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Ciao Omero, Gran bella bevuta ieri. Con un amico che non la smetteva di prendere birre e Villa che rideva come un matto.

Ciao Omero,

Gran bella bevuta ieri. Con un amico che non la smetteva di prendere birre e Villa che rideva come un matto. Mentre tornavo a casa ho rischiato di farmi la pipì sotto un paio di volte. Ho dovuto accostare e farla su un marciapiede vicino al deposito degli autobus di Prati. Per quelli che come me soffrono di calcoli dovrebbero consigliare la birra, altro che Fiuggi o che so io. E forse è proprio a forza di bere questo schifo di acque che mi si è afflosciato il cervello.
Per scrivere ci vuole un po’ di quiete e pace. Non dico tanto, ma un minimo per poter raccogliere le idee, non è così che si dice. Invece niente da fare e da quando ho preso casa in questo condominio non credo che riuscirò più a scrivere una parola. Non c’è niente da fare, se il buon Dio si accanisce su di te, tu puoi solo stare zitto e sopportare. Ma fino a quando? Quanto dura ancora?
La colpa è mia, dovevo prendere la stanza, pagare l’affitto e non farmi vedere in giro da anima viva. Eppure i prezzi così modici del condominio lasciavano intuire una qualche sorpresa. Quando ero a casa con i miei smadonnavo ogni volta che mia nonna mi veniva a rompere le palle su la bontà dell’acqua di Roma o su quanto l’avesse sconvolta la morte di una giovane ragazza. Su mio padre che riusciva a dare di matto per qualunque oggetto avesse un motore e nemmeno farlo a posta a passarci sotto la mia camera. Smadonnavo di mia madre che imbottita di pillole si faceva ripetere le cose due volte, senza ascoltare la risposta che le davi per la seconda volta
Smadonnavo di questo, ma che illuso ero. Qui mettersi tranquilli per buttare giù un racconto in forma decente è impossibile. Mettiamoci anche il lavoro e siamo a posto. Ma io li vedo, li studio e li odio ogni giorno di più.
Prendi Maggie ad esempio, la piccola Maggie. Una miliardaria che abita a Largo Argentina in un super attico e ora si è trasferita qui a spese del padre. Dice che non riusciva più a vivere con i suoi. Qui è venuta a cercare l’ispirazione per fare un film. Ogni sera scende nel mio appartamento e modifica la trama, non ho ancora ben capito di cosa parli. Io le scrocco il fumo, ma lei parla di tante cazzate. La cosa brutta è che dorme fino all’una e la sera non crolla mai. Si veste sempre di nero e ha passato tanto di quel tempo a spese dei suoi che non saprebbe ipotizzare la sua vita in maniera diversa. Questa è Maggie la regista e occupa tutte le mie sante serate.
Delle volte usciamo con Maggie e andiamo al bar all’angolo di via Corinto. Una di quelle sere ho avuto la sventura di incontrare Claudio. Ho scoperto che vive al piano sopra al mio. Che schifo di scoperta. Ogni pomeriggio, verso l’aperitivo, torna stanco morto dal lavoro nella mia stanza e attacca una sparata su la sua ex. Una certa Marta che l’ha mollato quando sei mesi prima lui aveva tentato di andare a fare il Clown a Londra. Niente da fare, quando è tornato si è trovato senza una lira e con la famiglia che gli ha sbattuto la porta in faccia. Forse è stata la cosa più dignitosa che gli sia capitata. Prima di quella porta doveva essere un altro miliardario alla Maggie, solo che sognava di fare il Clown.
Ma via Corinto non è l’unico posto dove le piattole corrodono la mia vita da scrittore. Sono anche nel mio piano e non devono fare altro che attraversare il pianerottolo con una scusa. E la gente ne ha tante di scuse.
Morire senza aver scritto una sola parola su Nazione Indiana, o chissà dove, mi lascia per giorni l’umore a terra. Non voglio fare la fine di tutti questi cazzo di figli di papà che sono convinti di vivere a Parigi quando scorrazzavano Hemingway e Picasso. La fine di questi svampiti che credono di avere in tasca tutto il talento di questo mondo. Sai che ti dico che se Hemingway avesse avuto vent’anni nel duemilasette, sarebbe stato un gran cazzone e su questo non ho dubbi.
Così gente come Lillo attraversa il piano e viene a citofonare. Lui, nemmeno a dirlo, fa il musicista. Suona il trash o qualche altra merdata . E’ riuscito a fare un demo con una casa discografica e dice sempre che il suo momento è giunto. Le scuse che tira fuori sono tra le peggiori e non te le sto a dire. Ma anche nei suoi occhi puoi vedere la paura di lasciarsi andare troppo alla vita. Non ho mai appurato, ma stai pur certo che papà non lo lascerà solo al suo piccolo Lillo. Porta sempre dei bracciali in pelle con degli spunzoni. Una volta gli ho chiesto che cavolo ci faceva e lui: ”Afferrami come se mi dovessi arrestare!”. Ovviamente non ci si riusciva.
