Niccolò Ammaniti e Come Dio comanda

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Un Centro commerciale labirintico, monumenti posticci che lo rendono angusto come un set di George Romero. Passanti come Zombie si trascinano annoiati nel non-luogo dell’ effimero. Uomini che si sentono...

Un Centro commerciale labirintico, monumenti posticci che lo rendono angusto come un set di George Romero. Passanti come Zombie si trascinano annoiati nel non-luogo dell’effimero. Uomini che si sentono, o ci sono o ci finiranno, sotto assedio. Strade provinciali in cui si sovrappongono i destini anonimi di un manipolo di Perdenti. Destini infiammati da coincidenze che aprono scenari di volta in volta tetri o paradossali. Una vera e propria ossessione quella di Ammaniti per le coincidenze. Passione condivisa dal regista Quentin Tarantino, a cui spesso, soprattutto nei primi lavori, è stato accostato. Ma l’ultimo romanzo di Ammaniti, Come Dio Comanda (Mondadori, 2006) non è un horror, né tantomeno un romanzo Pulp, anche se lo scrittore romano non ci fa mancare sangue ed imprevisti rocamboleschi. Gli chiedo di cinema dunque, quando lo raggiungo per un’intervista telefonica. È il 16 Aprile e alla tv passano le immagini dei festeggiamenti per il compleanno del Santo Padre. Ammaniti parla veloce, ascolta le mie domande e risponde con tono calmo ma appassionato. La voce è percorsa da una nota di nervosismo che interpreto come irrequietudine creativa.

Se le fosse affidato il ruolo di regista per un eventuale trasposizione cinematografica di Come Dio Comanda, quale sarebbe il suo stile?
Se facessi un film vorrei uno stile realistico, senza fronzoli. Un romanzo permette tante divagazioni, tanti approfondimenti che invece appesantirebbero un film. Vorrei andare al nocciolo della questione. Mi piacciono anche film in cui c’è uno spirito folle, grottesco, ma dipende sempre da come si vuole raccontare una storia, in Come Dio Comanda la parte drammatica è centrale. Quando scrissi la sceneggiatura per L’Ultimo Capodanno invece, cercai di evidenziare anche gli aspetti comici, lì ci potevano stare degli spunti umoristici e una maggiore caratterizzazione del personaggio.

Un altra ossessione di Ammaniti, quella per il realismo, per l’accuratezza dei particolari, me lo conferma la sua risposta alla domanda successiva.

Nell’incipit l‘adolescente Cristiano Zena è obbligato dal padre Rino a sostenere una crudele quanto insensata prova di coraggio. C’è una lunga e accurata descrizione dell’ambiente e delle sensazioni del ragazzo, sempre se ne girasse un film, quale musica sceglierebbe per questa scena?
No per questa scena non vorrei musica. Mi piacerebbe far sentire i rumori di sottofondo, il respiro del ragazzo infreddolito, il rumore dei suoi passi sulla neve. A volte mi capita di immaginare della musica se scrivo o penso a un film. Sì, se fossi un regista lavorerei con la musica magari se dovessi enfatizzare qualche aspetto della storia, in questo caso specifico no, non la metterei.

Gli chiedo di altre sue esperienze sul campo. Il soggetto che ha scritto per Il Siero della Vanità, giallo diretto da Alex Infascelli, uscito nelle sale, altra coincidenza, il 16 Aprile del 2004.
Quel progetto non l’ho seguito più fin dalla seconda stesura della sceneggiatura.

Non le è piaciuto il film?, insinuo maligno. Ammaniti glissa elegantemente:
Non si tratta di quello, semplicemente non mi trovavo d’accordo su alcune direzioni che stava prendendo, sono cose che succedono…

In una delle scene più riuscite di quel film, la polizia irrompe sul luogo del crimine molto dopo l’arrivo di una troupe televisiva. Era suo questo spunto, faceva parte del soggetto? Il suo giudizio sulla Tv spazzatura è spesso impietoso…
Sì questo discorso c’era nel soggetto, non intendevo però demonizzarla, semmai farne risaltare un aspetto preoccupante, il superamento delle istituzioni. La televisione è una delle cose che fa parte della vita delle persone, quindi a maggior ragione dei miei personaggi, che vivono di nulla.

Molto divertente quando Danilo Aprea, un uomo rovinato dal senso di colpa per la beffarda morte della figlia, per riscattarsi da questo vivere di nulla, si convince di dover acquistare un quadro che ha visto in una televendita.
Le assicuro che di televendite ne ho viste tante, confessa Ammaniti ridendo, Mi incuriosiscono, ma non uso la televisione come un elemento narrativo, per creare empatia fra lettore e personaggi, la descrivo come gli altri aspetti della quotidianità.

Cambio argomento e gli chiedo di Fa Un Po’ Male (Einaudi, 2004) adattamento in fumetto di tre suoi racconti. Faccio però un buco nell’acqua, dato che Ammaniti si dichiara estraneo alla parte fumettistica. Gli chiedo dei risvegli allora. Ricercati o subiti.
Nell’assistente sociale che segue Cristiano Zena c’è il risveglio di un sentimento d’amore contrastato dal riaccendersi della propria coscienza religiosa (una fede che in alcuni casi somiglia a scaramanzia). Quali sono gli altri?

Tutti i personaggi subiscono dei risvegli. Cristiano viene buttato giù dal letto in piena notte, tolto dal mondo dei sogni, l’unico posto in non si sente minacciato. A differenza del mondo reale. A scuola, dove è deriso e si nasconde ostentando indifferenza, a casa, nel difficile rapporto di odio e amore che vive col padre. Rino, a sua volta è uno che deve tenere tutto sotto controllo, che ha paura di essere fregato proprio nel sonno. Si ritrova a subire la pena del coma (nb. utilizzando proprio la parola pena come in un contrappasso) e per lui è la cosa peggiore, non poter agire, restare fermo, quindi in balia degli altri, vulnerabile.

Ma ci tiene a precisare che non scrive le storie… perchè si sviluppino in modo speculare, anche se il destino di alcuni personaggi è affine sono gli avvenimenti che immagino a determinare una struttura e non viceversa. Realismo, coincidenze.

Mentre parlo di queste cose il pensiero va di nuovo al cinema, mi scusi Ammaniti che magari di questi accostamenti ne avrà le scatole piene. Come Dio Comanda è il suo Jackie Brown. O meglio, sta a Jackie Brown così come Ti Prendo E Ti Porto Via ( Mondadori, 2000), per la sua struttura, stava a Pulp Fiction. Dove nel romanzo pubblicato nel 2000 si procedeva spediti verso un pirotecnico finale in cui confluivano le varie storie, nella sua ultima fatica letteraria Ammaniti parte da una storia corale che si dirama in tanti racconti singoli che si sviluppano parallelamente e prendono vita autonoma. Così come la scena finale del film di Tarantino ci veniva mostrata, di volta in volta, dalla soggettiva di un attore diverso.
Da cosa è partito quando ha iniziato a scrivere? È partito da uno spunto singolo o ha visualizzato un gruppo di personaggi che interagivano?

Sono partito da un gruppo di personaggi, la storia è nata così. Quando scrivevo però non mi sono soffermato sul fatto che in Ti Prendo E Ti Porto Via utilizzavo un particolare procedimento creativo opposto a quello di Come Dio Comanda. Me lo dice lei per la prima volta e se ci penso, effettivamente è così, ma non è una scelta che ho fatto volontariamente. Quando scrivo non bado molto alla struttura mi interessa di più la storia.

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