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Sidney Pollack: Spiare i film degli altri

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Siamo alla Casa del Cinema con Sidney Pollack in attesa della Conferenza Stampa che seguirà la proiezione del suo ultimo film Frank Gehry creatore di sogni; lo accompagna Luciano Barisone...

Siamo alla Casa del Cinema con Sidney Pollack in attesa della Conferenza Stampa che seguirà la proiezione del suo ultimo film Frank Gehry creatore di sogni; lo accompagna Luciano Barisone direttore dell’Alba International Film Festival, che a Pollack dedica una retrospettiva completa. Sul programma del festival, disposto in più copie sul tavolo fuori della Sala Grande, appare il volto di Robert Redford nell’inquadratura finale di I tre giorni del Condor: mentre si allontana tra la folla e si volta indietro a guardare, per metà nascosto dal bavero rialzato del cappotto. Sembra impossibile che uno sguardo possa rivelare così tanto: ambiguità, paura, dubbio e il coraggio di un animale braccato. Ma un braccio ci tira via dalle nostre fantasticherie: l’incontro sta per iniziare.
Gli organizzatori, entusiasti ed emozionati, aprono la Conferenza presentando il Festival che si tiene ad Alba dal 29 marzo al 4 aprile, in origine si chiamava Infinity Festival e da sempre è incentrato su temi e indagine esistenziali; parlano degli omaggi all’indonesiano Garin Nugroho e all’austriaca Barbara Albert, del convegno sulla Paura e il Dio Nascosto, della cerimonia di apertura con la proiezione di Tootsie ma quando si avventurano nell’elencazione dei titoli della sezione ufficiale e di quella dedicata al documentario: prostituzione, carcere minorile, prigionieri politici, in sala dilaga la protesta. Tutti fremono impazienti: vogliono ascoltare Pollack che se ne sta seduto a suo agio al centro del tavolo. Sul viso la stessa ironia dell’agente di Tootsie Sidney Pollack sorride al pubblico in attesa delle domande che lo braccheranno, come è braccato Redford nel fotogramma, ma in lui non c’è paura, né ambiguità solo divertimento puro, è un conversatore abilissimo e, allo stesso tempo, sincero. Lo ha anche detto: non li disdegna affatto lui i grandi party, le cene americane con gli ospiti in piedi, un bicchiere in mano, le voci che si accavallano.
“Sidney Pollack si inserisce perfettamente all’interno della grande tradizione del cinema classico americano” dicono gli organizzatori “e al contempo nei suoi film c’è una profonda originalità. Le sue commedie romantiche, i suoi thriller, i suoi westerns, corrispondono ai canoni del genere ed, insieme, li trascendono. Pensa che c’entri l’influenza del cinema europeo?”
“Credo che ciò che si è, ciò che si fa, dipenda molto dai valori che ti formano da ragazzo, dalle cose che ti hanno influenzato: alla mia epoca erano la famiglia, i genitori, i libri, i film. Ho visto tantissimo cinema europeo: i cambiamenti venivano dall’Europa allora, e allo stesso tempo non potevo dimenticare di essere americano e mettermi a imitare Bergman.” dice ridendo “Comunque anche il cinema americano di allora doveva tanto agli europei, agli immigranti della seconda guerra mondiale. Il mio esordio nel cinema è coinciso con un periodo straordinario: gli anni ’60, Godard, Truffaut, la Nouvelle Vague. C’era un grandissimo fermento, una grande voglia di fare. Ed io, per caso, mi ci sono trovato dentro.”
Nulla nella sua voce lascia intendere che i bei tempi andati siano un’epoca finita per sempre e di cui non ci sarà mai l’eguale. Pollack non si abbandona nostalgico alla memoria: racconta il suo passato, e il passato del cinema, come una bella storia che si può ripetere come si ripetono tutte le belle storie, basta saperle raccontare, oggi come allora. Per questo, ad ascoltarlo, si sente l’energia passare sotto la pelle e una gran voglia di fare.
“Poi, purtroppo, il cinema americano ha avuto un tale successo che ha finito per danneggiare altre cinematografie. Ora i film dei grandi studios si bruciano subito, ma nel mondo si continuano a fare buoni film. L’Oscar al miglior film straniero è andato ad un’opera bellissima.” In sala il pubblico annuisce “Le vite degli altri è un film fondamentale e credo sia importante farne un remake, una versione americana, perché arrivi in tutto il mondo” Conclude soave, tranquillo.
“Come, come?” si agitano tutti sbalorditi “un remake?”
Sidney Pollack sorride serafico. E capisci, d’un tratto, di essere in presenza della forma primigenia e incorrotta del mito americano: fiducia incrollabile e munifica intraprendenza. Lo senti parlare e capisci perché tanta gente è cresciuta con il sogno d’oltreoceano. Il suo è una specie di piano Marshall per il cinema.
“Capisco le vostre perplessità, Le vite degli altri è un film difficilissimo per un remake, ma in tedesco quanta gente lo vedrà? Avrà successo in Europa soprattutto ora dopo l’Oscar, ma merita di essere visto in tutto il mondo. Merita di durare a lungo” Davanti allo stupore del pubblico, di fronte a quella che sembra un’affermazione di superbia e arroganza, la voce di Pollack si fa seria e grave “è un film perfetto: è intellettuale e allo stesso tempo diverte, è un thriller e ti dice molto sulla natura umana. Se vogliamo che arrivi ovunque deve esserci una versione americana.” In sala c’è un lungo istante di silenzio poi qualcuno timidamente gli chiede come sia nato il film su Frank Gehry.
“Forse semplicemente perché Frank è un mio grande amico. Non è che a me piacessero particolarmente le sue opere, a dire il vero non le capivo. Ma poi quando ho visto il Guggenheim, dovevo restare lì solo un giorno ed invece ho comprato una macchina fotografica e ho cominciato a fare foto e a subissare Frank di domande: ma il progetto come l’hai pensato? come ti sentivi mentre costruivi un edificio così? non avevi paura di esserti spinto troppo in là? È iniziata così. Frank mi aveva parlato di tante persone che volevano girare un documentario su di lui, ma ci teneva che fossi io a farlo, l’abbiamo girato come un home video, non pensavamo che sarebbe uscito sul grande schermo. Non ci siamo dati scadenze, non dovevamo rendere conto a nessuno, è stato un accordo tra amici. Magari un sabato io lo chiamavo e gli dicevo vengo a filmarti un paio di ore e poi ci vedevamo dopo un anno e, lo avete visto, è un film molto semplice: in sostanza è una conversazione tra me e lui, dove entrambi cerchiamo di capire come pensa e come crea. Inizialmente io non dovevo essere in scena perché mi sembrava ridicolo: come se qualcuno andasse ad intervistare Picasso e se ne venisse fuori a dire signor Picasso ma lo sa che anche io quando creo ho il suo stesso problema?” Davanti alla mimica del suo viso e ai gesti con cui imita l’immaginario intervistatore in sala tutti ridono.
