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Giornalisti visti da vicino

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Eccola lì la notizia. È facile raggiungerla, tra i caratteri fermi sulla carta o inseguendo le immagini che scorrono al telegiornale. Facile e immediato.

Eccola lì la notizia. È facile raggiungerla, tra i caratteri fermi sulla carta o inseguendo le immagini che scorrono al telegiornale. Facile e immediato. E, come ogni lavoro ben svolto, non lascia traccia dietro di sé della fatica che c’è voluta per scovarla. Né tanto meno lascia un ritratto del neanche troppo variegato nugolo di giornalisti che l’hanno disperatamente cercata, disperatamente voluta. Ma non per narcisismo. No, o almeno non sempre. Ma per sopravvivenza. Perché mica ci rimetti piede in redazione se non hai tra le mani qualcosa, e potresti non riuscire più neppure a tornare a casa se gli altri hanno quel qualcosa che tu non hai. Gli altri sono esattamente come quelli di “Lost”: percepisci la loro presenza, sai che stanno osservando le tue mosse, perché sono arrivati prima di te e hanno una visuale migliore. La prima cosa che si impara è questa: essere paranoici. La prima paura che si tocca con mano è quella di “bucare” la notizia. Ossia, gli altri ce l’hanno, e tu no. E allora sono cavoli.
Si può dire che in linea di massima i giornalisti si dividono in due macro-categorie: gli sbarbatelli appena buttati nella mischia e i cronisti vissuti verso i quali i primi mostrano una sorta di venerazione. E poi ci sono le piccole, caratteristiche, nevrosi personali. Ma non è dall’età anagrafica che la divisione risulta evidente. È l’atteggiamento quello che fa la differenza. Un esempio concreto? Le conferenze stampa. Mettiamo che un commissariato abbia fatto un colpo grosso, tipo recuperare un ingente quantitativo di droga da un medio spacciatore. Si chiama la stampa, si sistema con cura la marijuana e la cocaina sul tavolo e il dirigente si piazza lì dietro con un sorriso smagliante per i fotografi prendendosi tutti i meriti dell’operazione, mentre la squadra che l’ha effettivamente portata a termine sta buona buona – e soprattutto zitta zitta – in un angolo. A questo punto basta un rapido colpo d’occhio per avere un’idea del curriculum dei giornalisti presenti. Come i gironi danteschi, quelli che circondano come volessero soffocarlo il dirigente, taccuino e registratore alla mano, occhi sgranati, sono i neo-arrivati. Hanno il terrore di perdersi una parola, che magari è proprio quella chiave, fanno domande a raffica, parlano alla velocità della luce e prendono convulsamente appunti. E hanno una regola ferrea: difendere a costo della vita il proprio taccuino dagli sguardi altrui, perché hanno la gioiosa illusione di aver notato quel particolare che nessun altro ha visto, e che un giorno potrebbe valere il Pulitzer. A un paio di metri di distanza, e poi via via sempre più lontano, ci sono gli altri gironi, quelli dei giornalisti che fanno questo mestiere da qualche mese, o da qualche anno. Il taccuino è sempre in mano, ma lo sguardo è più rilassato, e ogni tanto scappa pure uno sbadiglio. E poi, a circa 100 metri dal dirigente, ci sono loro. I cronisti vissuti. Sbracati sui divanetti in pelle, è talmente evidente che non gliene frega niente di quello che avviene davanti a loro, che è quasi imbarazzante. Qualcuno sfoglia giornali sportivi, altri si rincontrano dopo le ferie e sono tutti presi dal darsi suggerimenti per mantenere la tintarella. Poi, a fine conferenza, mentre i giovani si stanno ancora domandando se è meglio presentarsi con il proprio nome o dire prima la testata per cui lavorano, quelli mollemente si avvicinano al dirigente. Lo chiamano per nome, si danno pacche sulle spalle, e si chiedono a turno “come sta tua moglie?”. Quindi finalmente tirano fuori il taccuino e scribacchiano un paio di righe. E, manco a dirlo, il loro articolo sarà molto più completo di quello del novellino.
C’è un’altra grande differenza, anche se risulta meno evidente dall’esterno, tra i pivelli e i grandi cronisti. Il senso della competizione, quando deve esserci, e quando non è il caso che ci sia. Ma questo si impara solo con l’esperienza. Quali sono le informazioni che si possono tranquillamente scambiare con i colleghi? I giovani devono capire a loro spese che non tutto è uno scoop. Se sei riuscito a trascrivere il nome romeno di quello che importava la droga, non sei furbo se non lo passi al tuo vicino. Sei solo un bastardo. E questa cosa ti si riproporrà alla prima occasione.
Ma queste sono solo un paio di rapide pannellate per dare un’idea dell’animale-giornalista all’opera. E servono comunque a convalidare il detto che questo è un mestiere che si impara veramente solo facendolo.

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