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Paz Vega nella Masseria delle allodole

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Erano giorni che si parlava del mal tempo in arrivo e lunedì mattina a Villa Borghese, davanti alla Casa del Cinema, i pini marittimi impazzano nel vento sotto un cielo...

Erano giorni che si parlava del mal tempo in arrivo e lunedì mattina a Villa Borghese, davanti alla Casa del Cinema, i pini marittimi impazzano nel vento sotto un cielo di nubi mentre imbocco veloce il vialetto sterrato dove è consuetudine parcheggiare i motorini e solo all’ultimo, con una frenata, mi accorgo che qualcosa è cambiato: il vialetto finisce in un gradone molto alto, sotto sono ammassati assi, rami, una cesta di legna. “Venga” mi esorta una voce e dal nulla si materializza un omone con un poncho di tela impermeabile verde, barba e capelli lunghissimi. Con una voluta del braccio mi invita ad attraversare il guado. “Sono stato fuori una settimana e guarda cosa hanno combinato” Mormora scuotendo la testa “Stasera mi procuro altri materiali, ma per oggi bisogna accontentarsi”. Due motorini premono alle mie spalle: giornalisti diretti anche loro alla Casa del Cinema. Il mio Caronte con un cenno del mento mi indica due vigili oltre la siepe. “75 euro di multa a loro o una mancetta a me. La prossima volta le faccio trovare un ponticello migliore”. Io dico qualcosa a proposito della prossima volta, ma lui non se la prende; si accomoda, tra le sue assi, a contare il gruzzolo sotto il poncho in attesa della pioggia. Versato l’obolo di questa nuova promettente nicchia dell’abusivismo romano, ci avviamo di corsa alla Casa del Cinema dove sta per iniziare la proiezione di “La Masseria delle Allodole” l’ultimo film dei fratelli Taviani. Seguirà la conferenza stampa con i registi e parte del cast.
Io, che il film già l’ho visto, aspetto insieme alle troupe televisive che intervisteranno registi e attori: Paz Vega, attrice protagonista spagnola, Alessandro Preziosi, Mariano Rigillo e gli altri, tanti, venuti a presentare il film tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, che racconta del genocidio degli armeni, da parte del governo turco, durante la prima guerra mondiale.
I fratelli Taviani sempre insieme, sempre seduti uno accanto all’altro, lo sguardo assorto, stupito e insieme attentissimo, seguono gli allestimenti dei set per le interviste. Quando i loro attori si affacciano nella saletta si sbracciano a salutarli, con il sorriso di grandi padri affettuosi. Paz Vega arriverà più tardi, dicono, è incinta di otto mesi, ed è nella sua stanza d’albergo a riposare. Nell’attesa Enrica Maria Modugno, attrice storica dei fratelli Taviani, di Pupi Avati, di Nanni Moretti, mi racconta delle riprese in Bulgaria, in luoghi bellissimi, e della masseria che appare nel poster che non esisteva ovviamente e l’hanno costruita loro; le altre case invece sono vere, antiche dimore confiscate alla borghesia e alla nobiltà locale in epoca sovietica. È stato bello vivere lì, tutti insieme, mi dice e racconta di André Dussollier, suo marito nel film. “Un grandissimo attore e insieme così umile, generoso. Ogni volta che doveva darmi il controcampo si vestiva di tutto punto anche se non era in scena, perché io mi sentissi a mio agio.” È brutto il personaggio di Enrica: una donna turca che sogna di impossessarsi della specchiera degli amici armeni appena verranno deportati. Ma lei nella vita è dolce e allegra, agitatissima ancora adesso, dopo tanti anni, all’idea di dover parlare in pubblico. Di non essere magra. I fratelli Taviani le hanno chiesto “Enrica ce la fai questa parte?” lei ha detto di sì, si era appena messa a dieta, e loro le hanno detto “ma scherzi? Sei una donna turca d’inizio secolo, ti vogliamo abbondante”.
“Non ce la farò mai a dimagrire, mi vogliono tutti abbondante.”
