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In cross/ linee di canto: uscire fuori da sé per potersi conoscere

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Pomeriggio di pioggia a Palermo; mi viene voglia di andare a vedere, ai Cantieri Culturali della Zisa, una mostra (di cui ho letto una piccola recensione proprio di mattina)...

Pomeriggio di pioggia a Palermo; mi viene voglia di andare a vedere, ai Cantieri Culturali della Zisa, una mostra (di cui ho letto una piccola recensione proprio di mattina) facente parte del ciclo “Ierofanie contemporanee”, rassegna d’arte contemporanea ideata e curata da Giusi Diana, e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo.
Si tratta una “doppia personale” che, ai grandi oli su tela di Antonio Di Mino, giovane e promettente pittore palermitano, accompagna gli apparati sonori di Giovanni Sollima, compositore di fama internazionale con un impressionante palmares di collaborazioni (tra gli altri, Giuseppe Sinopoli, Gidon Kremer, Bob Wilson, Alessandro Baricco e Marco Tullio Giordana).

Inoltre, prevede la proiezione di due video girati dagli stessi artisti nel Cretto di Burri e tra i ruderi della Chiesa di Gibellina Nuova, costruita negli anni 80 su un progetto di Ludovico Quaroni.
Tale mostra, frutto dell’incrocio tra due “linee di canto”, rappresenta il culmine di un sodalizio artistico che li vede già da alcuni anni collaborare a progetti multimediali, in cui alle pitture dell’uno si affiancano e, a volte si sovrappongono, le suggestioni visivo – sonore dell’altro, per poi fondersi in un tuttuno inscindibile, in un movimento irripetibile, testimonianza di una sempre maggiore contaminazione tra musica e arti visive.
Entro nello spazio Ducrot (che ospita questo singolare evento espositivo), mi ritrovo in una grande sala semi vuota e con luci soffuse, in cui spiccano le grandi tele del Di Mino. Ma prima di avvicinarmi, mi soffermo qualche minuto su una poesia di Yves Bonnefoy (“Nell’insidia della soglia”, 1975), autore esistenzialista, incisa sulla prima parete che s’incontra entrando.

E, grazie ad alcune reminiscenze classiche, comincio a capire di che si tratta. La parola “esistere” deriva dal latino “ex-sistere”, “essere fuori da”: per conoscerci dobbiamo cercare di uscire fuori da noi stessi e guardare l’essere come qualcosa di altro, che non ci appartiene.
Ed è proprio tramite l’arte che un artista può realizzare il proprio intento conoscitivo. Perché soltanto proiettando le proprie tensioni emotive all’esterno sarà possibile cercare di conoscerle e, di conseguenza, conoscersi.
Di Mino mostra una vera e propria ossessione per il corpo, dipinge enormi bocche spalancate che mostrano la lingua e la nera cavità interna, da cui metaforicamente proviene il suono che Sollima parcellizza e distribuisce nello spazio. Proprio la bocca rappresenta il confine tra l’interno e l’esterno del nostro corpo, tra ciò che conosciamo e la parte ignota di noi stessi. Che fa paura, ma per cui si prova pur sempre un desiderio viscerale di conoscenza, quella curiositas umana che da sempre porta l’uomo lontano e che nei secoli ha permesso le più importanti conquiste. È fondamentale, però, ricordarsi sempre da dove si è partiti, avere costante consapevolezza di quella finitezza che è propria della dimensione umana. Partire dai propri limiti per raggiungere l’infinito. Tematica già cara al nostro Leopardi, che da dietro la siepe contemplava un infinito che gli faceva paura (“ma sedendo e mirando, interminato spazio di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura”), ma in cui amava perdersi, per poi forse ritrovarsi (“Così tra questa infinità s’annega il pensier mio: e’ l naufragar m’è dolce in questo mare”). E in una realtà che sembra sempre più avviarsi verso una progressiva virtualità, particolarmente significativa è la voce di un artista che guarda alla fisicità del proprio corpo. La sua voce diventa così l’urlo di un uomo, forse dell’ultimo uomo rimasto sulla terra, che intona un canto tra il primordiale e il post tecnologico.

Ai quadri intensi e viscerali del Di Mino, corrisponde, in via speculare, la composizione musicale fredda ma passionale di Sollima, dove suoni ed elementi extramusicali campionati, come grida, rumori e voci di strada (emessi dai 28 diffusori appositamente predisposti nella sala), si alternano a momenti di silenzio.
Disorientando lo spettatore che, in preda ad una sorta di “straniamento”, varca i confini del proprio io ritrovandosi, proprio come i due artisti, in una posizione forse privilegiata per la vera comprensione di sè.
Il tutto, grazie al simbiotico incontro di pittura (con il suo effetto illusionistico) e musica (con la sua capacità di plasmare lo spazio). Perché in fondo all’arte è affidato il compito di coinvolgere l’intera sfera sensoriale, realizzando la piena sinestesia. “Musica per gli occhi, colori che suonano”.

Ed alla fine, ritorno col pensiero a Bonnefoy, che vive la poesia come “un tentativo di prendere contatto con una realtà più immediata e più completa, che ci viene interdetta nel discorso concettuale: quello che pratichiamo di solito nel mondo dell’azione, nelle generalizzazioni che ci impediscono di entrare in rapporto con la vita di ogni giorno, con le scelte che bisogna fare minuto per minuto. Così, la poesia è un atto di ricerca che non trova mai davvero compimento, proprio a causa della nostra abitudine a impiegare dei concetti. E la scrittura è una lotta tra il nostro discorrere concettuale e l’intuizione che è propria della poesia. Mentre scriviamo ci accorgiamo di aprirci un varco, di vedere un po’ di luce, poi veniamo nuovamente proiettati sulla nostra immaginazione abituale, che è anch’essa concettuale. I componimenti poetici rappresentano dei momenti nei quali accettiamo, finalmente, un compromesso tra il discorso corrente e la poesia. Poesia che risveglia un movimento capace di metterci in relazione con il nostro essere più profondo”.
Ancora una volta, la consacrazione dell’arte ( e di ogni sua manifestazione) come veicolo per la vera, ed unica, conoscenza.

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