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Tony Scott: “Man, I’m free!”

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“Sono un viaggiatore, un turista nato. Amo vedere altri popoli e i loro paesi. Amo sentire i loro suoni, il loro modo di vedere. Amo l’odore di un paese. Amo...

“Sono un viaggiatore, un turista nato. Amo vedere altri popoli e i loro paesi. Amo sentire i loro suoni, il loro modo di vedere. Amo l’odore di un paese. Amo tutto quello che si muove e viaggia.
Allo stesso tempo imparo e rinnovo me stesso. Voglio solamente essere come una lumaca. Voglio andare in nessun luogo. Se la lumaca vuole salire, sale fino all’Empire States Building, se vuole scendere, scende fino all’erba. Invece si muove senza andare da nessuna parte. Voglio ‘fluttuare’ come una lumaca. Vidi una fotografia di Verner Bishoff di un grande Buddha che siede in un giardino pieno di erba alta. Il Buddha aveva una lumaca sul suo naso. Appena guardai quella fotografia rimasi senza fiato. Era come lo scenario del Jazz, abbandonato. Ognuno era morto e nessuno era stato lasciato per nutrirlo. Quando la scena del Jazz divenne un cimitero, cercai di trovare un modo per uscirne. Quando sei aperto trovi tutto, quando hai una mente chiusa non trovi nulla.”
Sembrano parole di un santone, di un saggio o di un filosofo. Sono parole di Tony Scott, grande jazzista internazionale, morto a Roma all’età di 86 anni.

Sabato 31 marzo, nella bella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, si sono tenuti i funerali del clarinettista Anthony Sciacca (suo vero nome). Classe 1921, figlio di siciliani emigrati negli Stati Uniti all’inizio del ‘900, Tony Scott ha viaggiato mezzo mondo, seguendo proprio l’istinto da viaggiatore di cui parla.
È negli Stati Uniti che ha suonato con i calibri da novanta. Amico di Charlie Parker, direttore della band di Billie Holiday, ha inciso con Coleman Hawkins, Ben Webster, ha suonato con Duke Ellington e Bill Evans. Era bianco, ma forse grazie alle sue origini siciliane, era nero, il nero del blues. Dopo aver seguito la sua attrazione per l’Oriente, ed essere stato uno dei primi a sperimentare la contaminazione nel jazz, si è stabilito a Roma. Una fortuna per tutti quei musicisti che continuano a tenere alta la tradizione jazzistica, quella vera.
I funerali si sono svolti in forma intima. I suoi veri amici erano presenti, ognuno evidentemente con un debito verso l’uomo stravagante, che si vestiva in modo originale e appariscente, e soprattutto verso il musicista, prodigo di consigli e di incitamento.
Già all’ingresso, la bara non era da sola, c’era la musica, che da Piazza del Popolo è entrata nella Chiesa: Carlo Loffredo al benjo, D’Amato al clarinetto e Michele Pavese al trombone, sulle note non casuali di Just a closer walk with thee, hanno preannunciato un funerale all’insegna del fatto che la musica, comunque, continua a vivere e con essa anche i musicisti, stretti in una passeggiata un pochino più vicina. Per iniziare l’ultimo saluto, con Giorgio Cuscito all’organo, Harold Bradley ha cantato uno spiritual, un pezzo di Scott, facendo risuonare la chiesa di note scure. Peppino D’Amato ha suonato con il clarinetto una struggente versione di Saint James Infirmary. Le sue note, suonate sorprendentemente alla maniera di Scott, sembravano una promessa commossa di prosecuzione, come un erede.
Marcello Rosa, dietro l’altare, ha fatto risuonare Mood Indigo, Mario Raja (con il quale Scott ha suonato a lungo), teneva testa a un quartetto di sassofoni. Matteo Garrone, al contralto, ha liberato nell’aria un pezzo di Charlie Parker.
Se l’omelia di un prete che pareva un tantino sprovveduto poteva tranquillamente essere sorvolata, per via di una eccessiva morale onestamente superflua sul “pentimento degli artisti”, per fortuna è passata in secondo piano in quanto, come era giusto che fosse era la musica a dire tutto.
Uno dei momenti più alti di commozione è stato il canto di una delle bellissime figlie di Tony Scott dai lineamenti orientali. Avvolta in un vestito di cotone bianco lungo fino ai piedi, con una voce sottile e quasi celeste ha intonato un pezzo di Billie Holiday, mentre con le mani si reggeva la grande pancia gravida di nuova vita.
La moglie di Tony Scott, Cinzia, ha ricordato la generosità del marito, con aneddoti divertenti e che mettevano in luce l’umanità di un uomo che pensava sempre agli altri.
La chiusura della cerimonia è avvenuta ancora tra le note, stavolta con la voce di Tony Scott che, quasi parlando, faceva rivivere il bellissimo pezzo Lush Life.
C’era una strana atmosfera, di grande perdita ma anche di gratitudine. Come ha affermato Red Pellini, dopo aver portato la bara, Tony Scott “ha insegnato a tutti a suonare”, e poi, ha ricordato che “Una volta gli ho chiesto se aveva conosciuto Art Tatum. Art Tatum? ha risposto Tony, Ho avuto l’onore di portarlo in spalla!”. Insomma, pare che “Tony ha conosciuto tanta di quella gente. Ma qui, oggi, quelli veri c’erano”.
E c’era una ulteriore magia a un funerale: pur tra le lacrime e il dispiacere di familiari e amici, la commozione era sempre intervallata da grandi sorrisi. Proprio come il jazz. E proprio come doveva essere Tony Scott, che di sè scriveva:
“Sono del segno dei Gemelli – niente logica, vado per intuizione, e sono siciliano, niente logica, vado per intuizione, l’ho avuta come un cemento rinforzato di verghe d’acciaio piantate nella terra. Allo stesso modo suono il clarinetto. Ci sono molti demoni dentro me, qualche volta li devo lasciare risalire, accarezzare loro la testa e qualche volta devo baciar loro il culo. Devi mantenere il tuo spirito dietro al tuo fisico, perché se la mente dice “muoviti e vai fuori” e il tuo corpo dice “Oh, man, sono stanco”, non ti muovi. Non è facile essere un essere umano e oltretutto un artista, può essere un po’ più duro e un po’ facile. Qualcuno deve lavorare in ufficio ogni giorno, buon Dio! dammi la fame del jazz invece di dover fare quello… gli stessi sottopassaggi pedonali, lo stesso traffico. Ho visto persone mentre andavano al lavoro al mattino… ma io stavo venendo via da una Jam Session al Minton’s alle 8 di mattina, man, I’m free.”
E infine, piace ricordare quest’ultima frase, piena di nostalgia e soprattutto di speranza:
“Con le mie memorie voglio che vivano gli Dei Neri del Jazz. Io spero di essere parte del Jazz del passato e spero di aiutare il Jazz ad essere una parte del suono del mondo del futuro.”

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