Rimane solo la mattina a questo punto, che devo passare a lavorare come cazzo di facchino per pagarmi l’affitto di una stanza che non dà pace e per sentire che lentamente finirò come tutti quegli stronzi che passano le loro giornate al Callisto e parlano dell’ultimo film di Herzog o che so io. Come tutte quelle teste calde che vanno nei festini super fighetti per cercare un qualche editore che li pubblichi. Una scrittrice ha detto che polvere siamo e polvere torneremo a essere e quindi bisogna scrivere di polvere e basta. Ogni giorno io prego Dio che mi faccia scrivere solo di polvere, guai se mi ritrovassi a scrivere dell’ermeneutica dell’invisibile o di qualche altra cazzata. Ti prego Dio sono stato buono e sono un gran lavoratore, fammi scrivere solo di vita.
C’è anche Ugo Pelosi. Ha una ferramenta davanti all’uscita del mio palazzo. Su questa via sono tutti come lui, gente che ha ereditato il negozio dalla famiglia e tenta di mandarlo avanti come può. Accanto a loro c’è sempre una qualche babbiona. Stucco sul viso e labbra gonfiate, non accetteranno mai che il lavoro vada male. Il lavoro di Ugo non può andare male. Loro il sabato devono fare shopping e svuotare la carta di credito. Ugo spala merda tutta la settimana e la domenica è in giro in qualche outlet a frenare la moglie. “Non ti sposare mai, non fare figli… guarda io con chi mi sono messo.” Mi fa sempre riferendosi a quella babbiona della moglie.
Potrei anche morire qui dentro senza che nessun Lagioia o Raimo abbia mai letto i miei racconti. Delle volte la notte mi sveglio di soprassalto e non mi sento più il cuore. Urlo per un attimo e poi lo sento di nuovo battere. Basterebbe che si rompesse le palle e non esisterei più. Come tante altri poveri cristi. Come la gente che la mattina prende il treno con me. C’è un signore che si chiama Marcello e gioca ai cavalli a Capannelle tutti i giorni. Sale alla fermata dopo la mia e ogni volte gli tengo il posto. Gli lascio anche qualche Euro perché mi faccia qualche puntata. Ma è uno che la vita se l’è fottuta come un’aspirina in un bicchiere d’acqua. Un giorno si piegherà, magari con un dolore da qualche parte, e se sarà fortunato non sentirà niente. Amen. Spero che prima riesca a comprarsi quel Maggiolino del cinquantanove che mi fa vedere ogni giorno. Gli mancano solo seimila Euro.
Vedo anche tutti quei rom che aspettano di fare la giornata ai bordi delle strade. Hanno il viso che dimostra dieci anni più di quelli che hanno. Anche a loro chi se li inculerà quando capiranno che non c’è nessun sogno da queste parti. Quando capiranno che a farsi il culo come operai per dieci anni avranno messo da parte solo quel po’ di soldi che gli ha permesso di non morire per dieci anni. Eppure li senti parlare e parlano del futuro come se già esistesse e i loro sogni sono talmente umili che mi viene voglia di rompere il culo a Maggie e a tutte le puttanelle come lei.
Ho paura di finire come loro. Un bella lapide con data di nascita e data di morte. Come Cesare il mio macellaio. Se ne è andato prima di Natale. Lui sì che ci aveva provato. Era stato un pugile una quarantina di anni fa. Aveva fatto trenta incontri da professionista nei super welter. Rideva sempre e mi mostrava la foto sbiadita della su palestra con lui in primo piano. La palestra era l’Audace a rione Monti e lui sembrava essere Dio. Giuro che da quel giuro è così che immagino Dio. Con quei muscoli e con quella mascella; con quello sguardo da macchina impazzita.
Mi ha sempre fatto credito Cesare e mi ha parlato tante volte di quella volta in cui steso Ernesto Sugar Bonnavi. Ma di lui adesso che ne è rimasto? Lo sanno i fighetti che parlano al Callisto, lo sanno Maggie o Lillo?
Lo sa la signora Giovagnoli, proprietaria del condominio. Passa tutto il giorno a ristrutturare il suo viso e a fonarsi i capelli. “Signor Talone mi raccomando, domani è il primo… infili i soldi sotto la mia porta.” Con quel marito che è stato in grado di comprarsi una Mercedes con i risparmi di una vita. Tutto lì, una Mercedes. Che cazzo ne sanno loro di cosa vuol dire fare trenta incontri, sdraiare ventisette poveri cristi e poi finire nel nulla. O forse lo sanno che qualcuno gli porterà i fiori solo per il primo mese e poi…
Forse lo sa la signora Petelli che mi abita sotto casa. Quella puttana della figlia vuole venderle l’appartamento e mandarla in un ospizio. E se continua così ci riuscirà. Per il momento la signora Petelli ascolta la tv al massimo del volume tutto il giorno. Non schioda di lì. Ogni tanto prego Dio che la fulmini lì, così riuscirebbe a farmi scrivere qualche riga invece di farmi sentire tutte quelle cazzo di soap. Almeno non gli toccherebbe andare in un posto dove le nascondono le sigarette e il caffè è vietato.
Quando mi sento veramente a terra vado al cimitero a trovare Onofri. Ci parlo un po’ e tento di stringere i denti. Non so perché ma sento che mi fa bene andare lì. Mi ricorda come stanno le cose a questo mondo, come la boxe.
Così la sera quando ogni cosa dorme mi faccio un caffè verso mezzanotte e attacco a scrivere. Magari non sono così lucido, magari mi si chiudono gli occhi, ma per Dio il cuore mi brucia e cerco di metterci tutto nel mio racconto. Mettici tutto, mettici tutto.
Così mio caro e unico editore ti saluto augurandoci tempi migliori. Magari su Second life.

Un abbraccio

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