Alessandro Preziosi, bello, alto e non troppo tenebroso, si aggira per le sale. Le donne lo guardano: qualcuna ridendo gli dice “vigliacco” riferendosi al suo ruolo nel film: un ufficiale del partito dei “Giovani Turchi” che abbandona al suo destino la donna armena di cui è innamorato. Lui si dondola sulle sue belle gambe molleggiate, si avvolge attorno al collo la sciarpa a strisce gialle e azzurre. “Eh sì” dice curvando le spalle “non faccio proprio una bella figura”. “Comunque sei bravissimo” si affrettano a rassicurarlo mille voci. E che diamine, lasciano intendere i loro sguardi, una vigliaccata gliela si perdona con piacere ad uno così bello. E poi non è quello che fanno sempre gli uomini: scomparire quando più servono? Lui si infila le mani nelle tasche, oscilla sui talloni. “Piaciuto il film?” Chiede serio. “Sì, sì” gridano tutte, chi annuisce boccheggiando. “Bene” mormora lui pensieroso quasi vi intravedesse un oscuro mistero.
Eccola: è arrivata Paz Vega con la sua malia discreta: ha trent’anni o poco più, la pelle di porcellana bianca, una massa di capelli neri raccolti sulla nuca, occhi di velluto castani grandi e profondi, un meraviglioso sorriso e una bellissima pancia sotto un abito rosso lampone e un giacchino bianco. Al suo passaggio tutti la guardano estasiati “Incinta è ancora più bella” Mormorano. Lei saluta pieno di garbo e di classe, con un sorriso dolce che irradia felicità. Estranea alla calca, e al vento e al gelo, esce dal bar per la seduta di foto e i fotografi le gridano “Paz guarda qui” “Da questa parte Paz” ed è una z forte e dura quella che pronunciano. Un turista si avvicina con la sua digitale e mi chiede sottovoce che cosa ha mai fatto questa pazza che tutti vogliono fotografare.

Nella saletta, nella mezz’ora che precede la conferenza stampa, davanti ai riflettori Paz racconta di sé, del bambino in arrivo, si guarda la pancia con amore e sorride, della sua vita in America e del marito che è rimasto in Spagna, ma si vedono sempre lo stesso. Ed è onorata, dice, di aver dato un piccolo contributo perché qualcuno finalmente parli di questa tragedia, perché la gente sappia. Le chiedono se fosse già incinta durante la lavorazione del film e lei dice di no, è stato subito dopo che lei e suo marito hanno deciso di avere un figlio, il primo e non sarà certo l’ultimo. Parla dei Maestri Taviani, della loro grande ironia, della loro immensa saggezza.
Le luci scintillano, i fotografi gridano, i giornalisti provano i microfoni, i truccatori si affannano in giro con i loro pennelli e per un istante sembra che sia tutto un gioco. Impossibile credere che in Turchia per questo gioco da nulla muoiano giornalisti e scrittori.

Ma ecco la proiezione è terminata, sui tavoli bianchi apparecchiati per un caffé rimangono solo briciole e bicchieri di plastica sporchi. Si entra tutti in sala per la conferenza stampa e il grande tavolo sotto lo schermo è affollatissimo: i fratelli Taviani, gli attori e la produzione.
E sono i fratelli a iniziare: la parola scivola dall’uno all’altro in un’armonia perfetta, raccontano insieme senza sovrapporsi. Spiegano che il film nasce da un senso di colpa, tre anni fa, quasi per caso, hanno scoperto la tragedia armena, leggendo il libro di Antonia Arslan. Non ne sapevano nulla eppure storie simili si ripetono: popolazioni che convivono per decenni sulla stessa terra, prendono il tè insieme ed un giorno, all’improvviso, si ammazzano. Il loro tono è sobrio. Vittorio, con il suo perenne berretto in testa, spiega che loro non vogliono farsi portavoce del popolo armeno, che a loro, come sempre, interessava entrare nelle vite dei singoli uomini.
Ma il pubblico in sala vuole saperne di più, vogliono che i fratelli dicano come si sono documentati, dove hanno reperito le informazioni, ad esempio sulla strana, potentissima Confraternita dei mendicanti che tanto assomiglia ad un’organizzazione mafiosa, e chiedono se hanno avuto problemi con il governo turco e se i materiali, i documenti sono tutti introvabili, inesistenti, loro come hanno potuto lavorare?
