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I Nuri

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La voce fende il barlume lattiginosa dell’alba: “E chiamàmulu ch’è Capitanu…”. “…Prima Ddiu e Sammastiaaaaanu” erompe immediatamente il coro: voci maschie, femmine, voci di bambini: acute e roche, comunque da brivido.

La voce fende il barlume lattiginosa dell’alba:
“E chiamàmulu ch’è Capitanu…”.
“…Prima Ddiu e Sammastiaaaaanu” erompe immediatamente il coro: voci maschie, femmine, voci di bambini: acute e roche, comunque da brivido.
L’assolo incalza:
“E chiamàmulu ch’è miraculusu…”.
E il coro, potentissimo:
“Prima Ddiu e Sammastiaaaaanu”.
E di nuovo, a staffilata:
“E chiamàmulu frustèri e paisani…”.
“Prima Ddiu e Sammastiaaaaanu”.
E ancora:
“E chiamàmulu cu tuttu lu cori”.
“Prima Ddiu e Sammastiaaaaaanu”
Intanto il lungo serpente bianco abbandona la Santa Croce e s’avvia per i tornanti che portano alla chiesa.
Sono le cinque e mezza del quattro maggio, festa di San Sebastiano a Melilli. Le figure vestite di bianco sono i Nuri, i pellegrini che vengono a sciogliere il voto al Santo. Immancabilmente “per grazia ricevuta”. E sono tante, qui, le grazie ricevute, quasi tutte legate a problemi di salute, e anche quando la salute non ce l’ha fatta e la morte ha avuto il sopravvento, chi aveva chiesto la grazia è venuto ugualmente a ringraziare, s’è unito al coro di quelli che adesso stanno gridando: “Prima Ddiu e Sammastiaaaaaanu” (prima Dio e poi San Sebastiano) e, nonostante le lacrime, cammina sollevando in alto, a ogni invocazione, la mano che impugna il mazzetto dei fiori (rose, lilium e calle, perlopiù), credendo che comunque la grazia la riceverà: possa il Santo accogliere la persona amata nel corteo dei beati che cantano in lode dell’Altissimo.
Gli altri, però, e sono la gran parte, la grazia l’hanno ricevuta per davvero: bambini in pericolo di vita, mariti salvati da incidenti, mogli che nel partorire hanno affidato a Sebastiano la salute propria e quella del figlio. E adesso sono tutti qui, in quest’alba nebbiosa: stamattina fa proprio freddo, e speriamo che non piova.
I Nuri partono in gruppi di cinquanta, settanta per volta (sono circa quattrocento). Il primo ad avviarsi è quello dei bambini, una cinquantina di piccoli che non superano i dieci anni. Li guida il signor Raciti, che di anni ne ha ottantacinque e percorrerà i diversi chilometri da Santa Croce alla chiesa passetto dopo passetto, dando la mano a un bimbo di quattro anni e giungendo all’altare col fiato in gola, sfinito ma contento di essere riuscito, anche quest’anno, a rispettare il patto col Patrono.
Quindi parte il gruppo capeggiato dal signor Greco: baffoni bianchi e una gentilezza che conquista. Ai bambini che guida dice:
“E ora scordatevi della mamma e del papà e fate quello che vi dico io”.
E alle mamme e ai papà dà appuntamento in chiesa, dove più tardi, in una babele di urla, invocazioni e svenimenti, i bambini giungeranno dopo una gran corsa.
Ai padri e alle madri che per la prima volta vivono l’esperienza del figlio pellegrino dice:
“Tranquilli, ci penso io”.
E i genitori – con la busta delle scarpe in mano e il giacchetto che ha coperto il figlio insonnolito e infreddolito nel percorso da casa a Santa Croce – si avviano verso la chiesa, senza smettere di lanciare sguardi preoccupati al gruppo e di spendersi nelle ultime raccomandazioni:
“Non lasciare la fila, stai attento a non inciampare, ubbidisci al signore…”.
Andando via pensano al rito appena compiuto: sveglia alle quattro, e i figli (che al mattino, per andare a scuola, mugugnano e si ribellano implorando altri minuti di sonno) saltano giù dal letto come grilli, bevono senza farsi pregare il bicchiere di latte (ché ci vogliono energie per correre e certo non si può andare digiuni), si lavano in fretta in fretta ed eccoli pronti a indossare i vestiti che padre David ieri sera ha benedetto, e precisamente: maglietta bianca, pantaloni bianchi, calzini bianchi, fazzoletto bianco da legare in testa a uso bandana, fazzoletto rosso da annodare sulle spalle e nastro rosso da sistemare di traverso sul petto.