“Un altro operatore riprendeva le nostre conversazioni e la montatrice ha inserito anche le scene in cui noi parliamo. Il documentario si costruisce molto nel montaggio. Lei diceva che era meglio così ed è una persona di cui mi fido. A me premeva entrare nella testa di Gehry: è sempre così difficile entrare nella testa di qualcuno che crea, quando si dice quella è una persona molto creativa cosa si intende esattamente, come si comincia dal nulla e si arriva a creare qualcosa? Sarei molto curioso di saperlo, non capisco cosa succede a me quando sono io a creare. Così con questo documentario ho pensato che avrei potuto rubare qualcosa a Frank”.
“Frank Gehry nel film dice di invidiare i pittori, lei ha mai invidiato qualcuno signor Pollack ?”
“Oh io ho invidiato tantissima gente” dice ridendo “forse le persone che invidio di più sono gli scrittori, e se ci fosse la possibilità di un’altra vita mi piacerebbe nascere scrittore. Credo che ci sia un rapporto tra la pittura e l’architettura simile a quello che c’è tra scrittura e cinema. Ho sempre considerato la scrittura la forma più pura di arte, perché si pratica da soli, mentre un film è un’opera collettiva. Così come si dipinge da soli, Gehry invece è sempre circondato da centinaia di persone.
Ero così contento di poter girare il documentario senza una troupe, tranne per le riprese degli edifici di Gehry, non sono mai stato così bene, così libero”. Sospira.
“Quindi continuerà a girare documentari?”
Pollack fa cenno di no, lo sguardo sornione. “Da quando è uscito il documentario sono venute almeno una decina di persone a chiedermi di girare un film su di loro, ma ho detto di no. Ho bisogno di una persona o di un tema che mi interessino davvero. Solo se fossero i miei eroi…”
E dalla sala si leva un grido: chi sono i dieci scartati e chi i papabili eroi? Pollack è bravissimo a condurre il gioco. Ha detto che non girerà mai più un documentario, ma non gli dispiace affatto addentrarsi in un cammino ipotetico, in un percorso immaginario, “Beh il mio eroe era un polacco e faceva il regista…. Si chiamava Krysztof Kieslovsky. Sarebbe stato bellissimo girare un documentario su di lui” gli occhi di Pollack brillano. È entrato nel suo gioco e si commuove al ricordo dell’eroe che non c’è più. “L’avrei fatto eccome… ma sono arrivato troppo tardi. E lo avrei fatto su Stanley Kubrick, ma anche con lui sono arrivato tardi. È un bel guaio, mi sa che non sono veloce abbastanza.” Ride e la sala ride sollevata quasi volesse liberarsi del peso di questi due grandi nomi così ingombranti. Per un istante la commozione del ricordo ha fatto credere che il gioco fosse finito. E Pollack riprende “io preferisco raccontare le mie storie, inventare il mio mondo con personaggi di finzione, quelli che creo io. Mi appassiona di più”
“Ma lei ha lavorato per Kubrick”
“Per spiarlo. Faccio l’attore per spiare gli altri registi. Ho ripreso a recitare per caso, con Dustin Hoffman, preparavamo Tootsie e lui mi ha chiesto e dove è la mitraglietta? quale mitraglietta? gli chiedo io. Beh in A qualcuno piace caldo si vestono da donna perché hanno un fucile puntato addosso. Non penserai che io mi vesta da donna così senza fare storie. Avevamo già un attore scritturato per fare l’agente di Dustin, ma lui mi ha detto che la storia sarebbe stata convincente solo se quella parte l’avessi fatta io. Mi maschero da donna solo se tu fai l’agente. E così ho fatto quel ruolo e poi ho continuato. Perché, è vero, voglio vedere come lavorano gli altri registi. I registi in genere sono molto gelosi del loro territorio: non permetterebbero mai ad un collega di andare sul set a guardare. E a me è capitato spesso di chiedermi: ma questo un altro regista come lo farebbe? Al posto mio un altro qui come se la caverebbe? E così se Woody Allen mi chiama io vado e spio Woody Allen e lo stesso faccio con Kubrick. È sempre quella curiosità a spingermi. Vedere altri registi in azione, seguire il processo della loro creatività.”
Il pubblico in sala ascolta, sarà vero o ci prende in giro? E Pollack racconta della sua ultima recitazione a fianco di George Clooney e di un ruolo nella nuova serie de The Sopranos che inizia in America la prossima settimana. E del film a cui sta lavorando come regista, per il canale televisivo HBO, “È un docudrama , un genere che mi piace molto. Racconta dello spoglio dei voti in Florida tra Bush e Al Gore. Sarà una vera commedia” dice. E tutti ridono.
“E il suo sodalizio con Robert Redford?”
Sidney Pollack sorride affettuoso: “Tra noi ha funzionato molto bene. Credo di essere il regista con cui Robert ha fatto più film” i suoi occhi si accendono al ricordo “Eravamo due ragazzi che facevano film che parlavano ai ragazzi degli anni 60; poi eravamo due giovani più maturi che facevano film per giovani più maturi, poi negli anni 80 due adulti in là con gli anni, e negli anni 90 due signori ancora più in là con gli anni e ora è bene che qualcuno ci fermi.” Ride per esorcizzare la malinconia delle ultime parole. “La nostra è stata una grande collaborazione: quarant’anni insieme. Redford rappresentava perfettamente l’America: così bello, biondo, dolce, ma ti ingannava, proprio come ti inganna l’America” In sala qualcuno applaude, Pollack rimane in silenzio, deve succedergli spesso, che la gente gli chieda ragione di quest’ America di adesso. Che la gente gli chieda dove sono andati a finire i vecchi sogni. Gioca con il programma, vede il volto intenso di Redford e riprende a parlare come se seguisse un suo ricordo: “Per un attore la parola è l’ultima cosa: la vera arte di recitare è silenziosa, è tutta nei gesti. E alla base di tutto c’è un bisogno: qualcosa che noi desideriamo, qualcosa che noi vogliamo e non abbiamo. E il nostro bisogno ci fa agire, ed è questo che dobbiamo mettere in scena. Robert lo sa bene”
“E riguardo alla sua curiosità iniziale le è stato utile il documentario?” Chiede una voce in sala strappando Pollack dal suo ricordo e lui subito si riprende:
“Ho scoperto che se prendi il processo creativo in genere e lo scomponi nei suoi impulsi più piccoli, nelle sue frazioni infinitesimali, c’è una grandissima somiglianza tra tutte le forme d’arte. Ed è stato bellissimo scoprirlo. Un vero sollievo” (Un modo per sentirsi in compagnia. Come se il mistero della creatività, lascia intendere il suo volto soddisfatto, fosse più agevole da accettare sapendo che il mistero è lo stesso per tutti.) “Credo che ognuno di noi” riprende “venga al mondo con un disagio, che possiamo portarci dentro pesante come un macigno, una massa solida che pesa e ci schiaccia a terra” E fa un gesto con le mani ad indicare un peso gravoso che ci opprime. “A volte succede che, grazie al processo creativo, il malessere si sciolga e fluisca in alcune aree del cervello che gli consentono di materializzarsi in altro.” Gli sembrava che la frase calzasse alla perfezione, a lui deve succedere di sentirsi oppresso da un macigno interno e poi improvvisamente alleviato da un’intuizione che trasforma l’oppressione in un flusso di fervore, in una frenesia di immagini, ma coglie sguardi perplessi qua e là e si affretta a chiudere il discorso. Si stringe nelle spalle e dice “È solo un’immagine”

