Condividi su facebook
Condividi su twitter

Cartolina da Sorrento

di

Data

L’uomo è un vecchio barista di Sorrento. Sta dietro il suo vecchio bancone e mi serve da bere. Parliamo del Napoli, di Secondigliano e di Sorrento.

L’uomo è un vecchio barista di Sorrento. Sta dietro il suo vecchio bancone e mi serve da bere. Parliamo del Napoli, di Secondigliano e di Sorrento. Soprattutto di Sorrento.
– Uno come te doveva venire qui quarant’anni fa… Mamma mia avresti visto il vero divertimento. Si stava in piazza fino all’alba, per ogni ora c’era il locale giusto.
– E adesso?
– Adesso vengono gli americani e i russi come un tempo… la clientela per lo più la fanno loro, però non sanno più divertirsi. Prendiamo le donne. Vengono queste bellissime signore americane e vogliono divertirsi, cercano l’avventura… ma non nel senso che uno le prenda e le sbatta al muro. Perché oggi fanno questo… Io li vedo, anche noi italiani. Siamo diventati tutti incapaci a corteggiare… a creare un minimo di tensione.
Il bar è deserto e io sto seduto al bancone. Come gli ho detto che sono un giornalista ha iniziato ad aprire bottiglie: “I giornalisti vanno trattati con rispetto… se ti tratto bene tu mi fai pubblicità.” Mi ha detto verso il secondo cocktail, una variazione del neuroni con la vodka.
– Di cosa parlavamo?
– Dell’avventura delle donne…
– Ah già… sono ricche, per venire qui sono americane ricche e cercano qualcosa di unico. Bisogna però saperci fare se vuoi passare una notte con loro. Invece no… arrivano questi ragazzini pieni di soldi e senza alcuna intelligenza… pensano subito che sono puttane e se le vogliono fare. Ma parlavamo davvero di questo?
– Sì, anche dei giornalisti.
– Anche lì la stessa storia… nessuno che è più in grado di fare dei compromessi come si deve. Io do qualcosa a te e tu ne dai una a me. È così che è sempre funzionato… no come questi giovanotti di adesso che vivono nel loro Iperuranio e non vogliono sporcarsi le mani con niente. Tu hai detto che sei un giornalista e allora ti faccio bere bene… ti accolgo bene, senza strafare… così almeno mi trovo qualche buona recensione. Scriverai qualche buona parola?
– Scriverò di te e di me e di Sorrento. Perché è cambiato il divertimento a Sorrento?
– Perché la persone sono ingorde. Ti porto un esempio. Ci sono tantissimi Hotel, alcuni tra i più belli d’Italia… e che cosa hanno messo da dieci anni a questa parte… l’intrattenimento dentro la loro struttura. Il cliente per loro è una gallina dalle uova d’ora e va spremuta. Perché farlo cenare fuori… lo facciamo cenare in albergo. Perché farlo andare a prendere un drink in piazza… lo deve prendere in albergo. La discoteca… anche quella la mettiamo in albergo. E sai come si chiama tutto questo in altre parole… si chiama morte.
– E quando hai iniziato com’era?
– Una cosa divina… era il paradiso per sei mesi l’anno. Venivano per l’aperitivo, poi riuscivano per cenare in qualche bella trattoria… altro che questi ristoranti di adesso, i veri ricchi andavano in trattoria. Jackquelin Kennedy veniva spesso a mangiare nella trattoria che stava in piazza. Poi verso mezzanotte si andava per locali. Anche io chiudevo il bar e con i miei clienti andavamo a bere in qualche bellissimo locale. Ce ne facevamo tre quattro per sera.
I cocktail sono tutti ottimi e ben dosati. Il bancone è lungo e in mogano. Mentre racconta tutto questo guardo il tramonto dalla vetrata sul belvedere e sorseggio Martini. È bello stare lì e pensare che quello che dice è vero, anche troppo. Dovrebbe scriverlo lui questo articolo, la malinconia che c’è nell’aria lui la conosce meglio di ogni altro.
– Scrivilo tu l’articolo che devo fare…
– Non mi crollare ora… A ognuno il suo. Ho aperto troppi vini e ti ho trattato fin troppo bene. Che fai mi diventi un mollaccione come tanti altri. Come quelli che appena vedono una bella donna gli va in tilt il cervello e se la vogliono solo fare?
– Mai… è che vorrei andare a pescare invece di scrivere. Mi hanno detto che ci sono certi posti qui.
– Mi ricordo un mio vecchio cliente. Ero giovane allora e lui era un Texano. Petroliere… mi faceva certe mance e mi chiamava Michè… chiamava tutti Michè. Era un cacciatore. Quando tornava dai safari in Africa si fermava tre settimane qui e veniva tutte le sere a bere. Ora non era un bell’uomo, anzi tutt’altro, ma sapeva abbindolare le persone. Aveva un fascino… e poi sapeva raccontare storie. Storie sull’Africa, storia sulla sua terza moglie… e ho visto donne di una tale bellezza cadere ai suoi piedi. Insomma ti dico questo perché lui amava ripetere: “Prima si fa il dovere sorridendo, poi il piacere stando seri.”
Finiamo di bere e lui chiude il locale. Ormai è ora di cena, si riapre alle dieci. Ma io rimango al bancone e lui apre una bottiglia di Dom Pèrignon. La versa in due bicchieri dal collo lungo e mi fissa aspettando che assaggi. Lo champagne gelato scende che è un piacere. Lui continua a fissarmi e mi fa:
– Ragazzo mio, ora sei pronto per la cena.
– Non chiamarmi ragazzo mio.
– È così che si risponde. Ci facciamo la bottiglia e andiamo a cena da Zio Gaetano, tanto da lui non ci va più nessuno, e per noi la notte è ancora lunga.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'