Incontro con Tano D’Amico

di

Data

“Si possono dominare completamente solo uomini senza memoria. E, come i sogni, la memoria è fatta di immagini.”
Tano D’Amico – Mogadiscio 1992 – Pietà

È un autore che nei caldissimi anni ’70 ha ritratto tutti gli stridori e le contraddizioni emergenti tra i segni, insieme vitali e autodistruttivi, che invadevano paesaggi, piazze, scuole, fabbriche dell’Italia di quegli anni. Ma la forza espressiva ed artistica di Tano D’Amico è oggi come allora nella scelta di raccontarci storie non allineate, scomode, che forse però ci trovano meno disposti di allora a saperle vedere e a farsene toccare. È doveroso citare un brano della sua introduzione del libro Ricordi, edito Fahrenheit 451, che rispecchia totalmente il suo modo di scrivere con la luce e fare di ogni luce imprigionata pane per la nostra memoria:

Tano D’Amico – Manifestazione contro la guerra – Roma 1982

“Si possono dominare completamente solo uomini senza memoria. E, come i sogni, la memoria è fatta di immagini. Forse anche l’anima è tessuta di immagini. Di immagini che è sempre più raro vedere. Vivono con l’uomo da quando si accorse che i segni potevano fargli compagnia. Hanno vita e dignità propria. Una volta realizzate, vivono per conto loro. Non hanno più tempo, possono parlare a tutti, anche a mille vite di distanza. Riaprono drammi sepolti, questioni sopite. Li fanno rivivere. Richiamano ragioni sconfitte. Ci chiedono giustizia. Sono immagini che non hanno mai servito nessuno. Non servono a niente. Si fanno solo amare e ricordare.”

Perché hai scelto la fotografia come linguaggio espressivo?
In una città, che non era la mia, mi sono trovato ad applicarmi alla fotografìa per vivere. All’inizio fotografavo in maniera spontanea, senza metodo. È stata una passione sempre presente nella mia vita, ma non pensavo che sarebbe diventata il mio futuro. Incoraggiato dagli amici ho proseguito fotografando inizialmente teatrini off e spettacoli musicali combinati con mie immagini. Ho sempre cercato altri lavori, ma la vita mi riportava ogni volta nel mondo della fotografia. Tutto ciò accadeva alla fine degli anni sessanta. Gli eventi a tutti noti di quel periodo mi hanno portato a scegliere definitivamente questa attività. Cioè la mia sensibilità si è da allora trovata a condividere la strada con i giovani, gli emarginati, i pazzi, i senza casa attraverso la fotografia. La stampa dell’epoca ci rappresentava in modo da trasformarci in mostri. Gli amici sapendo che vivevo di fotografia quasi mi costringevano a riprendere quello che accadeva intorno a noi, anche se con mio disappunto perché così mi sentivo più testimone e spettatore che partecipe.

Tano D’Amico – Le amiche di Giorgiana – Roma 1977

Come descriveresti il tuo modo di fotografare?
Il mondo è pieno di immagini in cui ci si divide e ci si scontra. Il mio modo di fotografare è quello di rendere “sincere” e “vicine” a noi queste situazioni, contrariamente ai mass media che le criminalizzano e talvolta le falsificano. Fotografo cercando di documentare i fatti così come sono, trovando degli escamotage per umanizzare le immagini di eventi a volte tumultuosi, cosicché ad esempio anche in sede giudiziaria la fotografia non divenga un teste di accusa, ma vada a vantaggio dello sfollato o del manifestante.

Come in ogni tipo di racconto anche nelle tue fotografie c’è spesso una contrapposizione tra il bene e il male. Quali tecniche usi per rafforzare i contrasti tra gli eventi?
Gli eventi si rafforzano da soli; ho molta fede nelle immagini per questo fotografo in maniera “pulita”. Non sento affatto l’esigenza di accentuare delle emozioni che in alcune scene risultano foltissime di per sé. Anzi a volte in queste occasioni la mia reazione è semmai quella di non scattare.

Tano D’Amico – Ragazze della Magliana ad una festa – Roma 1974

Hai da sempre scelto di rappresentare il subalterno, l’emarginato. Non sei mai stato tentato di ridicolizzare la classe dominante?
Spesso sono stato spinto a partecipare a congressi politici o a serate di gala, ma ho puntato sempre i piedi. Per lavorare bene ho sempre bisogno di rappresentare quello che sento, storie che mi prendono le viscere. Di ridicolizzare i benestanti non mi interessa.

Se dovessi paragonare il tuo modo di fotografare a un altro linguaggio della narrazione che esempio faresti?
La mia fotografia è paragonabile a uno spettacolo di mimo perché con essa si amplia, si moltiplica la possibilità degli uomini di parlarsi con i loro volti, i loro sguardi, le loro vesti.

Qual è la tua foto preferita?
Le mie foto le amo solo perché mi ricordano degli episodi, ma quelle che amo di più sono di altri fotografi. Le loro immagini non le posso dimenticare perché con loro dimenticherei anche quell’impulso che mi hanno dato a trovare il mio sguardo.

Qual è il fotografo che ammiri di più?
Il preferito è Eugene Smith. Lui diceva di essere ossessionato dal seguire la verità. Debbo dire invece che era così modesto da non accorgersi di aver creato con le sue immagini dei pezzettini di verità.

Cosa vuoi dire per un fotografo raccontare la città rispetto ad altri linguaggi artistici?
Mi sembra che per la letteratura e il cinema la città ha degli angoli morti, delle zone vuote. Io mi occupo di minoranze e ho notato ad esempio quanto il cinema italiano dei nostri anni sia lontano dai drammi di queste minoranze. Mi chiedo come mai il dramma della Pantanella che aveva un livello sconvolgente di narratività (un pezzo di Asia, uno di Africa che insieme organizzano la propria vita in quello che era stato un pastificio) sia stato ignorato dal cinema e dalla letteratura. Così come dal ghetto rosso della raccolta dei pomodori in Campania si potevano trarre innumerevoli spunti e poi anche da tutte le vicende giovanili nelle metropoli di questo ultimo ventennio. Ma il cinema e la letteratura hanno taciuto.

Quanto un’immagine può servire a far comprendere un dramma umano?
Eugene Smith diceva che fotografava per intervenire nei drammi umani. Ma questi drammi si sono sempre più aggravati nel tempo, nonostante le tante immagini che li portavano alla luce. Io continuo a incrociare tutti quei drammi che mi hanno spinto vent’anni fa sulla strada della fotografìa. Così si arriva alla conclusione amara che le immagini purtroppo non servono a niente, come tante altre cose dell’umanità. Anche se, quasi per chiudere in bellezza questo incontro, dico che le immagini possono servire esse stesse a farsi amare e ricordare. E questo penso possa bastare.

Tano D’Amico – Presepe a Casal Bruciato – Roma 1973

Ricordiamo che siete ancora in tempo per visitare la sua mostra fino al 13 Maggio presso il Museo di Roma in Trastevere, Piazza Sant’Egidio, 1 B, inserita nella manifestazione RomaFotoGrafia www.fotografiafestival.it. Aperto: Martedì – Domenica, dalle 10.00 alle 20.00 biglietto intero 5,50 euro; ridotto 4 euro.
La mostra è inserita nell’ambito del 30° anniversario del movimento studentesco del 1977 e infatti nell’ambito della stessa, sono esposte anche le immagini che i lettori di repubblica hanno inviato nel sito www.repubblica.it.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'