Lezioni coreane

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Da un po’ di tempo tengo lezioni di italiano a una studentessa coreana che studia storia dell’arte alla Sapienza.

Da un po’ di tempo tengo lezioni di italiano a una studentessa coreana che studia storia dell’arte alla Sapienza. Mi Sung (che vuol dire “maturazione della bellezza”) fa di cognome Kim (che vuol dire “oro”) che è un po’ per diffusione il Rossi coreano e è da cinque anni in Italia, è una giornalista d’arte corrispondente per una rivista specializzata e sta scrivendo un libro sull’artigianato del nostro paese. Mi Sung sembra una ragazzina, ma ha più di trent’anni, parla molto bene la nostra lingua perché l’ha studiato nella prestigiosa scuola internazionale di Perugina, ma è una perfezionista e vuole superare le difficoltà dei verbi irregolari e utilizzare il congiuntivo meglio di noi. Gli attenti lettori di “O” ricorderanno della mia esperienza estiva in Corea del Sud da cui sono scaturiti due reportage uno dal trentottesimo parallelo e l’altro sulle pratiche alimentari coreane. Il mio interesse per la Corea non si è quindi affievolito e continuo a monitorare i festival sul cinema coreano (a marzo quello Samsung di Firenze e ora il Far East Film Festival di Udine) nonché i romanzi del nordcoreano Hwang Sok-Yong e la bellissima graphic novel di Park Kun-Woong e Chung Eun-Yong intitolata Il ponte di Nogunri. Fatto sta che quelle che dovevano essere delle normali lezioni private di italiano, si sono trasformate in conversazioni sulla Corea, sulla storia della Corea, sulle pratiche e mentalità coreane. In cambio do a Mi Sung delle dritte sull’artigianato in Italia: ad esempio che vale la pena andare a vedere le cartiere di Fabriano, che a Vetri ci sono le ceramiche e le ho rimediato pure il numero di un restauratore storico del ghetto di Roma. Un vero e proprio scambio culturale insomma.

Qualche giorno fa, appena salito nella sua casa di studenti vicino a Piazza Buenos Aires, Mi Sung mi ha chiesto concitata se avessi sentito le notizie sulla strage nel college della Virginia. Cho Seung-Hui, il giovane assassino di 32 studenti di cui girano sul web le pose ispirate da Taxi Driver, Matrix e Old Boy, era infatti di Seoul e, come ovvio, tutta la Corea aveva seguito il fatto di cronaca con partecipazione. Mi Sung mi ha detto che, quando si è scoperta l’identità del killer, le sono arrivate nella notte decine e decine di e-mail dalla Corea alcune di commento e riflessione sulla strage e altre addirittura per promuovere una petizione da mandare al presidente coreano per chiedere pubbliche scuse a Bush. I coreani hanno un forte senso di inferiorità verso quelli che sono, senza dubbio, gli ultimi colonizzatori. La cultura americana, soprattutto dei consumi, ha talmente colonizzato la Corea che alcune tendenze vengono prima sperimentate in Corea e poi negli Usa. Le famiglie benestanti mandano i figli giovanissimi in Usa a imparare l’inglese. L’America non è solo un simbolo di libertà, ma anche una grande opportunità di sviluppo e ricchezza per un paese sotto il giogo del Giappone per 36 anni e poi diviso da una terribile guerra civile tra Nord e Sud. Chiedo a Mi Sung gli effetti negativi di questa colonizzazione e lei mi racconta le proteste dei lavoratori (i sindacati coreani sono tra i più intransigenti dell’Asia) e quelle dei contadini in perenne crisi. Il 10 Settembre del 2003 il leader dei contadini coreani, Lee Kyung Hae, si conficcò un pugnale nel cuore, togliendosi la vita, davanti alle recensioni del WTO a Cancun in Messico, come estrema protesta delle politiche transnazionali di mercato sull’agricoltura. Il suo gesto, mi dice Mi Sung, è stato ripetuto di recente da un altro sindacalista.

Da questo si capisce la violenza neanche troppo sotterranea di una società mai pacificata. Chiedo a Mi Sung se si ricorda uno dei numerosi golpe militari che ha subito la Corea del Sud in tutti gli anni novanta. Lei si ricorda che poco prima di andare all’università, erano entrati a Seoul i carri armati dell’esercito ma non avevano sparato neanche un colpo. Ma gli anni novanta, dopo le Olimpiade dell’88 che sono state proprio uno spartiacque per Seoul, hanno visto l’esplosione del consumismo, della ricchezza, delle luci alla Tokio e di quella generazione “arancio” che girava sulle decappottabili, andava al karaoke, in discoteca, al mare (impensabile in una cultura che odia l’abbronzatura), si ubriacava e faceva la bella vita. Il nome “arancio” deriva dallo status symbol del frutto delle arance che veniva importato. Ora finalmente capisco i ragazzi più grandi di me che in Corea mi dicevano “di aver fatto la bella vita” alla mia età. Poi c’è stata la crisi economica di inizio millennio. Una sera Mi Sung mi ha pure preparato una cena coreana. Su via Cavour c’è un supermercato coreano che vende il kimchi già preparato e le lattine di succo di riso con i chicci sul fondo che viene chiamato “Nostalgia Drink” perché era preparato, in passato, dalle madri e sul bordo ha disegnato un cuore. Lì si possono trovare tutti gli ingredienti per fare soprattutto i kimpa, dei rotoli di riso con dentro verdure e carne, spesso wurstel (un’altra colonizzazione americana), a volte pesce crudo. Mi Sung ha preparato il sushi, il pollo piccante, gli spaghetti di soia trasparenti, le lumache con le verdure sempre piccanti. A metà della cena chiedo stupidamente se ha qualche parente, forse nonni, che si ricordano la guerra del 1950, la separazione, l’intervento americano. La storia recente della Corea, mi accorgo subito, è più tangibile di quanto creda. La storia che mi racconta Mi Sung potrebbe stare in un libro o in un film.

Mio padre era originario della Corea del Nord e era giovane nel 1950. Quando scoppiò la rivolta comunista e arrivarono i soldati cinesi, i servi dei miei nonni, che erano aristocratici, si ribellarono e li uccisero. Mio zio decise di scappare al sud e prese mio padre con sé perché poteva portare una sola persona. Mio padre disse a suo fratello, mio zio, che sarebbe tornato a prenderlo il più presto possibile, ma appena passarono dall’altra parte, la frontiera venne chiusa e non fu più possibile tornare indietro. Scappare dalla Corea fu una marcia faticosa e pericolosa di migliaia di profughi che cercavano i pochi ponti ancora non bombardati dai cinesi. Mio padre ha passato tutta la vita a cercare suo fratello, che era poco più piccolo di lui. Le lettere non riuscivano a superare i controlli, quando chiedeva agli uffici gli dicevano che era impossibile avere informazioni dell’altra parte. Quando la tensione si è allentata e alcuni riuscivano a entrare in Corea del Nord, i permessi però venivano negati agli originari considerati dei traditori e dei transfughi. Alcuni amici di mio padre riuscirono a raggiungere il villaggio, sempre scortati dalle guide comuniste, ma non trovarono nessuno in quella che era la grande casa colonica. Mio padre è morto nel 2003 senza sapere se suo fratello fosse ancora vivo e che fine avesse fatto.

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