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Quando L’Eredità, del danese Per Fly (pronuncia Flu) era uscito quattro anni fa al Nuovo Sacher, dopo averlo visto ed esserne stati folgorati, ci eravamo ritrovati per giorni a parlare...

Quando L’Eredità, del danese Per Fly (pronuncia Flu) era uscito quattro anni fa al Nuovo Sacher, dopo averlo visto ed esserne stati folgorati, ci eravamo ritrovati per giorni a parlare di destino, di scelte ineluttabili, degli interrogativi aperti del finale. Così quando una mattina di aprile, sempre al Nuovo Sacher, sono seduta nell’atrio accanto a Per Fly, in persona, venuto a presentare Gli Innocenti, ultimo film della Trilogia sulle classi sociali dopo La Panchina e L’eredità, non resisto e d’impulso, come la più sdilinquita delle romantiche, gli chiedo “ma Christoffer (il personaggio de L’Eredità), alla fine, perché non va all’appuntamento?” Per Fly alto, magrissimo, jeans grigi e giacca di velluto raso nero, occhialetti e volto vivacissimo, mi fissa un istante pensieroso, passandosi la mano sulla nuca e tra i capelli poi dice “lui vorrebbe rivederla, ma poi capisce che il suo lavoro, la sua grande azienda, sono assolutamente incompatibili con l’amore. Sceglie di rinunciare all’amore.” Lo dice tutto d’un fiato, con l’espressione contrita, si stringe nelle spalle e sospira, gli dispiace che le cose debbano andare così. “Scrivendo buttiamo sempre giù due o tre finali felici, ci proviamo, è la prima scelta…” fissa il soffitto e sembra seguire un suo segreto calcolo “ma ci accorgiamo che così il film non c’è più. Alla fine rimane solo il finale tragico”
Mi guarda esitante, imbarazzato, finché scoppiamo a ridere entrambi. Vedi L’Eredità, vedi Gli Innocenti, le scene in cui i protagonisti si confrontano con i loro demoni interni, e ti chiedi ma come sarà, che aspetto avrà l’uomo che li ha girati? Ti immagini un figuro triste e oscuro, tormentatissimo, ed invece Per Fly irradia scintille, una intensa, implacabile luce nordica.
E ora che ci ha raggiunto Jesper Christensen, che è Carsten il protagonista de Gli innocenti (e de La panchina) con il braccio ingessato a seguito di una caduta su un set, anche lui lungo e scuro, i due nordici si scambiano sguardi lugubri e seri, si prendono in giro, simulano possibili risposte per la conferenza stampa, e si divertono come due bambini, allegri e in fondo un po’ emozionati, scandinavi vitalissimi nell’atrio del Nuovo Sacher.

E la complicità mattacchiona li unisce anche adesso che se ne stanno seduti composti e concentrati, al primo piano del Nuovo Sacher, per la lunga intervista del DVD italiano. Jesper Christensen distende le mani sulle ginocchia e ascolta in silenzio, attentissimo mentre Per Fly racconta della trilogia, della ricerca di un modo diverso di parlare delle classi sociali, quest’ultimo film racconta la classe media, gli intellettuali, le loro ideologie e le loro bugie, ed era il più difficile perché il 90% dei danesi appartiene alla classe media. L’idea era di raccontare un omicidio, ma non in forma di thriller, né al modo di Hollywood, piuttosto raccontare cosa succede veramente quando una persona viene uccisa. Dietro c’è stata una lunga ricerca: incontri nelle carceri, con gente che ha ucciso, con i sacerdoti, con persone con parenti ammazzati. “Volevo capire cosa vuol dire veramente uccidere, anche quando si uccide in nome di un mondo migliore. Vedere questi personaggi pieni di errori, pieni di colpa, avvicinarmi a loro per cercare di capire perché lo hanno fatto. E sono entrato in una zona buia, nel lato più oscuro della vita, non c’è nulla di buono”
Si accarezza la nuca, affila lo sguardo ora sì tormentato.
La giornalista dice “Lei si è accanito contro il suo personaggio, lo punisce fino in fondo, non gli dà scampo. ” E Per Fly non può far altro che annuire.
