I ragazzi domandano, Carola risponde

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Sono ragazzi di seconda e terza media – allievi della Settembrini di Roma – quelli che oggi incontrano Carola Susani, a conclusione del laboratorio di scrittura creativa che hanno seguito nei mesi scorsi.

Sono ragazzi di seconda e terza media – allievi della Settembrini di Roma – quelli che oggi incontrano Carola Susani, a conclusione del laboratorio di scrittura creativa che hanno seguito nei mesi scorsi. Un laboratorio che aveva come tema lo sport e come fine l’elaborazione, da parte di ciascuno, di un racconto di due/tre cartelle che avesse a protagonista un coetaneo alle prese con una sfida sportiva. Durante le lezioni è stato anche esaminato il racconto Sirenetta di Carola Susani (pubblicato su “Nuovi Argomenti” n. 18, aprile-giugno 2002), che narra in prima persona la vicenda di una sincronetta rimasta troppo a lungo in apnea e scivolata nel coma.

Siamo in palestra, l’acustica non è delle migliori, i ragazzi sono esuberanti ma molto interessati a quello che Carola sta dicendo: abbiamo cominciato subito, infatti, a tempestarla di domande:
“Leggendo la tua biografia abbiamo saputo che sei nata a Marostica, sei vissuta in Sicilia e poi a Roma. Ti senti più veneta, siciliana o romana?”.
“Tutte e tre insieme. In Sicilia ho vissuto dai quattro anni fino a tutto il liceo, e di essa mi è rimasta la cadenza, la formazione, e una forte nostalgia, spesso sento infatti il desiderio di tornarci a vivere. Marostica, invece, è la terra dei miei, dei miei nonni: mi ha insegnato i valori semplici, quelli del sacrificio, del lavoro. A Roma ho frequentato l’università, ma soprattutto vi è nata mia figlia, perciò è una città che amo molto e, grazie a lei, sto imparando a scoprirla, a vedere le cose secondo una nuova ottica. Più che altro, però, mi sento italiana. Quando vivevo in Sicilia, ogni volta che tornavo in Veneto attraversavo in treno tutto lo stivale: viaggi su e giù per la penisola (per esempio il giorno dopo la strage di Bologna) che mi hanno permesso di conoscerla in tutta la sua estensione, e di sentirmene parte”.
“Quanto ti hanno influenzato i luoghi in cui hai vissuto?”.
“Moltissimo. Quando sono arrivata in Belice avevo quattro anni, i miei genitori erano due architetti che avevano aderito al progetto di Danilo Dolci, un uomo che aveva creato un Centro per aiutare le persone colpite dal terremoto. E’ stato il mio periodo più bello. Ero assolutamente libera, facevo parte di una banda di ragazzi, avevamo costruito una città e combattevamo contro bande avversarie. Mi divertivo pazzamente, il mare era vicino e vi trascorrevamo tutta l’estate. I miei racconti per ragazzi devono molto a quel periodo. Mi piace usare i ricordi dell’infanzia come sfondo, come ambientazione”.
“Qual è la prima persona alla quale fai leggere le tue storie?”.
“Mio marito. L’ho sposato per questo. Perché è uno che non si lascia spaventare dalle mie arrabbiature (divento molto cattiva quando qualcuno critica un mio scritto); se si accorge di qualcosa che non va, non molla, nonostante tutti i miei tentativi di convincerlo. E’ obiettivo, non mi fa complimenti inutili, ed è sempre disposto a leggermi, anche all’alba: lo sveglio e non si arrabbia, non si mette a urlare, questo vuol dire che mi ama molto”.
“La scrittura, per te, è più una passione o un lavoro?”.
“E’ qualcosa di più: una necessità. Quando avevo la vostra età ero confusa, non avevo le idee chiare su chi ero e cosa volevo essere. Quando ho scoperto la scrittura, ho trovato che mi dava la possibilità di parlarmi, di tirar fuori tutte le cose cattive che pensavo e che mai avrei potuto dire, e questo mi ha colmato di libertà. E’ diventata uno strumento di equilibrio. Mi serve soprattutto per stare bene. Quando non scrivo mi confondo, comincio a non sapere cosa voglio”.
“Hai mai imparato qualcosa dai tuoi personaggi?”.
“Moltissimo. Talvolta sono pensieri nascosti che vengono fuori, che rivelano cose di cui non avevo idea”.
“Ti ispiri ad amici per crearli?”.
“Sì, e anche a genitori, fratelli, familiari, parenti… Però non a uno solo di essi, ma a due, tre insieme; per esempio, per scrivere Cola Pesce ho preso a prestito le figure di tre miei migliori amici: il mio migliore amico di quando avevo quattro anni, quello di quando ne avevo otto, e quello di quando ero ancora più grande. Mescolo i caratteri, li combino, e così viene fuori una persona completamente diversa”.
“Come ti senti quando il protagonista di un tuo racconto sta per morire?”.
“E’ un lutto, ma vero! Tanto che non sono mai riuscita a far morire nessuno. La morte incombe ma i miei personaggi riescono a restare vivi. Nelle mie storie non muoiono mai”.
“Quando scrivi un racconto, ti capita spesso di non sapere come continuare?”.
