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Pennacchi: Il Nasser dell’agro pontino

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In questa domenica di nuvole spumose e ferme su un cielo azzurro, vago per l’Agro Pontino insieme a Chiara, la mia accompagnatrice e operatrice video dell’intervista.

In questa domenica di nuvole spumose e ferme su un cielo azzurro, vago per l’Agro Pontino insieme a Chiara, la mia accompagnatrice e operatrice video dell’intervista. Le strade dell’Agro, intorno a Latina, sono un reticolo di cardi e decumani che si incrociano nel deserto dei campi. L’Agro Pontino di domenica è un deserto con pochi alberi in cui regna un silenzio irreale. Sembra uguale alla descrizione della campagna romana del Belli nel sonetto Er deserto: Fà ddiesci mijja e nun vedé una fronna!/ Imbatte ammalappena in quarche scojjo!/ Dapertutto un zilenzio com’un ojjo./ che ssi strilli nun c’è cchi tt’arisponna! Su queste stradine, che sono a un livello superiore rispetto ai campi, asfaltate sui terrapieni, si incontrano solo ristoranti prenotati dai pranzi delle comunioni e qualche motociclista della domenica che sfreccia. Qui i paesi si chiamano borghi, tutte “città di fondazione” del fascismo, e hanno una toponomastica veneta che ricorda le battaglie della prima guerra mondiale: Borgo Bainsizza, Borgo Panigale, Borgo Podgora, Borgo Sabotino. Quando chiediamo informazioni a una vecchietta, perché ci siamo ovviamente persi, quella ci risponde con una sfumatura settentrionale, una intonazione veneta. L’Agro Pontino è pieno di veneti: anche adesso. Figli, nipoti o proprio loro gli immigrati che vennero a fare la bonifica, a dare i nomi ai luoghi di quelle battaglie che avevano combattuto, a costruire le case coloniche. Le ragazze di qui hanno i capelli biondi del nord, qualcuno parla ancora in dialetto e si vedono in giro nasi a freccia in giù e visi allungati. Anche Antonio Pennacchi è di origine veneta e, col tempo, è diventato il rapsodo di questa gente, lo scrittore che meglio racconta questo posto. Già lo avevo intervistato telefonicamente quasi un anno fa, in occasione dell’uscita del suo libro di racconti, e ora che è uscito il film tratto dal suo romanzo “Il fasciocomunista” ci siamo accordati per un’intervista video. Finalmente, dopo aver ritrovato la strada, troviamo la casa di Pennacchi a un incrocio con una edicola di una madonna che fa da punto di riferimento. La casa di Pennacchi è bianca e isolata nel verde e nella quiete della campagna. Superato il cancello, ci accoglie la moglie che sta lavando le scale della veranda. Quando le dico che siamo venuti per l’intervista quella mi fa: “Ma non era stata annullata?”. Ci deve essere stato un problema di comunicazione, perché lo scrittore, a quanto dice la moglie, si è occupato tutto il pomeriggio per affrontare una questione importantissima. Quando entriamo in casa, troviamo Pennacchi al centro del soggiorno con il telefono all’orecchio, un cappello di lana in testa, che ci ordina di stare zitti. È molto alto, indossa degli occhiali con montatura pesante, una camicia arancione e una cravatta blu. Sembra un generale che dà ordini per telefono a un suo battaglione. E infatti c’è una battaglia da combattere in questi giorni nell’Agro Pontino, quella circa il fiume navigabile Sisto tra Pontinia e Sabaudia. La situazione ce la spiega Bruno, un architetto-scrittore del collettivo www.anonimascrittori.it, luogotenente di Pennacchi, che si aggira per lo studio scannerizzando carte e foto aeree. Pennacchi al telefono urla che deve dichiarare guerra a Sabaudia (città che dice sia brutta e porti pure sfiga) in un prossimo convegno a Pontinia. La questione non si capisce bene, perché in mezzo ci sono le difficili divisioni territoriali tra comuni, ma l’utilizzo delle chiuse, dalle parole di Pennacchi, è paragonabile al controllo del canale di Suez o di Panama. Chiedo a Pennacchi perché non si candida a sindaco (le elezioni a Latina sono prossime) come il “Nasser dell’Agro Pontino” e lui risponde amaramente che ha avuto due infarti e non reggerebbe la campagna elettorale e i comizi. Date le ultime direttive a Bruno, Pennacchi si cambia il cappello e ci mettiamo nella fresca veranda per l’intervista, non prima di un ottimo caffè. Prima parliamo del film di Lucchetti “Mio fratello è figlio unico” tratto dal suo romanzo. A Pennacchi il film non è dispiaciuto, gli attori neanche, ma sceneggiatori e registi hanno tentato in tutti i modi di “ammazzarlo” soprattutto nella seconda parte quando si allontana dal libro. Pennacchi conia un nuovo neologismo sul gusto “pariolino-girotondino” degli sceneggiatori: “melandrismo” (da Giovanna Melandri, ministro dello sport) che si addice al finale buonista e moralista del film. Ma in linea di massima il film non gli è dispiaciuto, sta avendo molto successo, si è pure commosso e gli fa vendere più copie del suo libro che è stato ristampato dopo una ulteriore revisione. Poi parliamo della scrittura come arte e del mestiere dello scrittore. Pennacchi fa un bel discorso (che non riporto nel video perché troppo lungo) sulla visione laterale che deve fornire l’artista rispetto a una comune. In un mondo in cui bisogna integrarsi e quindi conformarsi agli altri, l’artista deve essere un “vaso svasato”, una pizia che parla attraverso il dio, un matto che apre gli occhi agli altri. Quando gli chiedo circa le sue abitudini di scrittura, Pennacchi mi rivela che non scrive più a mano ma direttamente al computer e in una posizione anomala con la tastiera messa in verticale su un leggio, per colpa di un incidente. Infine mi anticipa il suo prossimo lavoro, che si dovrebbe chiamare “Canale Mussolini”, una saga ispirata a “I mulini del Po” di Riccardo Bacchelli su una famiglia di emigrati veneti nell’Agro Pontino, appunto. Alla fine lasciamo Pennacchi ai suoi piani di guerra e lui ci consiglia di visitare il “Mercatino della Memoria” di Latina dove potremmo trovare elmetti nazisti e spille del Duce, ma dove anche ci sommergono di volantini elettorali.

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