E sono un colpo d’occhio, adesso, al vederli mentre camminano su per i tornanti, vestiti di bianco e di rosso: il colore della purezza, il colore del martirio.
C’è tanto folcklore, è vero, in questa tradizione dei pellegrini che vengono anche dai paesi vicini: Augusta, Priolo, Siracusa, Villasmundo, Solarino, Floridia. Partono il giorno prima, camminano scalzi per tutta la notte e giungono all’altare del Santo. E nel loro essere stremati, infangati (molti percorrono le vie dei campi), c’è la felicità per la prova superata – ancora una volta quest’anno, l’anno prossimo si vedrà, sarà come San Sebastiano vuole – perché nella fatica e nella sofferenza è racchiuso il prezzo del grazie per il dono ricevuto.
Tanto folcklore ma, anche, tanta fede: nell’impossibile che accade, nel Dio che tramite Sebastiano si degna di chinarsi e ascoltare, e mantenere fede al patto: “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato”.
Un colpo d’occhio, sì, questo bianco e questo rosso dal quale si continua a levare la voce:
“E chiamàmulu…”.
Cui subito s’accoda il coro possente:
“Prima Ddiu e Sammastiaaaaanu”.
Folcklore, e una tradizione che conta lunghi anni alle spalle, quando i Nuri erano nudi per davvero – coperti solo da un paio di calzoncini – e scalzi, e mossi dallo stesso fervore che li spinge oggi a implorare la grazia: i ciechi la vista, i sordi l’udito, i muti la parola, quei prodigi che adesso la medicina, in parte, rende possibili. Solo che, cent’anni fa, i ciechi non avevano altra possibilità di guarire se non invocando i santi, e così i muti, i sordi, gli storpi, quelli che la febbre se li mangiava e che perciò venivano a Melilli col carretto, s’affollavano di notte sul sagrato, e quando – alle quattro – le porte si spalancavano, ecco che travolgevano tutto pur di raggiungere e toccare la vara del santo, i suoi santi piedi, le sante braccia trafitte dalle frecce.
Bimartire, Sebastiano, uno che proprio volle morire: tribuno di Diocleziano, si adoperò moltissimo per aiutare i cristiani perseguitati dall’imperatore. Scoperto, fu arrestato e condannato a essere trafitto dalle frecce. Fu creduto morto, il suo corpo fu abbandonato in pasto agli animali selvatici. Ma Irene, nobildonna romana, andò a recuperarlo per dargli sepoltura. S’accorse, però, che respirava ancora. Così lo portò a casa, lo curò, e Sebastiano miracolosamente guarì. Tuttavia, invece di scappare, andò a proclamare la sua fede di fronte all’imperatore, che stavolta ordinò la sua fustigazione a morte. Il corpo fu gettato nella Cloaca Massima per impedirne la sepoltura e precluderne – secondo la credenza pagana – la possibilità di resurrezione. Sebastiano, allora, andò in sogno a Lucina, le indicò il luogo esatto in cui il cadavere era giunto e le disse di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della via Appia.
Ma torniamo a Melilli, alla chiesa che rifulge di ori, allo scampanio assordante che accoglie ogni gruppo di Nuri che giunge alla chiesa. Ecco i bambini. Corrono, il mazzetto in alto, il nastro rosso che svolazza lungo il fianco, la punta della bandana che sussulta, i calzini che mostrano sulla pianta un colore di pece.
Giungono anche i grandi, la chiesa trema: voci singole, acutissime, che si mischiano al coro, e il coro sovrasta l’urlo di chi dà l’avvio; un intrecciarsi e incatenarsi di parole: Santu… Miraculusu… Sammastianu… Capitanu…
E il Santo – piccolo e gentile nella sua vara d’argento, con gli occhi persi in una lontananza imperscrutabile, le braccia legate dietro la schiena – sembra sorridere in modo vago, di tenerezza, forse, o di un qualcosa che assomiglia alla gioia, alla pace di chi sta ormai oltre il martirio, oltre le malattie e le angosce e gli affanni, la depressione, le crisi esistenziali; felice della felicità che sta oltre quella piccolezza che, certe volte, è la vita.

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