“Il mio personaggio è un uomo che racconta molte bugie: vive con la moglie che non ama più e ha una relazione con una ragazza, una sua ex studentessa; ad un certo punto si sente intrappolato nella sua vita borghese ma quando decide di iniziare una nuova vita e di sbarazzarsi del suo carico di bugie paradossalmente lo fa con una bugia ancora più grossa e allora il mondo gli crolla addosso. La vita lo punisce fino a quando lui non dice tutta la verità, fino a quando non confessa ai parenti della vittima chi è stato l’assassino, lo fa troppo tardi e per questo è un personaggio drammatico.”
Ma quando l’intervistatrice chiede se nell’immagine del protagonista e della sua giovane amante ci siano degli echi di Lola e del professore di L’Angelo Azzurro, regista e attore all’unisono si irrigidiscono e piegano la bocca in una smorfia: L’Angelo Azzurro è la storia di un’ossessione sessuale, questa invece è la storia di come gli ideali e i valori della giovinezza possano deteriorarsi nel tempo. La relazione tra il professore e la ragazza è autentica e reale, tra loro c’è intesa sessuale, ma anche e soprattutto complicità intellettuale. La ragazza nel film rappresenta il coraggio: è lei che mette in pratica le teorie rivoluzionarie del professore. (La ragazza, insieme a due compagni, compie un’azione di sabotaggio in una fabbrica di armi e, per una fatalità, uccide un poliziotto.)
Nello sguardo di Per Fly brucia una luce scura. Spiega che nel film c’è bisogno di un eroe e per fare un eroe ci vogliono tre elementi: coraggio, saggezza ed empatia. Tratteggiando i personaggi delle tre donne del film si sono accorti che ognuna rappresentava un elemento: la ragazza il coraggio, la moglie la saggezza e la moglie del poliziotto ucciso (che nella vita reale è la moglie di Per) l’empatia, il sentire profondo. Ed è attraverso queste tre donne, e il viaggio che compie attraverso di loro, che egli diventa un eroe. “Nel viaggio perde moltissimo, quasi tutto, ma alla fine atterra su un terreno solido.” Conclude Per Fly e le sue parole, nel silenzio che segue, evocano la chiusa del film che torna sull’immagine iniziale: il deltaplano e la costa frastagliata, il cielo azzurro e il mare turchese, una luce tersa sulla scogliera di Amleto e sulla sua ricerca di verità.
“Alla fine del viaggio Carsten dice la verità” riprende Per Fly “Parlando con la gente ho scoperto che l’unica cosa che aiuta, che serve, dopo un omicidio, è conoscere cosa è successo ai propri cari. Avevo sempre creduto che fosse la vendetta e invece con questo film ho scoperto altre cose. Un film per me è un lungo viaggio che mi permette di andare sempre più a fondo in un tema, di capire la mia posizione, il protagonista ha delle idee giuste in teoria, ma bisogna vedere cosa succede al momento di metterle in pratica, e il film è il viaggio di scoperta che io percorro insieme a lui e una ricerca esistenziale, sugli adeguamenti che un uomo apporta ai suoi sentimenti nella vita per andare avanti e le bugie che ne conseguono. Quante bugie puoi dirti prima che la tua vita crolli e di quante hai bisogno per andare avanti. È un concetto che Ibsen rende molto bene quando parla di Bugia vitale ne L’anitra selvatica. “Togliete all’uomo medio la sua bugia vitale e gli togliete al tempo stesso la felicità”. Jesper Christensen annuisce serio e soddisfatto e si vede che entrambi non disdegnerebbero affatto l’opportunità di parlare di Ibsen e di approfondire un po’ la questione, ma altre domande premono: la sceneggiatura e il lavoro con gli attori.
La stesura della sceneggiatura continua fino alla fine del film, per una sceneggiatura ci vuole un anno, un anno e mezzo, si inizia raccogliendo materiale su un tema, si scrive qualcosa, si improvvisa con gli attori, si parla, si discutono le possibilità, si riscrive. Con l’improvvisazione si affinano i personaggi. “Giriamo con due macchine da presa, una su un attore, una sull’altro, così abbiamo grandissima libertà, è una tecnica che abbiamo approntato con il direttore della fotografia.”
