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Sidney Pollack

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Sono le undici di mattina di un martedì di sole e nel silenzio del giardino del Hotel de Russie, interrotto solo dal crepitio della ghiaia sotto passi discreti, Sidney Pollack...

Sono le undici di mattina di un martedì di sole e nel silenzio del giardino del Hotel de Russie, interrotto solo dal crepitio della ghiaia sotto passi discreti, Sidney Pollack racconta, intervistato dai giornalisti televisivi, la genesi del suo ultimo film Sketches of Frank Gehry (Frank Gehry creatore di sogni). Nel giardino terrazzato che si inerpica verso il Pincio, le foglie creano giochi di luce e ombre e Sidney Pollack, con il suo passo atletico, si sposta di buon grado dal set ricavato sotto gli alberi ad un altro in pieno sole. È alto, slanciato ed elegante: jeans, maglione dolce vita beige, un giacchino di camoscio marrone senza maniche, ricorda il Robert Redford dei suoi primi film, ma non è un abbigliamento antiquato, è un’eleganza americana senza tempo. E da un’America favolosa, diversa da quella che oggi riempie i giornali, è atterrato ieri alla guida del suo aereo personale. Adesso che il Concorde non c’è più il suo è l’aereo più veloce del mondo, ci ha spiegato indicandoci la rotta che hanno seguito, lui e il copilota, puntando tutto a nord dalla Los Angeles di partenza. All’arrivo a Ciampino, però, gli hanno comunicato che l’aereo potrà restare solo due giorni: mercoledì dovrà decollare e volare per qualche ora e poi potrà parcheggiare di nuovo. Un bel guaio perché il suo programma fitto di incontri (mercoledì registrerà una lunga intervista per il materiale per il DVD) non gli consente certo di andarsene a zonzo per i cieli romani. Il suo tono è calmo, pacato quasi ci parlasse di un motorino parcheggiato a Piazza del Popolo che qualcuno dovrà spostare a causa di una manifestazione. E la sua incantevole arte di raccontare, la semplicità nel dire le cose più straordinarie, ci accompagnerà tutto il giorno, ci farà sognare il vecchio, dolce sogno americano.
Un’ombra di fastidio ha oscurato all’inizio il suo viso, altrimenti simpatico e gioviale, offuscando i suoi luminosi intensissimi occhi chiari, i suoi gesti tradivano nervosismo ed impazienza, pensavamo fosse colpa dell’inconveniente di Ciampino ed invece, come abbiamo scoperto in seguito, era il disagio per essersi presentato alle interviste con dieci minuti di ritardo rispetto all’ora concordata. Qualcuno all’albergo deve aver fatto confusione e il foglio con gli orari gli è stato recapitato in stanza molto tardi. Si vede che gli è difficile concepire, per non dire poi accettare, un tale tipo di disguidi.
Presto però il fastidio si è dissolto lasciando posto al sorriso, e ad un’ironia sottile, affettuosa mentre la sua voce racconta in un inglese chiarissimo, con una scansione lenta e fluida, che lui e Frank Gehry, architetto, autore, tra le altre opere, del Museo Guggenheim di Bilbao sono amici di vecchia data. E quando Frank Gehry, un giorno, gli ha chiesto se se la sentisse di girare un documentario su di lui, Sidney ha detto di no: non aveva mai girato un documentario e non sapeva nulla di architettura. E Frank ha obiettato che proprio per quello era la persona più adatta a girarlo. “E poi è capitato che fossi in Spagna a presentare un film e Frank mi invita all’inaugurazione del Guggenheim, camminavo per strada a Bilbao, girato l’angolo me lo sono trovato davanti e sono rimasto folgorato, un’esperienza indicibile, avevo la pelle d’oca: le forme, l’acqua, il riflesso della luce, il rapporto con lo spazio attorno. Non mi era mai successo che un edificio mi colpisse così profondamente. E allora mi è venuta una curiosità fortissima, mi chiedevo come avesse potuto un uomo generare una cosa così, come avesse potuto l’amico che conoscevo da venticinque anni, così piccolo, arrivare a concepire un edificio così immenso. Volevo impadronirmi del suo processo creativo, entrare nella sua testa e scandagliare i meccanismi della sua creatività.”
La luce e l’ombra si alternano sul volto di Pollack mentre la sua mimica facciale ripete lo stupore di quella prima visione, e ci sembra che voltandoci ce lo troveremo davanti il Guggengheim di Bilbao, nel suo pieno fulgore, che sia proprio ciò che i suoi occhi stanno vedendo adesso alle nostre spalle.