E i fratelli pazienti spiegano quanto in parte hanno già detto. I documenti esistono, non molti, ma esistono, basterebbe consultarli. Hanno letto il libro di Antonia e altri libri, il saggio più documentato è il “Genocidio degli armeni” di Flores, hanno visionato materiali d’archivio, sono stati in Armenia, ma non era loro intenzione, ripetono, fare un documentario, tratteggiare un quadro storico. La loro voce suona strascicata, devono essere stanchi di addurre documenti, prove, certificazioni che attestino l’autenticità di ogni scena. Come se restasse esclusa, bandita una capacità visionaria di entrare nelle pieghe della storia, di immaginare lo strazio e la follia. Il libro della Arslan parte dalla Turchia e torna in Italia. “A noi piace sempre tornare in Italia” dice Paolo sorridendo “La sceneggiatura di questo film” riprende Vittorio “l’abbiamo scritta come tutte le altre, con i dubbi e le esitazioni di sempre, perchè sono sempre storie di uomini. E comunque la prova della veridicità c’è: semplice, semplice e dovrebbe bastare, a noi è bastata. L’attrice armena del cast Arsinee Khanjian (moglie del regista Atom Egoyan) ha visto il film montato e ci ha detto che si è sentita a tal punto coinvolta da dimenticarsi della sua interpretazione. Perché in genere, lo sappiamo tutti” commenta ridendo “un attore la prima volta che vede un film che ha interpretato, in realtà non vede nulla, guarda solo le sue scene e del resto neanche si accorge.”
Gli attori seduti al tavolo ridacchiano, annuiscono arrossendo. E come vuole l’etichetta o galateo delle conferenze stampe i giornalisti ora allentano la presa sui registi e rivolgono domande agli attori. Chiedono, ad esempio, come si sono preparati.
E gli attori emozionati rispondono, è il loro momento e cercano di non bruciarlo: Paz Vega parla del cast tecnico eccellente, “tutti così bravi che sul set ti sembrava di viverle davvero le scene che giravi, e spesso la gente scoppiava a piangere.” Lo dice con il suo vestito lampone, il suo viso di madonna dolcissimo. Alessandro Preziosi poggia le spalle allo schienale della poltrona e inizia a parlare a lungo, così a lungo che sembra non debba finire più, e i registi sorridono sotto i baffi quasi fosse un gioco tra loro. Preziosi afferma che la stampa ha il dovere di non legittimare chi vuole delegittimare gli eccidi, i giornalisti lo guardano stupiti sembra un parlamentare che fa ostruzionismo, ma dalle donne in sala arriva un oh oh ammirato. E lui, ora, parla di abbandono ipnotico degli attori nelle mani dei registi, di attori pinocchio alla mercè di incantevoli mangiafuoco, sì lui è stato un pinocchio e non se ne vergogna , “oh oh oh” risuona la sala, ed è stato anche avvitato come una lampadina da 100 watt, che i fratelli graduavano ogni giorno da uno a cento watt, e lui era contento, dice sorridendo, le spalle rilasciate indietro, contento di illuminarsi ogni giorno da uno a cento a seconda dell’avvitamento che gli davano i mangiafuoco, parla della presenza del male in Shakespeare e nei classici e ribadisce la necessità di legittimare il bene e delegittimare il male e di dare un messaggio spirituale anche perché no? D’un tratto quasi avesse captato un segnale dai Fratelli: che va bene così la stampa è stata servita a sufficienza, in tono scherzoso conclude “insomma io mi ero preparato tanti foglietti, ma poi quando abbiamo cominciato a provare io, Paz e i maestri Taviani intorno al tavolo, ho capito che non era cosa, che era meglio che i foglietti li buttavo”.