Sidney Pollack, il conversatore, ci ha ammaliati a tal punto che nessuno si è accorto che il tempo a disposizione è già quasi trascorso. Luciano Barisone a modo di commiato ricorda che ad Alba si vedranno tutti i film di Sidney Pollack, della sua lunga carriera di regista.
Pollack annuisce pensieroso “Una carriera nata dal caso, da incontri fortuiti che mi hanno portato dietro la macchina da presa. Da bambino volevo fare l’attore: era un’idea vaga, una fantasticheria, come sognano di farlo tanti ragazzini, l’unica cosa che sapevo per certo era che non volevo vedere i miei giorni scorrere in successione, tutti uguali, fino alla fine, come se li vedessi oltre un vetro. Sono andato a New York e mi sono iscritto ad una scuola di recitazione, scelta a caso, ed è risultato poi che, per caso, avevo scelto bene. Era molto buona. C’erano professori bravissimi. Forse il professore da cui ho imparato di più, come futuro regista, è stato un professore di danza.”
Pollack d’un tratto sembra estraniarsi come se le parole avessero evocato davanti ai suoi occhi le lezioni e lo studente di un tempo.
“Pollack ballerino? ” Si stupisce una voce in sala
“Sì con il tutù e sulle punte…” Ride lui. “No…ogni studente, qualunque fosse la sua specializzazione, era tenuto a frequentare tutti i corsi, e questo signore, credo fosse stato uno dei primi amanti di Martha Graham, era stato con lei uno dei fondatori della Danza Moderna. Ci faceva lezione di forma: dei movimenti che creano la forme, le figure della danza. E gli stessi principi, capivo, si potevano applicare ai movimenti di una storia. Ho imparato moltissimo dalle sue lezioni. Ci diceva, ad esempio, che le battute 6 e 7 ripetevano le battute 1 e 2. E tra il 6 e il 2 si divagava.” Nella sua voce si sente l’emozione e l’entusiasmo dello studente di un tempo per il maestro a cui deve tanto e per il ricordo di un momento in cui il suo malessere interno ha trovato uno schema, una composizione esterna in cui liquefarsi e ricomporsi. “Ci diceva che la fine non era altro che una ripetizione dell’inizio, ma con una comprensione maggiore.” E muove le mani in aria. Segna il ritmo con la voce. I movimenti della danza rifluiscono alla sua memoria e lui li ripete tracciando figure nell’aria che, ai suoi occhi, riassumono lo schema, gli eterni punti di ogni storia. Vorrebbe che noi lo assecondassimo, ma in sala coglie sguardi impacciati non devono esserci molto ballerini in giro.
Allora lui si ferma e ridendo dice “È un percorso in cui molti devono avventurarsi se vogliono conoscersi davvero. È un processo che ho ripetuto spesso nei miei film: alla fine torno al punto di partenza, il film si chiude sulla scena iniziale ma lo spettatore la vede con altri occhi. Come diceva T.S. Elliott nell’ultimo dei Quattro Quartetti” Si ferma un istante, per concentrarsi meglio, poi recita come se riprendesse la sua danza

