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Sogno di Re, sogno di Papa

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Cosa sognano i re? Terre, conquiste, donne? Accampamenti, armi, la strategia migliore per sbaragliare un esercito e conquistare ancora una città? Oppure corse nella notte in sella a un cavallo che ha occhi di fuoco e garretti alati e sorvola il mare e raggiunge l’altro mondo in cui lui,

Cosa sognano i re? Terre, conquiste, donne? Accampamenti, armi, la strategia migliore per sbaragliare un esercito e conquistare ancora una città? Oppure corse nella notte in sella a un cavallo che ha occhi di fuoco e garretti alati e sorvola il mare e raggiunge l’altro mondo in cui lui, il re, è riconosciuto e osannato come sovrano e signore? Oppure un campo, papaveri rossi, un fiume che scorre, un ragazzo che ancora non ha la corona e si tuffa nell’acqua e l’acqua è fresca e lui nuota e nuotando si sente libero, felice come mai è stato e come mai sarà, ora che non è più un ragazzo e la guerra incombe e i morti si fanno incubo che irrompe nel sogno e cancella il sogno, e il fuoco divora case e palazzi, divora lui, il re, il suo corpo, la sua faccia, e resta intatta solo la corona, che mani di scheletro afferrano e depongono ai piedi di un sepolcro, e in quel sepolcro c’è lui, il re, ancora vivo e già prigioniero di una cassa che toglie il respiro? Oppure una tavola imbandita, una donna che sorride, un bambino che gioca? E’ lui il bambino? O è suo figlio. E la donna chi è, sua madre, sua moglie? Il sogno sfuma, perde contorni e incertezze, il re si ritrova nel letto, ha sognato. Cosa?
Un pellegrino. E’ questo che una notte ha sognato Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi e Imperatore del Sacro Romano Impero. Un pellegrino che gli si accostava e gli chiedeva di completare la costruzione di una chiesa in onore di San Pellegrino, originario della Siria e venuto in Italia insieme al padre per trovarvi il martirio. Si dice che, a seguito del sogno, il re concesse vaste terre all’abbazia di Farfa e che i monaci benedettini si dedicarono alla costruzione della chiesa di cui il pellegrino aveva detto.
Ma è sufficiente un sogno perché un re conceda terre? In genere sono le ragioni politiche e le strategie diplomatiche a spostare i patrimoni dei regnanti affinché le alleanze si rinsaldino e i favori vengano contraccambiati con favori possibilmente più grossi. Tuttavia, ci piace per un attimo dimenticare le opportunità di governo e concentrarci sulla leggenda. Che poi leggenda non è se la notizia del sogno è riferita dal Chronicon Vulturnense 774/814: Carlo Magno si trovava in Abruzzo, precisamente a Settefonti, vicino all’antica città romana di Peltuinum quando sognò il pellegrino che gli chiese di completare la costruzione della chiesa.
Così affidandoci alla fantasia, ci piace immaginare che quella notte il re fosse molto agitato. Forse gli avevano appena riferito che Pascale e Campolo (nobili fedeli alla famiglia del defunto papa Adriano I) avevano guidato a Roma la rivolta contro il nuovo papa, Leone III; che durante una processione l’avevano aggredito, l’avevano accecato e gli avevano staccato un pezzo di lingua; che però costui si era salvato grazie all’intervento dei suoi sostenitori; ma soprattutto – ed era forse questa la ragione di massima inquietudine del re – che durante la notte il papa aveva sognato l’Apostolo Pietro che, senza batter ciglio, gli aveva restituito la vista e la parola.
Ecco, forse, rigirandosi tra le lenzuola, Carlo Magno aveva ripensato al sogno del papa: possibile che fosse vero? Possibile che una lingua mozzata fosse ricostituita e orbite private degli occhi fossero tornate a vedere? E allora eccolo lì, agitato, sudato: vuole vedere il papa, vuole invitarlo a Paderborn, la sua residenza estiva in Westfalia, propone di farsi raccontare tutto: l’agguato, l’accecamento, la lingua mozzata… e poi il miracolo, l’Apostolo Pietro che gli compare in sogno e lo rifà uguale a prima.
