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Caffè di mezzanotte

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Qualche volta vado a trovare Giorgione che è un grande, solo che non lo sa nessuno per questo lo vado a trovare solo io.

Qualche volta vado a trovare Giorgione che è un grande, solo che non lo sa nessuno per questo lo vado a trovare solo io. È un vecchio compagno di nuoto che si è messo a fare l’insegnante nelle piscine della Cassia. Guadagna bene e ha deciso di venir via da dove abitava prima, cioè da un appartamento di venticinque metri quadri, dove la vicina di centosessanta chili era fissata con gli scarafaggi e gli rovinava tutte le serate tirando roba per la casa.
Quando vado mi apre sempre una buona bottiglia di vino che la madre gli regala e lo lascio parlare. Qualche volta gli dico una cazzata per farlo ridere, ma per lo più parla lui. E mi inchioda alla poltrona per ore. Lo vado a trovare diciamo una volta al mese e lo guardo lavorare e chiacchierare. Non guardiamo la tv, né altro. È questa la cosa bella di quelli come lui. Dopo un turno di sei ore in vasca tornano a casa, si cambiano d’abito e iniziano un altro lavoro. Il lavoro che gli piace.
Porca miseria ce ne sono tante di persone che fanno questa cosa. Me compreso. Dagli stronzi ai coatti, dalle puttane ai rom. Tutti sanno che la mattina ci si alza per pagare l’affitto e le bollette, e la sera per tirare su quello che ci piace fare. Così Giorgione mi guarda, butta giù il vino con quelle sue manone e mi fa: ”così io sto da papa.” E attacca a disegnare stancil per le magliette, quelle che gli vengono male me le regala. Poi mette tutto su internet e se il mese va bene tira su un centinaio di euro. Fate due calcoli: ci lavora tutte le sere dopo sei ore in piscina. Diciamo che lavora più o meno per altre quattro ore. Tutto questo per soli cento euro al mese.
Giorgione è anche amico di Antonello, ma solo perché Antonello coltiva l’erba e ha un terrazzo bellissimo nel condominio. Quando andiamo da lui ci sdraiamo lì a fumare e aspettiamo l’alba e vedo che non li digerisce tanto tutti quei discorsi che ci fa. Ma alla fine anche Antonello è un altro che lavora due volte per non andare a dormire senza essersi sentito uomo almeno per un paio d’ore.
Lui lavora a Fiumicino all’aeroporto. Scarica le valige e le carica su gli aerei. Non vi sto a dire tutti i retroscena altrimenti non farete più un viaggio. Comunque fa questo e ovviamente è un lavoro che odia. È riuscito a prendersi anche un brevetto per mettere gli aerei sulla pista di lancio. Li trasporta con un trattoretto e li mette in mezzo alla pista. Una volta si è presentato a lavoro ubriaco e ha impiegato un quarto d’ora a posizionare l’aereo sulla corsia. Si era fissato povero cristo sul volersi portar via l’aereo e tutti i passeggeri. Vedeva i bei campi intorno a Fiumicino e voleva guidare tutta la baracca con quel trattoretto in gita.
Quando torna a casa poi si cambia anche lui di abito, da un bacio alla moglie e alla figlia appena nata e inizia a potare le piante. Ha iniziato coltivando marijuana e si è ritrovato a voler fare il giardiniere e come lui chissà quanti altri poveri cristi in giro. Verso le dieci di mattina se si passa sotto il balcone lo si vede all’opera. I gerani gli vengono uno splendore e le orchidee non vi dico. La gente gli porta qualche pianta appestata da parassiti e lui con pazienza e calma le rimette in piedi. E vi giuro su Dio che non usa niente di strano, si mette lì le cura, le mette al sole un po’ più di quanto facessero gli altri, qualche buon concime e quelle si ripigliano. Per me e Giorgione quello è il balcone dei miracoli e sapete qual è la cosa fondamentale di tutta questa storia è che il secondo lavoro quasi sempre è un lavoro umile, che potrebbero fare, ma chissà perché non fanno. Non vi parlo di fare l’attore come vorrebbero tutte quelle mezzetacche che abitano a Monteverde o a Trastevere e che nemmeno a trent’anni sanno togliersi dalle palle di mamma e papà. Parlo di gente che si fa il culo e la sera lavorano quel poco per non sentirsi offesi. Solo quel tanto che basta per andare a dormire senza dover pensare al cloro o ai bagagli che dovranno spostare. Perché il lavoro te lo porti a letto e dopo che ci hai dormito insieme lui la mattina si alza con te e quando la sveglia è appena suonata e tu stai ancora crocchiando le ossa lui ti dà le idee migliori per essere fatto. Così mi diceva sempre il mio vecchio e così la pensa questa gente. In fondo chi ci starebbe a dare le idee migliori a una valigia da spostare?
Il lavoro di facchino è duro e lo so bene e lo sa bene anche Davide. Lui non consoce né Giorgio né Antonello. L’ho conosciuto in ospedale, ero sotto potenti antidolorifici e lui ha bloccato una signora che era convinta mi fosse finita una bolla d’aria nella vena con la flebo. Era una a cui si era da poche ore fermato il cuore, ma quella non sembrava aver accusato la botta e continuava a rompere, mentre mi toccava tenere la testa per non cascare tanto ero imbottito. E Davide fu l’angelo di quel momento, che Dio ne mandi di più. Come infermiere se la cava, solo che l’ha fatto per dare una soddisfazione al padre che l’aveva fatto studiare. E lui è un altro che la mattina svuota cateteri e quando stacca si mette a fare il tatuatore.
Si è ripulito il garage e lo usa come studio. Se lo sapesse qualche guardia lo sbatterebbero in carcere visto che non ha uno straccio di licenza, né un diploma. Però ha letto molti libri sui tatuaggi e ha sperimentato su di sé e in qualche caso su di me. Ha una mano leggera e ha lo studio più pulito del mondo. La prima volta che mi ha tatuato io ho scelto il soggetto un paio di settimane prima. Poi una sera verso le undici mi ha chiamato, era pronto per fare il tatuaggio. Ora lui abita nella periferia a est, io a nord così tra una cosa e l’altra sono arrivato da lui verso mezzanotte e lui aveva già fatto il caffè. Come soggetto avevo scelto l’Abbazia nel Querceto di Friedrich, il paesaggista romantico tedesco. Me lo sono fatto fare sulla parte interna dell’avambraccio. Così prima di iniziare ci siamo fatti un canna di erba. Una cosa meravigliosa. Gli ho chiesto se mi poteva tatuare davanti al garage cosi potevo guardare le stelle e lui si è dato subito da fare e ha allestito in quattro e quattrotto lo studio davanti al garage. Era estate e per le strade non passava un cane, si sentiva solo il cicalio del motorino di quell’arnese con cui si tatua.
Non è passato nessuno per le tre ore che siamo stati lì. Ogni tanto facevamo un’altra canna e ridevamo come bambini e dopo un po’ non sentivo più dolore al braccio. Quella fu una buona serata per tutti e due anche se dovevamo attaccare a lavorare l’indomani, anche se il secondo lavoro di Davide tirava per le lunghe.

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