We shall not cease from exploration
And the end of all our exploring
Will be to arrive where we started
And know the place for the first time

(noi non cesseremo l’esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là onde partimmo
e conoscere il luogo per la prima volta).

Spesso, per capire chi siamo davvero, dobbiamo allontanarci dalla nostra esistenza, deviare da ciò che più profondamente siamo – e questa è la parte centrale, lo sviluppo di una storia -. Dobbiamo errare e perderci, a me è successo. I fortunati però, alla fine, tornano a ciò che sono con una conoscenza di sé, con un senso della vita più profondo.”
È così sincera la sua semplicità, il modo in cui lascia credere che tutto gli si sia successo per caso, o almeno molto per caso, e solo un poco grazie al suo talento, così sincera, e accorata, la curiosità che esprime sul processo creativo, e che condivide in questo film con il suo amico Frank Gehry, che uno lo ascolta e ci crede che lui è uno così: semplice, uno che si è perso come tanti, il narratore ci ha convinti per un istante che il principe che ora esce dalla sala è solo un povero mendicante, che per ricevere il nostro obolo sulla scodella ci ha irretiti con la sua favola. E quando poi scompare oltre la soglia e la sala si desta dall’incantesimo, rimane la nostalgia, il ricordo di una presenza incantata che ha visitato per un’ora il nostro piccolo mondo.

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