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Peppino Impastato: una vita contro la mafia

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9 Maggio 2007. Ventinove anni fa moriva Giuseppe Impastato, attivista italiano che ha dedicato la propria vita alla lotta contro la mafia.

9 Maggio 2007. Ventinove anni fa moriva Giuseppe Impastato, attivista italiano che ha dedicato la propria vita alla lotta contro la mafia.
Peppino nasce nel 1948 a Cinisi, in provincia di Palermo, da una famiglia ben inserita negli ambienti mafiosi locali, ed impara presto a conoscere una realtà che disprezza e che sceglierà di combattere. Cento sono i passi che lo separano dall’abitazione del capomafia locale, Gaetano Badalamenti; di gran lunga maggiore, invece, la distanza tra le due personalità. La fondazione de L’idea socialista (giornale dal contenuto dissacratorio nei confronti di una mentalità legata a secolari pregiudizi che imponevano omertà e silenzio) e l’avvicinamento alla politica tramite l’adesione al PSIUP (formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra), sono i primi passi di un percorso di ribellione e sfida allo statuto della mafia. Come spiega lo stesso Impastato in una nota biografica:

Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali.

Due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile, Impastato lascia il PSIUP.

Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora una volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno.

Particolarmente emozionante il modo in cui Impastato racconta poi il turbamento emotivo ed i sentimenti contrastanti di quel periodo:

Passavo, con continuità ininterrotta, da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi chiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia.

Molteplici le sue iniziative. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e Cultura” (che promuove attività culturali e musicali e diventa ben presto il principale punto di riferimento per i giovani di Cinisi) ed organizza mostre fotografiche in piazza per denunciare malaffare e speculazioni. L’anno successivo fonda Radio Aut, emittente libera ed autofinanziata, costituita con un intento ben preciso: dar vita ad una sorta di controinformazione che, utilizzando il mezzo satirico, potesse destare le coscienze di un paese sempre più tristemente, ed insopportabilmente, dominato dal giogo mafioso. Per la prima volta si cerca di incrinare un sistema inossidabile, spezzando un’omertà che può solo condannare ad una schiavitù perenne. Per la prima volta qualcuno ha il coraggio di lottare contro un nemico da troppo tempo temuto ed accusare direttamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini:

Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

Impastato continua nel suo impegno civile e nel 1978, sperando di poter cambiare qualcosa dall’interno, si candida alle elezioni comunali nella lista Democrazia Proletaria. Ma la sua corsa viene definitivamente arrestata. Proprio qualche giorno prima delle elezioni, viene assassinato con una carica di tritolo posto sotto il corpo adagiato sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani. In un primo momento, si pensa ad un atto terroristico consumato dallo stesso Impastato; poi, con la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, si passa all’ipotesi del suicidio. Soltanto vent’anni dopo, grazie all’attività costante del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, ne viene riconosciuta la matrice mafiosa. Il caso giudiziario è stato chiuso, e riaperto, per ben tre volte, sino ad arrivare al processo definitivo che ha condannato i due mandanti Vito Palazzolo (a 30 anni) e Gaetano Badalamenti (all’ergastolo). Rendendo giustizia alla figura di un giovane eroe che, in un momento storico particolarmente infelice, aveva portato avanti una vera e propria guerra contro la mafia, in un paese in cui l’unica alternativa all’obbedienza mafiosa era la morte.

Dal mondo dell’arte, molti riconoscimenti ed omaggi per Peppino Impastato. In particolare il film di Marco Tullio Giordana, I cento passi, ha avuto il merito di far conoscere una storia rimasta quasi ignota per più di vent’anni, perché oscurata dalla tragedia nazionale, in atto negli stessi giorni, con cui era venuta a coincidere (il delitto Moro). E quando il cinema risveglia la coscienza civile, la capacità di indignarsi delle persone oneste e consegna alla storia la vicenda sino ad allora semisconosciuta di un coraggioso eroe locale, allora è grande cinema.
Ed ancora, l’omonima canzone dei Modena City Ramblers (È nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio,/negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare,
aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato,/si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore
) o “Ciuri di campo”, poesia scritta dallo stesso Impastato e che il fratello Giovanni ha inviato a Carmen Consoli. La “cantantessa” siciliana l’ha musicata ed arrangiata per poi cantarla l’anno scorso al Palasport di Palermo, in apertura del suo tour (scegliendo come data proprio il 9 maggio), e proprio pochi giorni fa al concerto del 1 Maggio a Roma. Particolarmente delicata, inoltre, una poesia che Ninello Passalacqua dedica all’amico Peppino:

Non cedo alla morte di un mondo che cadde sulla tua vita
spezzandone il sogno.
Il silenzio per sempre tace, il sussurro non torna,
il tuo volto non increspa il ricordo
di una libera strada colorata di gente.
Eppure ci sei, col tuo sorriso,
davanti a una morte che non t’appartiene.
Dilaniarti, triste modo per restare con noi,
come fiore assetato di rugiada.

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