“Ho accettato di girare il documentario per un atto di egoismo, per le mie curiosità da soddisfare” riprende “e ho scoperto un’infinità di cose che non mi aspettavo. Nel documentario non parti con una sceneggiatura, in sostanza è tutto improvvisazione: non sai che domande farai, né cosa ti verrà risposto. È diventata una conversazione tra di noi, e poiché eravamo molto amici siamo finiti a parlare di debolezze e di paure. E il film si apre proprio con una frase sulla paura: il terrore di affrontare un nuovo progetto e di scoprire di non esserne capaci. Volevo sapere tutto di lui, gli chiedevo: ma tu cosa fai se una mattina ti svegli e non ti viene in mente nulla? L’ho lasciato parlare, volevo che si esprimesse liberamente e la grande sorpresa è stato scoprire che si vivono gli stessi terrori, gli stessi dubbi qualunque sia la forma d’arte in cui ti esprimi. Gehry è un uomo sincero, molto onesto. Non finge con se stesso, mi ha fatto scoprire delle affinità tra l’arte del cinema e la sua. Gli schizzi iniziali (gli sketches del titolo) di un’opera, ad esempio, sono la versione idealizzata di un edificio, negli schizzi tratteggiati d’impulso non ci sono considerazioni pratiche: niente scale, niente uscite antincendio, niente scarichi, solo il sogno visionario di una forma. Lo stesso si potrebbe dire dell’idea da cui nasce un film: è il sogno di un’emozione che vuoi raccontare e ancora non sai come, ancora non l’hai scorporata in scene”.
Sidney Pollack parla seduto in poltrona all’ombra o nel sole, a seconda della preferenza del giornalista. Da grandissimo conversatore, quale si rivela, gli basta un appiglio da nulla per avviare una sua analisi, precisare una sua posizione, illuminare una zona oscura. Emana dalla sua persona una grande compostezza, una possenza, un controllo di ogni nervo accompagnato dal più totale abbandono. Non muove le braccia né le mani per sottolineare quanto dice, o solo un poco , ma è nel suo viso, nel suo sguardo che si coglie l’emozione, la passione per ciò che racconta. Questo suo interesse così evidente, palpabile a investigare il mistero del processo creativo, a ricostruire il filo incerto e frammentario, esilissimo e tenace, teso e tortuosissimo che va da un’idea, una suggestione, un’illuminazione improvvisa, all’opera finale che dell’idea che l’ha generata conserva solo una pallida traccia.
Le interviste televisive hanno una durata brevissima, cinque minuti scarsi, davvero poco per mettere a fuoco un’idea e svilupparla, per seguire il filo di un ragionamento fino alle sue ultime conclusioni. E ogni giornalista chiede uno spostamento di luogo, di microfono, di angolatura e pure, senza che io capisca bene come, Sidney Pollack riesce a ricomporre la dispersione di tanti cinque minuti in un filo ininterrotto di pensieri, ogni volta sembra ricominciare da capo, ma è l’impressione di un istante, perché in realtà il discorso riparte da dove si era fermato pochi istanti prima. (Forse è una deformazione professionale, un’idea della struttura che si porta dentro appresa tanto tempo fa da un professore di danza moderna che molto lo ha segnato come ci racconterà più tardi).
“E un’altra paura comune ” riprende dopo un cambio di set “un’altra agitazione condivisa è quella nei confronti del giudizio esterno. Sia un film che un’opera di architettura si rivelano per ciò che sono solo alla fine di un lavoro lunghissimo. E saranno gli altri a decretare il valore di ciò che hai fatto e questo crea molta insicurezza, molti dubbi.” Ride e sembra quasi che il brivido della paura, della prima proiezione di un film gli stia correndo sulla pelle. “Un libro, un quadro puoi cambiarli dopo le prime reazioni o quando ti accorgi tu stesso del risultato finale, ma le riprese di un film sono finite e un edificio è lì in piedi ineludibile davanti a te. Il cinema e l’architettura mettono insieme discipline diversissime tra loro e se le cose sono fatte bene non lo noti. Quando giri un film devi tenere da conto mille cose che si vedranno sullo schermo, i tuoi occhi vedono tutto, devono vedere il quadro di insieme. Ad esempio” dice guardando fisso negli occhi il giornalista “io sono consapevole che adesso alla mia destra ci sono due persone che scrivono, che qualcuno alle mie spalle sta servendo un bicchiere di aranciata e che all’altro capo del giardino un tecnico sta provando le luci. Sono tutte figure che creano il quadro.” Ci guardiamo attorno sbalorditi e non ci rimane che constatare con un sorriso meravigliato, ipnotizzato l’esattezza delle sue percezioni.