Sui presenti in sala piovono altre bacchettate. Qualcuno tra i produttori ha orecchiato dei commenti, delle frasi a mezza bocca tra il pubblico. E non ha gradito. Le voci in sordina criticavano il fatto che gli attori venissero da tutto il mondo e così, senza la presa diretta, tutto suona più falso. “Credete forse che le coproduzioni europee le facciamo perché ci piacciono, perché è bello avere uno spagnolo, un bulgaro, un tedesco? Perché fa chic e cosmopolita? Macchè. “Tuona la voce indignata di un produttore. “Se credete che sia facile, scordatevelo, ci sono voluti tre anni per iniziare. La BNL nel frattempo è stata partecipata dei francesi. Una bega dietro l’altra. Ma in Italia non c’è un soldo” I signori giornalisti annuiscono in silenzio come bambini colti in fragrante. E ora alza la mano una rappresentante della comunità armena, la voce alta e tonante. Visto che i signori chiedevano documenti lei è qui per servirli. Può garantirlo lei che i maestri Taviani non hanno inventato nulla, dice, per verificare basta entrare nel sito della comunità armena. E racconta di un filmato “Destinazione il nulla” realizzato dallo scrittore tedesco Armin T. Wegner , all’epoca ufficiale, testimone oculare della tragedia che ha scattato una lunga serie di foto di carovane mandate nel deserto verso il nulla Un testimonianza incredibile che nessuno ha mai mandato in onda. E di un film bellissimo che la Rai passa solo d’estate a notte fonda, per non infastidire i turchi, “Quella strada chiamata Paradiso” (588, rue Paradis) con Omar Sharif e Claudia Cardinale. In sala è calato il silenzio. Quando la ragazza cita un libro, un film i fratelli Taviani annuiscono timidamente, mormorano “sì l’abbiamo visto”. “Avete tutto il materiale che volete” dice lei rivolta alla sala” e dovreste usare il termine genocidio. Il parlamento italiano vi autorizza a farlo.” Tutti fanno cenno di sì, nessuno parla più, nessuno chiede niente, tutti a cincischiare con la carta e la penna. Pronti a versare un altro euro al taglieggiatore che aspetta là fuori.
L’armena è alta e sorride appoggiata alla balaustra, non se la prende, lo sa che sbuffano tutti quando parla, ogni tanto pensa che forse non dovrebbe farlo più, è stanca anche lei, ma domani lo dirà di nuovo. “Scrivetelo, parlatene”
“Avete dovuto scartare molto del girato?” chiede un giornalista “guardando il film ho avuto questa impressione.”
E i fratelli sembrano rinascere sulla sedia, spiritelli animati da fanciullesco ardore: “Il film ha la dimensione che amiamo che abbia” spiegano “la lunghezza atta a mantenere …” esitano un istante “…a mantenere il ritmo poetico”. (Lo dicono con un mezzo sorriso come a dire scusate se a noi è di questo che ci piace parlare) E Vittorio muove una mano in aria quasi seguisse un ritmo immaginario.
“Sentivamo che la prima parte del film, quella della pace, doveva essere densa e veloce e correre tutta verso la parte del dolore e della guerra; tesa al punto giusto come la freccia nel suo arco per andare dritta al bersaglio. Quindi al montaggio abbiamo tolto delle scene che ci sembravano belle ma riducevano la tensione: una scena d’amore tra moglie e marito sul terrazzo, e un’altra con i preparativi delle cerimonie funebri armene con la figura della lamentatrice greca (il personaggio di Angela Molina, mitica attrice spagnola anche lei doveva venire, ma all’ultimo non ha potuto). Ci sarebbe piaciuto dilungarci, assaporare a lungo la pace ma a volte la sintesi consente di immaginare molto di più; quando abbiamo voluto raccontare storie dilatate abbiamo fatto film per la televisione.” Parlano con esitazione quasi temessero di annoiare il loro pubblico.
Qualcuno chiede a Vittorio come mai suo figlio abbia finalmente deciso di lavorare con loro. E Vittorio si schermisce, ma si vede che è orgoglioso. “Non vorrei parlare di cose personali” Ma loro insistono e alla fine Vittorio cede. “Noi abbiamo sempre molto apprezzato la sua musica.” spiega “Ma mio figlio aveva deciso sin all’inizio:” la musica per i film di mio padre non la farò mai”. Vittorio si ferma un istante, i suoi occhi brillano “Ultimamente mi aveva detto che di quel divieto ne potevamo riparlare, forse non vuole avere rimpianti, oppure ormai ha raggiunto la sua indipendenza” Ride “Così per questo film lo abbiamo chiamato e lui…di nuovo mi ha detto di no, ma poi…” Ride Vittorio e fa un cenno con la mano. Basta con queste storie di famiglia.

