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Tutto Benigni e tutto Dante

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Che Dante stesso sia apparso ai giudizi dei critici più sapienti capace di rivestire la bestialità umana con fervida immaginazione tanto da averne reso quei tratti animaleschi e loschi...

Che Dante stesso sia apparso ai giudizi dei critici più sapienti capace di rivestire la bestialità umana con fervida immaginazione tanto da averne reso quei tratti animaleschi e loschi degni dello sprezzo eterno del re dell’universo quand’anche ironici, amaramente satirici e che sia stato in grado di arrivare al popolo rendendo immagini apostrofali in termini quotidiani, è un dato oramai più che noto: ma che il comico più eclettico e versatile del panorama italiano abbia saputo rendere omaggio all’opera più alta di tutti i tempi, rallegrando la platea e solleticandola tra satira politica, racconti d’attualità, brevi cenni quando autobiografici quando fantascientifici e che abbia saputo tenere incollati ai sedili scomodi e pizzuti del grande(forse troppo) teatro tenda di Piazzale Clodio a Roma migliaia di eterogenei spettatori servendosi del sommo poeta, forse non era poi così altrettanto certo.

Non si è trattato banalmente di un Benigni Show, della lettura completa o parziale della Divina Commedia, come più di qualcuno si sarebbe aspettato, ma di “Tutto Dante”, che può essere raccontato attraverso un solo canto, un canto infernale, magari quello che ospita quanti sommisero la ragione al talento: i lussuriosi.

Sembra di volteggiare in un turbinio violento insieme a queste anime sconvolte e percosse dal contrappasso del peccato loro, e Benigni incalza: ”Andarono di su, di giù, di qua, di là e simili agli storni che in aria disegnano percorsi schizofrenici, ora non hanno riposo, fino all’eternità nessuna speranza di minor pena li rinfranca”.

Insiste sulla percezione dell’eternità, simile al domandarsi ”fino a quanto so contare, fin dove arriva la mia percezione d’infinito?”; eternità, iniziamo a misurarci con il sospetto della sua esistenza quando intuiamo l’amore, quando il bisogno di racchiudere quella scintilla in un momento di cui non scorgiamo la fine si fa strada nell’animo.

È il poeta l’artefice della scoperta umana, il poeta e la sua grandezza nel mettere in comunicazione l’uomo e le passioni sue irrisolte, inesplorate, come Guglielmo Marconi e le onde radio, ci ricorda lui, l’inventore scova il modo di utilizzare un principio già esistente, che sarebbe rimasto inutilizzato senza la sua scoperta.

Il poeta suscita, chiama l’animo educato; perché c’è bisogno che l’albero cresca dritto, che non si pieghi alle prime piogge e che non si spenga alla siccità, va supportato ed educato a ricevere, ad apprezzare, ad essere chiamato; suona come un invito, un’esortazione e una speranza per il futuro, si percepisce.

Incontriamo Semiramide, che “a vizio di lussuria fu sì rotta che libito fe licito in sua legge”, (lascio immaginare i ricami erotici infilati da Benigni per realisticamente rendere omaggio alla decisione dei versi) e poi Didone, che mentre ancora versava lacrime sulle ceneri di Sicheo giurando castità assoluta, ruppe la promessa in favore del bell’Enea e si tolse la vita poco dopo l’abbandono da parte dello stesso.

Una schiera di anime che il vizio dell’amore separò dalla vita.

La ferocia e la sfrenatezza si placano e i toni s’ingentiliscono, mossi dalla pietà all’incontro con quelle anime che viaggiano per l’aere l’una stretta al fianco dell’altra.

Arriviamo a Gradara, nel castello testimone dell’accaduto, a sentire pronunciato il nome di Francesca con quella sospensione drammatica che Benigni trasuda dai movimenti, dai toni, dalla cautela con la quale cadenza le pause di fronte ad un’anima rea ma allo stesso tempo nobile e gentile, che non ha perduto le sembianze di donna e che, insieme all’amato, nella pena più scura è costretta a ripercorrere il tempo dei “dolci sospiri”; è regola spietata dell’amor cortese vietare alla persona amata di non ricambiare il sentimento a questi rivolto, e che ancora al cuore ingentilito e disposto, ratto il sentimento s’avvinghi al punto da non lasciare immune neppure l’anima più candida e devota che nonostante tutta la pietà umana suscitata nel pellegrino degli inferi, il giudizio divino castigherà nel dolore eterno.

Giunti al termine di questo viaggio, il cui commento e le cui rappresentazioni sceniche forniteci attraverso le parole nitide ed indagatrici della nostra appassionata guida, dopo aver giocato con la pena e lo scandalo che hanno dominato il panorama politico degli ultimi anni, rimane solo il dubbio, avendo elargito noi più applausi grazie alle tante risate regalateci rispetto a quanto non sia seguito, che la scelta di un ambiente più intimo avrebbe pagato maggiormente in termini di qualità dell’ascolto, e che il nome di questo comico, che ha vestito per noi i panni di un preparatissimo Virgilio, sia ancora da scoprire per le sue capacità di eccellente narratore.

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