Immaginiamo il re davanti a un crocifisso: lo fissa febbrilmente, si aspetta forse che cominci a parlare. Ma il crocifisso resta muto, e lui ha bisogno di risposte alle tante domande che gli pungono la mente: dunque è nel sonno che Dio si manifesta, che Cristo interviene attraverso i suoi Apostoli, che compie i prodigi?
Vorrebbe che fosse già domani. Che un messo mandato dal papa gli raccontasse nei dettagli l’accaduto. La notte, però, è ancora lunga. Allora abbandona il crocifisso, soffia sulle candele e la stanza si fa buia. Serra le palpebre cercando di addormentarsi. Ma nulla, il sonno non viene: è troppo agitato, troppo confuso. Chiama un servo, fa riaccendere le candele. Si alza, esce fuori. La notte è ghiacciata. Si ripara alla meglio nel cappotto di pelliccia. Le stelle splendono luminose. Il pensiero del sogno del papa non lo abbandona. I miracoli son cose difficili da accettare. Torna dentro rabbrividendo. Si infila nuovamente tra le coperte, si fa portare un gran calice di vino. E un altro, e un altro. E finalmente crolla. E sprofonda in un sonno denso, pastoso, nel quale le immagini sono dapprima confusa e via via più nitide. Ed è allora che lo vede: un uomo tremante di freddo, un pellegrino con la bisaccia e i piedi avvolti in fasce. E’ in cammino da tanto, lunghe giornate seguendo i tratturi, la terra pestata dalle mandrie dirette ai pascoli delle coste. Gli sta davanti e lo interpella:
“Costruisci un riparo” gli dice. E parla, racconta, di un uomo venuto dalla Siria.
“Chi è?”domanda.
“Un santo, è bene che ci si ricordi di lui. Verranno torme di pellegrini e verranno dalla Siria e da ogni luogo”.
Il re si confonde. Nel sogno le immagini perdono consistenza. L’uomo sorride, poi si rivela: è lui il santo, Pellegrino, venuto dalla Siria e trucidato a Momenaco.
Il re si sveglia. Del sogno gli è rimasta la sensazione sgradevole d’un presagio a metà. E quella folla di pensieri strani che per quasi tutta la notte gli ha impedito il sonno. Che c’entrano i pellegrini con lui? E quell’uomo venuto a raccontarsi, che non si sa chi sia? Non Apostolo e neppure Angelo: un sedicente Santo! Mai fidarsi di chi si proclama santo. E pensa già che questa storia dei sogni sia tutto un imbroglio: ne parlerà col papa, e questi gli confermerà che sì, gli hanno ferito gli occhi durante l’agguato, ma non è vero che gli hanno vuotato le orbite; gli hanno ferito la lingua, ma mica l’hanno mozzata. E l’Apostolo Pietro? Il papa strizzerà l’occhio e, in confidenza, ammetterà che il prestigio d’un messo di Dio si valuta anche in proporzione ai “contatti” che Dio stesso si degna di instaurare col suo pupillo, e sarà un bene per tutti (sostenitori e denigratori compresi) far credere che il papa sia stato guarito nientedimeno che da Pietro. E già si rassicura, il re, torna alla concretezza di sempre.
Il Pellegrino del sogno, però, ha dato dei riferimenti precisi, ha detto che in tal luogo, sotto il tale albero, c’è il suo corpo: vada il re, e lo trovi, e dia ad esso degna sepoltura. E il re, forse più per scaramanzia che per altro, manda uomini a constatare. Gli uomini vanno, e trovano il corpo là dove il re ha indicato, e lo trovano nelle condizioni descritte: martirizzato. E il re si confonde, possibile? Va a verificare di persona, scopre il volto del Pellegrino e deve ammettere che è uguale a quello che gli è apparso in sogno. E così ordina che il santo sia seppellito e che si addivenga alla edificazione di un monumento degno di lui e del re che l’ha voluto.

