Condividi su facebook
Condividi su twitter

Million Marijuana March

di

Data

C’è un modo, almeno una volta l’anno a Roma, per farsi qualche tiro e non spendere neanche un centesimo.

C’è un modo, almeno una volta l’anno a Roma, per farsi qualche tiro e non spendere neanche un centesimo. Anzi, si può osare di più: non c’è neanche bisogno di far la fatica di arrotolare la cartina. Basta rimanere ben piantati al centro di via Cavour e aspettare, tenendo le narici aperte. La “Million Marijuana March” è una delle migliori occasioni per vedere la propria città da una diversa ottica. Da dentro una nube di fumo, per la precisione. Ogni anno, ormai da sei anni, il primo sabato di maggio viene dedicato ad una ricorrenza particolare: è la giornata mondiale della cannabis, che in Italia viene celebrata con una manifestazione. Scopo dell’iniziativa, com’è facile intuire, è la richiesta di liberalizzazione delle droghe leggere. I punti vengono enunciati dagli organizzatori con una estrema chiarezza. Punto uno: fine della persecuzione per i consumatori. Punto due: diritto all’uso terapeutico della cannabis per i malati. Ed infine, punto tre: diritto a coltivare liberamente una pianta che è sempre cresciuta libera in natura. E allora giù, tutti in piazza a manifestare. Borse a tracolla, buchi e orecchini in qualunque punto del corpo che si possa bucare e che possa accogliere orecchini, rasta incalliti da almeno dieci anni. Al primo colpo d’occhio sembrano tutti diversi questi giovani, con le loro magliette e pantaloni multicolore. Ma poi, se li si osserva meglio da vicino, è un’impresa ardua distinguere l’uno dall’altro. Età media tra i venti e i trent’anni, eccolo qui il festante popolo di ragazzi di sinistra che chiede solo di potersi fare qualche canna in santa pace, perché è ora di finirla con questa storia che le droghe sono tutte uguali e che si inizia dallo spinello per arrivare inequivocabilmente all’eroina. Vero, tutto vero. Però viene un certo mal di pancia nel vedere dal di fuori questo circo, schiacciato da un lato dal flash dei turisti che assistono divertiti a questo po’ di folklore gratuito, e dall’altro dagli sguardi infuocati dei commercianti esasperati dall’ennesima manifestazione. Soprattutto se tenuta da un manipolo di “zozzoni”, come fa notare l’esercente di un negozio di souvenir. E non c’entra assolutamente niente con questo giudizio il fatto che il suo negozio fosse miseramente spoglio di turisti. Il bar accanto si è guardato bene dal fare qualunque tipo di commento. In un’ora avrà venduto almeno un centinaio di alcolici.
Il fatto è che i bonghi e i lanci di palline colorate si prendono tutto lo spazio delle telecamere dei tg. Gli obiettivi sono puntati su quei camion trasformati in immensi palchi con dieci casse legate insieme; ce n’era uno con un gigante cappello giamaicano in carta poggiato sopra il tettuccio, e dei tubi neri che scendevano verso la strada. Un bel Bob Marley rombante. E in tutto questo casino, com’è ovvio, si finisce per perdere la parte importante delle richieste. Forse le uniche che contino davvero. Perché obiettivamente si può fare a meno di comprare legalmente del fumo in erboristeria per trovare l’ispirazione, ma i malati di cancro, di AIDS, di pleurite non possono, non devono rinunciare ad un rimedio naturale al dolore per una mentalità francamente discutibile. E loro, i malati, sono sì alla testa del corteo, ma sembra si trovino in quella posizione per esser messi da parte più che per dar loro importanza. Noi vi abbiamo invitato, il pro forma l’abbiamo rispettato, ora fateci ballare in santa pace. E no. E allora hanno ragione i telegiornali a far vedere la scia di cicche e bottiglie rotte che chiude la processione, con gli spazzini dell’Ama che si affannano per dimostrare che il servizio funziona. Davanti a tutto, in quella che sembra una dimensione a sé, c’è il furgoncino del P.I.C., l’associazione Pazienti Impazienti Cannabis. Da anni lottano perché i benefici di questa pianta possano essere sfruttati dai malati senza avere a che fare con conseguenze legali. Ed è vero che con il decreto-Turco si possono acquistare dei farmaci con i principi attivi della cannabis. C’è solo un piccolo particolare. Un ragazzo mostra un flaconcino arancione, “Cannabis Flos” recita l’etichetta. È un medicinale che viene direttamente dall’Olanda perché ancora non si trova in farmacia. Per una terapia di tre mesi si può arrivare a spendere dai 900 ai 1000 euro. Poi ci sono altre polemiche in corso. È stato dimostrato – in Canada, dove lo studio della cannabis per uso terapeutico non viene considerato un’istigazione allo spaccio – che esistono almeno un centinaio di tipi di questa pianta. E non è detto che ciò che va bene per un paziente vada bene anche per un altro. Dal momento che le foglie si possono utilizzare senza particolari trattamenti, checché ne dicano le case farmaceutiche, la soluzione più ovvia sarebbe quella di coltivare la pianta sul proprio terrazzo, accanto al basilico. Non si capisce cosa ci sia di così sconvolgente in questa proposta. E per dirla tutta, anche volendo farne un uso diverso da quello terapeutico, coltivarsela in casa darebbe un bel colpo alla mafia che ne gestisce le vendite. In attesa che qualcosa si muova, si può cominciare a liberare il vaso delle azalee, che tanto si seccheranno sempre.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'