Alla fine della conferenza stampa, nella sala vuota, si continua con interviste collettive per Paz Vega: stampa e radio. Seduta da sola all’estremità del lungo tavolo, Paz sembra stanca, spaesata. I giornalisti le si stringono attorno sollevati, i colli protesi, i microfoni allungati. Sanno che lei li coccolerà, li ammalierà con il suo sguardo di velluto, con la bellezza che allontana lo spettro dei morti, e l’eco della voce della donna armena.
“Lei è andata ad Hollywood. Allora è vero che i migliori film si fanno in America?”
“Io vivo negli Stati Uniti ma lavoro anche in Europa, vado dove ci sono belle storie da interpretare, donne che mi emozionano.”
“E ora con il bimbo che nasce crede che la sua carriera sarà più difficile?”
Lei spalanca gli occhi, si erge dritta sulla sedia con una fierezza di madre iberica. “Se un figlio ti cambia la vita lo fa solo in meglio. Con questo figlio in grembo io trovo il senso di ogni cosa. Tutto il lavoro che ho fatto, tutta la mia vita fin qui, capisco adesso, tendeva a questo, a questo figlio che nasce.” Mormora
“Ha preso le distanze dal film che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo: Lucia e il sesso. Che l’ha resa un’icona erotica?”
“Io non rinnego nulla: era una bellissima commedia. Mi piace la femminilità e non ci rinuncio. Mi piacciono le belle commedie, e anche i ruoli drammatici. Sono fiera di un film che ho appena girato in Spagna, credo uscirà anche in Italia, sulla figura di santa Teresa.”
“Si è sempre parlato della componente erotica dell’estasi mistica” insinua qualcuno. Paz per un istante ha uno sguardo lontano, assente, vogliono sempre riportarla lì dove è partita, ma è con dolcezza che ripete: “Santa Teresa è una bellissima figura di donna, in questo film puoi sentirla molto vicina.”
“Come le considera le donne di questo film? ”
“All’inizio sembra che le donne abbiano una sorte migliore. Gli uomini, adulti e bambini, venivano uccisi subito sul posto, le donne erano deportate. Ma forse sarebbe stato meglio morire subito.”
Le chiedono se era sul set quando hanno girato la scena della donna armena costretta ad uccidere il figlio maschio che ha appena partorito. Lo soffoca con l’aiuto di un’amica, tenendolo stretto tra le loro schiene premute una contro l’altra.
Paz fa cenno di no, non c’era e per ora non vuole vederla.
“Hanno avuto un coraggio enorme” riprende “Hanno cercato di resistere, di proteggere i loro figli come potevano. E ora che sto per diventare madre la loro tragedia mi pesa addosso.” Paz fissa la penombra della sala. Oltre i vetri si vedono le cime degli alberi frustate dal vento, il cielo nero in tempesta. Gli occhi di tutti seguono il suo sguardo. Le vedono tutti ora le carovane di donne sugli altipiani verso Aleppo e poi il deserto, le crocifissioni lungo la strada, donne affamate, stuprate, impazzite, bruciate, il bambino soffocato tra le schiene era un maschio come il suo bambino che si chiamerà Orson. Paz si piega in avanti e sembra che debba gridare ed invece riprende fiato, sfiora con le dita la pancia, l’accarezza assorta nella penombra rossa della sala. I giornalisti in silenzio allontanano i microfoni.
Paz chiede al suo agente di cancellare tutte le interviste del pomeriggio. Stasera sarà presente in sala per la prima. Ma ora vuole andare in albergo a riposare. A raccogliere le forze, ci vuole coraggio per stare al mondo. E vuole che suo figlio riceva da lei tutto il coraggio del mondo.

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