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Piccoli geni cercasi

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La società è una fabbrica di frustrati alla ricerca del riscatto. Cioè di qualcosa che li renda grandi e invidiabili di fronte agli altri frustrati, e non fa niente se...

La società è una fabbrica di frustrati alla ricerca del riscatto. Cioè di qualcosa che li renda grandi e invidiabili di fronte agli altri frustrati, e non fa niente se questo qualcosa è reale o fittizio. Citare il Grande Fratello come esempio è quasi d’obbligo, avendo davanti l’immagine di una decina di individui privi di qualità – anzi, decisamente al di sotto della media – che riescono per qualche mese ad essere addirittura considerati. Ma finché a richiedere questo tipo di attenzione sono adulti grandi e vaccinati, si può ridere di loro, ritenerli un caso da studio sociologico oppure si possono tranquillamente ignorare.
E’ quando si supera un certo limite che bisognerebbe provare un sano senso di disgusto. L’ovvia domanda a questo punto sarebbe: e qual è questo limite? Semplice, i bambini. I bambini che smettono di essere – se mai sono stati così pensati – delle personcine a sé, e cominciano ad esistere solo in quanto appendici di mamma e papà. E, dunque, lo specchio di tutte quelle meravigliose caratteristiche che questi si attribuiscono da soli. Questi sfortunati bimbi finiscono inevitabilmente per essere trattati come dei piccoli trofei da esibire in qualunque situazione, per la gioia degli amici di famiglia. Sorge però un problema: nella maggior parte dei casi i talentuosi genietti a immagine e somiglianza di mamma e papà non sono né talentuosi, né genietti. Proprio perché a immagine di mamma e papà, doveroso sottolinearlo. Ma, si sa, certe presunzioni sono dure a morire, specialmente se legate ad una viva speranza; quella di scappare il più lontano possibile dalla definizione di “uomo medio”. Non basta però mettere in mano un violino al bimbo e straziare gli ospiti con una performance al limite della sopportazione, spiegando che il piccolo Mario ha delle indubbie potenzialità artistiche. C’è bisogno di qualcosa di scritto che certifichi il suo essere speciale. E questo rientra nell’ancora insuperata mentalità del “pezzo di carta”. Come dimostrare alla vicina che il bimbo è veramente un genio in erba – anche se, dopo tutto, cosa può saperne lei, visto che il suo gioca tutto il giorno con la Playstation -?. Ci si rivolge agli specialisti. In fondo stanno lì per questo. Ed ecco spiegato il boom di richieste in Francia dei test di intelligenza a cui vengono sottoposte le giovanissime vittime, torturate, spremute perché superino i 130 punti (punteggio minimo per esser considerati superdotati). Qualche psicologo illuminato che si ribella a questa moda lo chiama “il commercio dell’intelligenza”, dal momento che molti suoi colleghi si prestano invece alle folli richieste dei genitori. Una vera e propria smania per i test che misurano il quoziente di intelligenza. Come se poi questo test da solo servisse a riempire le categorie dei geni e quelle di chi non lo sarà mai. I professionisti, quelli seri, sanno perfettamente che tali test sono da usare con estrema cautela, da interpretare e collocare nel giusto contesto psicologico. Senza considerare poi che leggere i risultati di queste prove non corrisponde a guardare dentro una sfera di cristallo. Il futuro potrebbe essere ben diverso da quello prospettato dai test, a seconda dell’influenza dell’ambiente culturale. A quanto pare invece, un numero sempre crescente di psicologi dell’infanzia francesi assecondano la volontà degli adulti, di dare una prova tangibile a tutti che se il loro bambino è distratto a scuola, è solo perché è annoiato dalla lezione che potrebbe volendo tenere lui stesso. Potrebbero davvero scrivere il manuale “Come rovinare tuo figlio in non più di due mosse”. La speranza è che questa moda non superi le Alpi, e che resti una caratteristica tutta francese. O, perlomeno, se proprio dovremo sopportare anche questo, si potrebbe mettere una buona regola. Che il test, prima di farlo affrontare a dei poveri innocenti, venga proposto prima a mamma e papà.

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