L’entusiasmo di Per Fly, il suo uso continuo del noi, del lavoro di squadra, ci socchiude le porte di un set, di un laboratorio popolato da infaticabili sperimentatori.
Per allunga il braccio verso Jesper seduto accanto a lui. Gli dispiace che le domande siano sempre per il regista, sa bene che l’attore in questo film è tutto. E allora Jespers, con il suo braccio fasciato, e una certa timidezza parla del lavoro di improvvisazione: ogni attore conosce lo spazio in cui può muoversi e per il resto è libero. E spiega che loro la mattina iniziano subito le riprese dai primi piani, e non dai campi lunghi, come è la prassi, così il lavoro sui volti è più intenso perchè l’attore è meno stanco.

I loro occhi brillano timidamente come quelli di due bambini che abbiano indicato ad un adulto la porta della loro incredibile stanza dei giochi e vadano con il pensiero all’immense emozioni sperimentate là dentro, alle risa, alla fatica, alla scoperta.
“E i danesi si riconoscono nella Trilogia?” chiede l’intervistatrice strappandoli al loro trasognamento. I due si scambiano uno sguardo veloce quasi a chiedersi conferma del grande successo della Trilogia. In Danimarca ogni film ha suscitato grande interesse, reazioni forti. Il più visto è stato proprio Gli Innocenti. E de L’eredità si è parlato moltissimo. Per Fly mi cerca con gli occhi e sorride. “Si è parlato molto dell’uomo che sceglie intenzionalmente di eliminare l’amore dalla sua vita. L’uomo sa cosa può fare la passione, e sceglie di rinunciarvi. È molto triste nella vita prendere una decisione del genere.” Jesper annuisce serio. E di nuovo come poco prima nella hall il volto di Per si fa buio e tristissimo. “Molte persone arrivano a prendere decisioni simili senza averne coscienza. La vita è complicata, complessa ed invece la gente preme per avere cose semplici. Le cose non sono semplici, è quello che cercavo di mostrare con la trilogia: non puoi dire che l’uomo sulla panchina è un perdente e il miliardario è un bastardo, non è solo questo.”

Freneticamente, prima della Conferenza stampa, si succedono le interviste nello spiazzo antistante l’Arena, mentre in sala si proietta il film. Un giornalista intervista Jespers individualmente e gli chiede di spiegare chi è il suo personaggio: “Carsten è un insegnante di scienze sociali, ha la mia età più o meno, la generazione del 68. Tutte le generazioni credono di poter cambiare il mondo, ma di certo la mia ha avuto più elementi per illudersi che ci stesse riuscendo. Carsten era sicuro che le idee avrebbero cambiato il mondo e alla fine si trova a vivere una vita borghese, senza amore, beve un po’ troppo, non ha più sogni solo quelli che gli vengono dai suoi studenti, ma alla fine si stanca delle sue bugie e il resto lo sappiamo. È stato un personaggio molto interessante per me e anche molto facile da mettere in scena. Con Per Fly si lavora così: si parla moltissimo della vita dei personaggi e finisci per conoscerli così bene! Senza conoscerli sarebbe difficilissimo improvvisare come lavoriamo noi, ma quando sai tutto allora puoi andare direttamente alle emozioni.”
“E lei perché fa l’attore?” Chiede il giornalista brusco, provocatorio. E Jespers parsimonioso e nordico ammutolisce. “Non saprei rispondere” mormora desolato. Il sole batte sul suo viso solcato di rughe, sui suoi intensi occhi chiari. Il giornalista fa il gesto di accendere un cerino sotto il viso di Jespers, poi sotto il mio. Noi lo guardiamo perplessi. E lui ci spiega che entrambi i nostri visi sono pieni di luce nascosta, basterebbe l’illuminazione di un cerino a snidarla e noi ridiamo e alla luce del cerino immaginario Jespers esclama che una cosa da dire ce l’ha: “ci sono stati dei casi, pochissimi, in cui il lavoro di attore mi ha elevato al di sopra della mia condizione di uomo. Mi è successo con La panchina, anni fa. In genere quando esce un film la gente ti saluta per strada, ma quella volta è stato diverso, la gente non si avvicinava solo per salutarmi, volevano parlare con me, a lungo, mi raccontavano le loro storie, storie di familiari così vicine alla storia del mio personaggio. Mi parlavano del padre che si ubriacava e di quello che succedeva in famiglia. La gente piangeva. Ho sentito quanto fosse stato importante il mio personaggio per loro” La luce incerta di primavera balla sul viso di Jespers, sui suoi occhi dove scorrono i ricordi. È così intenso il suo viso che il giornalista, a intervista conclusa, gli dice “ma come fate voi scandinavi? avete un’energia, una passione… fate film che colgono l’anima della vostra gente, qui ce l’avevamo un tempo, ora in Italia c’è rimasto solo il sole… La panchina non è neanche uscito da noi” Jespers sorride. Dice che ora uscirà in DVD. E spiega che è stato un decennio d’oro, questo, per il cinema danese ma ora si sente venire la fine. La luce accende scaglie d’oro nei suoi occhi, una luce d’autunno.