E’ così – tra il mitico e lo storico – che trae la sua origine la costruzione a opera dei benedettini del monastero di Bominaco (antica Momenaco) e dell’Oratorio di San Pellegrino.
Nel quale adesso ci troviamo. E non indugeremo troppo a raccontarvelo, perché non siamo storici dell’arte e dunque non possediamo il giusto vocabolario per illustrarvelo in maniera degna. Noi possiamo solo restituirvi le emozioni, e quelle che ci colgono qui sono di estrema meraviglia: non pensavamo che oltre le mura di questo che ci sembrava un piccolo edificio di campagna potesse rifulgere tanto splendore.
“Dicono che sia la Cappella degli Scrovegni dell’Abruzzo” dice la signora Marina, una volontaria del paese che custodisce le chiavi dell’Oratorio e che, contattata per telefono (il cui numero è indicato sul foglio affisso alle grate del cancello), è venuta ad aprirci.
“L’edificio è formato da un’unica aula rettangolare che misura internamente metri 18 x 5,80 per una superficie di 105 mq. circa” leggiamo sulla guida “esso ha una volta sestiacuta spartita in quattro campate da archi di rinforzo. Gli arconi, in cornice di conci perfettamente rifiniti, sono aggettati da lesene sormontate da capitelli. L’aula prende luce da sei feritoie laterali, tre per lato, ed in più da due rosoncini posti sopra le rispettive porte d’ingresso, uno semplice e liscio, l’altro possente ed ornato. Nel mezzo della chiesa vi sono due plutei di elegante fattura classica; davanti sono rappresentati un drago (destro) e un grifo (sinistro). I plutei costituivano il divisorio tra i battezzati e i catecumeni”.
Le pareti sono interamente dipinte con affreschi che rappresentano il ciclo natalizio e il triduo pasquale, nonché diverse figure di apostoli e di santi.
La peculiarità dell’Oratorio è anche quella di contenere l’affresco di un calendario liturgico in cui ogni mese è “raffigurato da due quadretti , a forma rettangolare, coronati in alto da arcatelle trilobate; nel primo quadretto, con graziosissima maestria, tipica del Miniaturista, è rappresentata la figura del mese; nel secondo, invece, i giorni del mese, diviso in settimane con le lettere A B C D E F G, riportano l’annotazione liturgica giornaliera. Sopra i due quadretti, nello spazio creato dalle arcatelle, sono dipinti i segni zodiacali e le fasi lunari”
Ma torniamo a San Pellegrino. La cui identità rimane misteriosa. Si sa quasi nulla, infatti, del santo che un’iscrizione indica provenire dalla Siria:
DE SIRIA S(an)C(tu)S PEREGRINU (s) VE(n)IT AD URBE (m). E che il calendario dipinto celebra il giorno 18 del mese di novembre.
Il suo corpo è seppellito sotto l’altare. Dove c’è un bassorilievo con due angeli intorno ad un piccolo foro e un’iscrizione che recita CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI.
Secondo la tradizione, poggiando l’orecchio in corrispondenza del foro, è possibile udire il battito del cuore del santo.
“Hanno trovato dentro il foro” dice la signora Marina “filamenti di tessuti provenienti dalla Siria. E questo a testimonianza del fatto che Pellegrino fosse veramente siriano e che i fedeli della sua terra venivano qui per pregarlo e chiedere miracoli. Infilavano fazzoletti e pezzi di stoffa nel foro, perché toccassero la tomba del santo, e poi li portavano via considerandoli come reliquie”.
Anche noi poggiamo l’orecchio sulla cavità. Un cuore che batte sotto terra è di per sé un miracolo. Chiudiamo gli occhi. Ma solo il nostro cuore batte un po’ più forte: emozionato dal trovarsi a un passo con ciò che resta del corpo mortale di un uomo che venne a cercare il proprio martirio nella terra in cui Pietro era stato crocifisso e Paolo decapitato; o chissà, forse solo suggestionato dalla leggenda di Carlo Magno e da quella di papa Leone III, che ebbe la lingua mozzata e gli occhi accecati, e però tornò a vedere e a parlare. E questo solo grazie a un sogno. Appunto.

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