intervista. Con Nekrosius ci sono Franco Quadri, il grande critico teatrale e l’interprete lituana. Nekrosius possiede la meravigliosa indolenza russa. Le sue parole sono sibili, a volte sembra che parli a se stesso, che si faccia, marzullianamente parlando, una domanda e si dia una risposta. Poi ha delle improvvise epifanie che gli fanno spalancare quei profondi occhi e lo fanno udire a noi miserabili mortali. Franco Quadri somiglia all’abate Faria e ha il potere straordinario di farmi assopire quando prende la parola. In questi momenti rimpiango gente come Vittorio Sgarbi. L’interprete lituana fa fatica con l’italiano: alcune frasi di Nekrosius, tradotte nella nostra lingua, sembrano uscite da uno spettacolo di Ionesco. Mi appunto qualche frase che esce intonsa dal setaccio dell’interprete: lui non segue alcun metodo e ogni prova in scena è una battaglia. Oggi si vuole avere subito successo, in passato non era così. Anche il regime sovietico non opprimeva la creatività dei giovani. Insomma si stava meglio quando si stava peggio. Un po’ pochino per essere stati a contatto per un’ora con un vate del teatro… Ecco le domande del pubblico. Qualche fila più avanti una signora con una lunga treccia rossa prende la parola. Ha un forte accento torinese e ringrazia il regista per le Tre sorelle di Cechov. Uno spettacolo che l’ha emozionata tantissimo. Incredibile!! Eravamo nello stesso albergo di Merano qualche estate fa, e ci salutavamo sempre quando andavamo a far colazione la mattina. Quasi, quasi mi avvicino e le chiedo: si ricorda, ma si ricorda?… No, meglio di no. Disturberei quest’attimo di vera commozione. Nekrosius ringrazia con leggero imbarazzo e un accenno di sorriso. L’interprete lituana è allo stremo delle forze, Quadri fissa assorto un punto nello spazio. Nella mia testa c’è Jim Morrison che intona The End.
Un ultimo giro per gli stand. Vado da quelli della Alet di Padova, casa editrice benemerita. Quasi, quasi mi compro I, il libro dello scrittore americano Stephen Dixon. Lethem ne parla benissimo. La ragazza dello stand ha la maglietta che ricalca la copertina del libro di Dixon. Ne sta parlando con una persona, forse con una sua amica, dice che la copertina è bellissima e anche il progetto grafico, peccato che il libro non meriti cotanta bellezza. L’avevo preso in mano quel libro e lo stavo per pagare, quando sento queste parole. Le vorrei chiedere: “E allora perché lo pubblicate?”. Ripongo Stephen Dixon e mi allontano dallo stand, scuotendo sconsolato la testa. Se non possiamo più fidarci neanche dei piccoli editori…
Arrivo da Garzanti; c’è Mauro Covacich fuori lo stand. Potrei farmi autografare il suo libro Trieste sottosopra. È la mia anima mitteleuropea che me lo chiede… No, Covacich è troppo fighetto con quelli occhialini e quelle Nike ai piedi… e poi io sono Truman Capote…

Nell’arena bookstock Giuseppe Culicchia e Alberto Barbera presentano una video-intervista a Monicelli. L’audio non è dei migliori, ma sentire Monicelli che parla è sempre uno spettacolo. Dice che lui non lo capisce questo fatto di vedere i film dall’inizio. La sua generazione entrava al cinema quando capitava, e molto spesso era uno stimolo vedere un film già iniziato, perché così cercavi di ricostruire la trama e le azioni dei personaggi. Era una palestra per i registi e gli sceneggiatori della sua generazione. Dice pure che non ci sono più i volti di una volta, quei begli occhi neri che avevano gli attori. Oggi hanno tutti gli occhi chiari, verdognoli. Daje così maestro!!! Alla fine gli chiedono cosa vorrebbe veder scritto sulla sua tomba. Lui cita Vittorio Gassman: “Muoiono solo gli stronzi”.
Esco dalla Fiera e mi viene da pensare che le uniche parole veramente interessanti che ho sentito qui, oggi, provengono da una persona di 92 anni…
Vado a casa del mio amico e accendo la radio (lui non ce l’ha la televisione, ve l’ho detto che è un marziano): un milione di persone al family day.
Il Lingotto non è molto distante da San Giovanni. Treni permettendo.

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