In Conferenza Stampa Per Fly vorrebbe di nuovo parlare di Ibsen ma il pubblico chiede ragione degli interrogativi irrisolti del film. E lui di nuovo si sfiora i capelli con le dita e riconosce che il finale per i suoi film è sempre un gran problema e comunque nel DVD potranno vedere dei finali diversi, forse più felici. Il fatto è che il tema di fondo è molto complesso: se si lotta in nome di un mondo migliore non si può escludere che venga ucciso qualcuno. All’epoca, nel ’68, la questione era molto dibattuta. Anche Bush dice se vogliamo costruire la democrazia in Irak ci saranno dei morti. “Io credo che nel film ci sia un avvertimento a non credere nel terrorismo, nella possibilità di risolvere le cose uccidendo. E comunque è ugualmente difficile credere nell’Innocenza, che ci siano realmente degli innocenti. Lo ha detto benissimo Orson Welles ne Il Processo.” Continuerebbe volentieri a parlare di Orson Welles e della sua versione di Kafka. Ma qualcuno dal pubblico chiede se è plausibile la sentenza del film che assolve i tre ragazzi dal reato di omicidio, e allora in sala si scatena una piccola feroce battaglia tra i sostenitori del sistema garantista italiano e i suoi detrattori a cui i due scandinavi assistono a metà stupiti, a metà distaccati come due divinità che si divertano ad osservare i conflitti che le loro azioni innescano tra gli uomini. Per quanto riguarda la sentenza del film, li assicura Per, era l’evoluzione più probabile del processo. E racconta che venti anni fa c’è stato un caso simile, una banda ha assaltato una banca per ragioni politiche, per finanziare azioni di sabotaggio, nella rapina è rimasto ucciso un poliziotto. Nessuno della banda si è dichiarato colpevole dell’omicidio e sono stati assolti tutti. Dopo venti anni i genitori chiedono ancora di sapere.
Si torna a parlare della Trilogia e Per Fly racconta che tutto è iniziato nel 1998, all’epoca qualcuno in Danimarca aveva cominciato a dire che i poveri non bisognava più aiutarli, un tizio aveva scritto anche un grosso articolo al riguardo, e così a lui era venuto in mente di fare un film su questa gente, sui poveri, che nessuno voleva più aiutare. Ma anche un film così nessuno lo voleva aiutare, finanziamenti non si trovavano e allora Per Fly è andato da Ib Tardini, il padre di tutti i produttori, pietra miliare del cinema danese, e ha detto io questo film lo voglio fare , promettimi che lo farai. E Ib ha promesso anche se non ci credeva molto e ha promesso anche quando Per Fly facendo ricerche per il primo film ha avuto l’idea della trilogia, ha capito che i film dovevano essere tre.
“Però poi tutti l’hanno seguita” gridano in sala “come mai i film danesi hanno così tanto successo, come mai riescono a parlare così tanto al pubblico?” Domanda che torna ossessiva.
