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Wu Ming e i loro fans

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Dopo tanto tempo volevo tornare a vedere una presentazione di un libro. Quale migliore occasione della prima apparizione pubblica dell’anno dei Wu Ming, dopo anni vissuti nell’ombra, che sono usciti allo scoperto per il loro terzo collettivo romanzo Manituania?

Dopo tanto tempo volevo tornare a vedere una presentazione di un libro. Quale migliore occasione della prima apparizione pubblica dell’anno dei Wu Ming, dopo anni vissuti nell’ombra, che sono usciti allo scoperto per il loro terzo collettivo romanzo Manituania? Ho chiesto ai miei fidati amici-collaboratori-colleghi di accompagnarmi a MelBookStore e quelli sono stati irremovibili. Ma io, ho risposto loro, ho un legame emotivo con il collettivo-letterario-bolognese: quando andai in Germania in inter-rail mi persi per la tremenda regione centrale della Turingia, dove nessuno parla inglese; entrai in una chiesa di un paesino bombardato, Mühlhausen, e vidi dei drappi calati dal soffitto che inneggiavano al prete Thomas Müntzer; su un panchetto erano in vendita un opuscolo della DDR sul famoso prete e un libro in italiano intitolato semplicemente Q sulle vicende della Germania post-riforma protestante; lessi quel libro e mi appassionò. Ma ora non mi piacciono più i Wu Ming, un tempo conosciuti come Luther Blisset, nella vita vera (leggo ora su internet) Riccardo Pedrini, Federico Guglielmi, Luca Di Meo, Giovanni Cattabriga, Roberto Bui. Prima ero loro fan, ma ora non più. Questi cinque scrittori si sono uniti qualche anno fa in un collettivo letterario di Bologna e hanno dato vita a un interessante laboratorio, in una città praticamente morta, che non ha coinvolto solo loro. Da questa buona idea, di unirsi per combattere la solitudine creativa e culturale, sono nati tre libri collettivi (Q nel 1999, 54 nel 2002 e ora Manituania nel 2007), quattro singoli (Havana Glam, Guerra agli umani, New Thing, Free Karma Food), varie raccolte di articoli, interventi e saggi e la sceneggiatura del pessimo film Lavorare con lentezza di Guido Chiesa. La specialità dei Wu Ming è sempre stata la Storia con la s maiuscola. Cioè la storia che si studia a scuola, che si indica con le date, le mappe, le ricerche, le ipotesi controfattuali ecc. ecc. La Germania della rivolta dei contadini del 1526, il 1954 di Cary Grant e Tito e ora l’ottocento della rivoluzione americana e degli irochesi. Anche gli altri lavori ricercano nella storia recente: gli anni ’70, la resistenza, ancora gli anni ’70, il 2001. Alla fine è la storia studiata al centro dei loro lavori, magari quella un po’ marginale anti-capitalista, ma sempre la storia, non l’intreccio o i personaggi, non lo stile e le passioni. È questo il loro grande limite e anche il motivo del loro successo perché ora la storia va molto di moda, in questo caso a sinistra (ma pure a destra). È incredibile soprattutto, del fenomeno Wu Ming, il gran numero di fans che li segue e li ammira. In un tempo in cui si sono sfaldati i valori, gli ideali e quant’altro, i personaggi dei loro romanzi (non di grande levatura a dire il vero) sono diventati alcuni nuovi miti di massa tipo Che Guevara, altri icone di cultura popolare, altri ancora realmente esistiti sono stati rivalutati e riabilitati. Insomma un successone che si è ripercosso con il balzo di questo ultimo Manituania in testa alle classifiche di vendite, anche se le idee incominciano a mancare, i lettori un po’ si annoiano e dicono tutti: “era meglio Q”. Al MelBookStore di via Nazionale incontro un po’ di questi fans in preda alla curiosità di vedere i loro autori in faccia, per la prima volta: uno dei motti del gruppo era fino a poco tempo fa “questa rivoluzione non ha volto” (ci si chiede quale rivoluzione e perché abbiano tradito il motto). Ci sono due liceali con apparecchio e brufoli. Una tiene un dito negli ultimi capitoli di Manituania e è una giapster di vecchia data. L’altra fa la snob e dice di leggere solo i classici. I giapsters sono gli iscritti alla mailing list del collettivo milanese, una newsletter molto popolare che conta quasi diecimila iscritti. Questa di coinvolgere i fans, nella creazione di una rivista via e-mail, è uno dei segreti del gruppo. La giapster sa tutto dei suoi idoli, quanti figli hanno, come riconoscere WM2 da WM5 dagli incipit degli articoli, quali iniziative culturali seguire, quali siti cliccare per essere aggiornati, tutto. Avvicino un altro tipo molto curioso con una pila di libri consunti del gruppo pronti per essere autografati. È obeso, barbone e molto triste perché ha appena appreso dai led luminosi della libreria che Kurt Vonnegut è morto in un modo ridicolo, ha lasciato questa dimensione all’età di 84 anni, ci ha abbandonati. È un esperto del settore internet e, asciugatosi le lacrime, mi delucida sulle sue conoscenze da “smanettone”. Mi parla di autorialità multipla, narrazioni transmediali, creazioni di mondi, giochi con le identità, guerriglia-giochi di ruolo, collisione tra vecchi e nuovi media, pratiche orientate al copyleft, beffe mediatiche, mitopoiesi post-moderna. Mi cita una miriade di articoli e studi americani sul fenomeno che sta investendo la narrativa globale, mi segna su un foglietto una decina di siti e mi fa capire che Wu Ming è solo la punta di un iceberg. Il terzo fan che incontro mi siede accanto su un divanetto. È un professorino sinistroide col quale mi tocca discettare sulla validità politica di questo e quello, se fosse stato…, però anche noi…, punto-di-visticamente parlando… Finalmente arrivano gli scrittori. Sono due, non si sa chi WM, ma è indifferente. Uno parla della storia, che sono tre libri in uno, tre libri paralleli, che su internet ci sono le mappe della battaglia sulle canoe sul fiume san Lorenzo, che i monti Appalachi erano la divisione di qualcosa, che oppressi erano oppressori e che la repubblica degli irochesi era la più antica democrazia partecipativa della storia. L’altro accenna alla divagazione del narratore e del narrare sulla realtà che fa schifo, con particolare riferimento (ma forse ce l’ho vista io) alla continuità guazzalocchiana-cofferatiana, berlusconiana-prodiana, in poche parole meglio la storia che il presente. Poi me ne sono andato. Di queste presentazioni mi ero scordato la noia.

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