Pollack ha ripreso il suo filo: “Un film, se è buono o no, lo scopri solo all’ultimo, quando è troppo tardi. L’unica possibilità che ti resta è cercare di fare sempre ciò che ti piace, e accettare che gli altri talvolta lo apprezzino, e altre volte invece ti critichino. Non puoi farci nulla. Nel caso dei miei film io non so ancora dire dove sta la differenza, perché alcuni piacciono ed altri no. Alcuni non hanno avuto successo, eppure io li ho molto amati.” Sospira e si stringe nelle spalle e a noi sembra, ma il sole abbagliante potrebbe ingannarci, che ci sia uno stupore infantile nel suo sorriso. “Havana ad esempio è un film che amo molto, che per me ha significato tantissimo, ma la critica lo ha stroncato.” E il sorriso, o il gioco di luci, torna a increspargli le labbra “Certi film li ami di più proprio perché hanno avuto una vita difficile come ami di più il figlio tuo che non va bene a scuola”
Un giornalista è interessato in particolare all’arte di Gehry. E Pollack spiega che “Il Decostruzionismo di Gehry è applicabile in certo modo ad ogni artista, al tentativo dell’arte in genere di decostruire la realtà per cogliere un’altra verità, una visione alternativa, e spesso la visione decostruita rivela molto di più sul mondo reale. L’alternativa, nei casi più riusciti, è una prospettiva diversa che allarga la tua visione del mondo. Quando giro un film devo essere mille personaggi insieme, devo essere uomo e donna e posso essere una bella donna, e l’uomo che la ama o che la lascia o l’uomo che assolutamente la deve avere, o l’uomo che non l’avrà mai. Decostruire la vita, vivere molte esistenze mi ha aiutato molto, mi riferisco alla comprensione delle cose che ho acquisito cercando di entrare nella testa dei personaggi che ho creato. Dall’interno cerco di capire il loro punto di vista sul mondo.
Comunque Frank Gehry, per tornare alla domanda, è un grandissimo artista che gioca con l’innocenza di un bambino. Si diverte con i suoi modelli come un bambino con il Lego. Si fa catturare da ogni cosa ed è vero, come si vede nel film, che trova ispirazione anche nel cestino della spazzatura, nella forma casuale di un foglio accartocciato. Ha conservato l’apertura mentale di un bambino: per questo riesce a creare forme così nuove.” L’affetto, l’ammirazione per il suo amico gli accendono lo sguardo con un lampo sbarazzino. Devono essersi divertiti molto a girare il documentario, senza fretta, senza troupe (tranne per le riprese dei lavori di Gehry), senza scadenze, un giorno all’anno per cinque anni. “In genere l’uomo crescendo impara a disciplinare il suo pensiero, ma tutti noi che attingiamo all’immaginazione per ciò che facciamo cerchiamo di lasciargli briglia sciolta, di non arginarlo troppo. Ho cercato di non darmi troppe regole mentre giravo il documentario: mi ero detto girerò tanto materiale, sarà come avere una montagna di creta e poi dopo nel montaggio le darò la forma, avrò tempo di levigarla.”
E quando il giornalista gli chiede se con i nuovi Studios c’è ancora domanda di veri artisti a Hollywood, Pollack dice che certo le cose sono cambiate, è vero che la maggior parte dei produttori vogliono fare film che vendano benissimo per un fine settimana, che l’arco dell’attenzione è ridottissimo, ma ogni anno c’è ancora spazio per due o tre buoni, buonissimi, film.
E ora che ogni traccia di fastidio è scomparsa dal suo viso sembra anche lui un bambino, come il suo amico Frank, che contempli affascinato il giardino: le mosse furtive dei camerieri, il gioco di saluti dei clienti dell’albergo, lo sguardo emozionato di un ragazzo, un giornalista giovanissimo e appassionato che trasuda ammirazione, umiltà e paura da ogni poro, e Pollack gli sorride con tenerezza paterna, gli dice che se la sta cavando benissimo, che iniziare è sempre difficile, ma che ogni sbaglio ti porterà lontano se lo saprai accettare, se non te farai schiacciare.
L’emozione degli esordi è un patrimonio prezioso su cui costruire una carriera purché ci sia verità, e passione e il ragazzo ne ha da vendere. È quanto ci sembra di cogliere, mentre il ragazzo si allontana, nello sguardo di Pollack: sguardo da narratore onnisciente e, ora che salutiamo tutti e ci spostiamo in gran fretta alla Casa del Cinema per la conferenza stampa ufficiale, abbiamo l’impressione che i suoi occhi continueranno a guardare il giardino e avranno la percezione esatta, anche da lontano, di tutto ciò che nel giardino vive e si muove, nella luce e nell’ombra.

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