Per Fly stringe le labbra, c’è il solito scambio di occhiate con Jespers. “È una domanda difficile, gli ultimi dieci, dodici anni sono stati l’era d’oro del cinema danese, come è stato il neorealismo in Italia, ma già si cominciano a vedere i segni della fine.” Altro scambio di sguardi, come un sospiro tra i due “Credo che molto abbia a che fare con i soldi, c’è stato un periodo in cui molte persone volevano investire in modo diverso, cercavano altre possibilità e sono arrivate al cinema. Tutto è nato con Dogma, gli investitori davano i soldi e Lars diceva sì però sono io a decidere, solo così i vostri soldi renderanno. E loro lo lasciavano decidere. Lars Van Trier è stato per tutti noi il grande motore ed io sono stato ben contento di farmi trascinare da cotanto motore” Ride Per Fly “Ma adesso è cambiata la legge sugli investimenti” Entrambi scuotono la testa, irritati, allarmati per l’incertezza del futuro “Appena qualcosa funziona i politici smaniano per cambiarla. Adesso dicono che i film danesi sul mercato nazionale devono essere il 50% , 60%, non più il 35% di prima, e questo è pericoloso, questo non può far bene.”
Finita la Conferenza stampa, la hall del Nuovo Sacher è deserta, fuori il cielo si è fatto più buio, non è poi così diverso da un cielo nordico, Per Fly e Jesper Christensen sorridono stanchi, lo sguardo trasognato e lucido insieme. Fuori c’è già una macchina che li aspetta per accompagnarli all’aeroporto, manca solo un ultimo giornalista che ritarda. E loro hanno voglia di partire, dicono, di tornare a casa. Sembrano provati da questo mondo del sud, troppo caldo, troppe voci, troppo rumore. Hanno voglia di freddo e di silenzio e della libertà del loro set, della loro stanza dei giochi, lo ha detto Jesper quando di nuovo gli hanno chiesto perché fa l’attore lui è stato prontissimo a rispondere: perché mi diverto, soprattutto con Per Fly, è bello lavorare all’estero e vedere altre cose (Il braccio se l’è rotto su un set americano) ma la libertà che mi dà Per non me la dà nessuno: la felicità selvaggia dell’improvvisazione, l’allegria che c’è con lui.” Pur di partire hanno rinunciato al volo diretto e faranno scalo a Francoforte. Ne approfitteranno per buttare giù qualche birra tedesca. E ridono: due bambini di neve timorosi di sciogliersi nel pallido sole della nostra primavera.
Ed eccolo arrivare trafelato l’ultimo giornalista. Per si appresta a parlare di bugie e terrorismo, a scusarsi per quel finale troppo aperto, ma il giornalista è interessato alla forma, allo stile: gli chiede della struttura ad intreccio, del film che si apre a omicidio compiuto e poi risale indietro e poi torna avanti e di quella mescolanza insolita di immagini classiche, luci cupe, e un montaggio molto libero. E Per e Jesper si illuminano tutti, dimenticano la stanchezza per un istante, e sorridono grati e complici all’intervistatore. Devono avere l’impressione che un bambino si sia avvicinato a sbirciare nella loro stanza segreta, e sono felici di poter spiegare come funzionano i loro congegni. Come hanno montato il loro puzzle. Contenti che qualcuno abbia notato le sottigliezze dei loro giochi. “Abbiamo provato tante possibilità, avevamo pensato di iniziare con la scena dell’omicidio, ma non funzionava. Cerchiamo sempre la struttura che serva a raccontare la storia nel modo più vero, cambiamo e sperimentiamo finché non la troviamo. Quanto alla peculiarità dello stile : alla mescolanza di immagini classiche e di un montaggio molto libero” e qui il viso di Per si illumina tutto, i suoi occhi sono colmi di gratitudine, e la sua voce è quasi un soffio “viene dal desiderio di conciliare due modi lontani di fare film: quello di Kieslowski e quello di Cassevetes.” Non aggiunge altro, se il giornalista è stato così bravo a cogliere il punto saprà andare avanti da solo. La porta della stanza si chiude, si è aperta quel poco che ci è servito a intravedere, sugli scaffali alle pareti, le immagini e il mondo di Kieslowski e Cassavetes, di Ibsen e Kafka e Orson Welles. Immagini e mondi che i bambini del nord assemblano e reinventano.
La stanza si richiude e i due salgono in macchina alla volta del Paese delle nevi. Oltre i vetri sorridono, radiosi mattacchioni, pregustandosi già il viaggio e lo scalo e la prima birra del Nord.

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