“In genere mi succede il contrario: comincio a inventare dalla fine, creo i personaggi, il tipo di vicenda. In genere mi viene facile trovare anche l’inizio, ma quella che spesso mi manca è la parte di mezzo. Ed è lì che mi fermo, ci sbatto la testa fino a quando non riesco a trovare ciò che mi serve. Anche per questo le mie storie sono piene di ellissi, di buchi. Io chiedo molto ai miei lettori, chiedo di partecipare attivamente alla storia con la loro fantasia, lasciando appunto dei buchi che devono essere loro, leggendo, a colmare”.
“A che cosa pensi quando scrivi?”.
“A quell’altro mondo che sto inventando. Ai personaggi, ai vestiti, alla loro vita… Per scrivere una storia bisogna sapere molto di più di quello che viene raccontato”.
“Si dice che per uno scrittore i libri sono come i figli, e sappiamo che per accudire i figli ci vuole tanta dedizione. Tu quanta dedizione metti in ogni racconto?”.
“Moltissima. Ogni racconto è per me un pezzo di necessità, quando l’ho scritto dovevo dire qualcosa e quel qualcosa rappresenta un tassello indispensabile del mio rapporto col mondo, con gli altri”.
“E’ molto difficile descrivere l’ambiente delle tue storie?”.
“Sono descrizioni minime. Io scrivo sempre in prima persona e i personaggi non hanno bisogno di dirsi quello che sanno, bastano pochissime parole importanti per creare il giusto ambiente e tracciare il luogo in cui sono collocati”.
“Perché scrivi in prima persona?”.
“Perché mi piace trovare la voce di ogni personaggio. Se riesco a coglierla, ho dato qualcosa che ha a che fare con la sua anima”.
“Quale scrittrice ti piace di più?”.
“Be’, sono tantissime, quelle che amo di più in questo momento sono due poetesse italiane: Sara Ventroni e Antonella Anedda”.
“Puoi fornirci alcuni suggerimenti per dare ai nostri racconti un tocco speciale?”.
“Dovete lavorare tanto sui personaggi, capirne i pensieri veri, soprattutto quelli cattivi, inconfessabili, perché sono essi che danno al racconto una grande forza. E dovete avere dei lettori di fiducia che siano onesti e vi dicano la verità schietta e netta”.
“Ti piace di più leggerle o scriverle, le storie?”.
“Leggerle, perché non fai nessuna fatica: leggere è un gran godimento, una specie di alcol, o droga. Scrivere è una fatica, una necessità”.
“Nel racconto Sirenetta, la vicenda della protagonista si svolge tra acqua e terra. E’ per questo che hai deciso di intitolare il racconto appunto “Sirenetta”?
“Sì, anche per questo. L’acqua è un luogo di vita (pensate al liquido amniotico) ma può diventare anche luogo di morte (lei perde il respiro e si avvicina alla morte tanto da sfiorarla, anche se poi se ne ritrae). E poi perché mi è piaciuto assimilare la mia protagonista alla Sirenetta di Andersen: questa deve perdere la coda per essere ammessa nel mondo degli umani, lei, invece, per diventare adulta, deve rinunciare alla sua adolescenza”.
“E’ stato difficile descrivere i pensieri che tornano a galla quando una persona è in coma?”.
“Ho inventato. Ho immaginato l’emergere del pensiero da una specie di sogno”.
“Perché creare un coma per esprimere le emozioni del racconto?”.
“Perché mi premeva affrontare un tema importantissimo: il rapporto vita-morte che sta al centro della storia. La protagonista si avvicina alla morte, ma poi viene via da essa, torna indietro, si riaccosta alla vita. E il coma, col suo fluttuare, il suo andamento onirico, era quello che mi permetteva di raccontare meglio questo passaggio”.
“Quando ti riferisci al sorriso forzato delle nuotatrici perché lo paragoni a quello di un coccodrillo?”.
“Per via dei denti. Se ci riflettete, quello del coccodrillo non è un sorriso, il coccodrillo non sorride mai, è piuttosto un ghigno, ha una sua durezza, una sua terribile pericolosità. E così il sorriso delle sincronette: non è spontaneo, è una maschera che nasconde tutta la fatica, la volontà di controllo del corpo, di dominio della persona”.
“In un brano del racconto fai riferimento ai capelli della protagonista: quando era piccola erano corti, da grande erano raccolti in una crocchia e non fluttuavano. Hai un rapporto conflittuale con i tuoi capelli?”.
“Come ho già detto, l’acqua può essere vita ma anche morte. I capelli esprimono un po’ queste due tematiche: da una parte c’è l’abbandono, l’acqua è accogliente, è calda, è un liquido amniotico, e i capelli fluttuano, come le braccia e le gambe. Dall’altra c’è la durezza della battaglia, il controllo del corpo, le lunghe apnee, il sorriso forzato, e i capelli sono costretti in una crocchia”.
“Hai scelto il nuoto sincronizzato perché è uno sport che ti piace o perché avevi in mente il finale?”.
“Perché mi parlava del sacrificio, di uno sforzo di contenimento, di dominio su se stessi. Io ho l’ossessione del corpo: se il corpo è allenato si può esercitare su di esso un controllo, altrimenti diventa debole, crolla”.
“Che premio vorresti ricevere?”.
“Ma il Nobel, naturalmente! Intorno ai novanta anni… o forse ai centodieci”.”

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