Condividi su facebook
Condividi su twitter

Luce artificiale che non illumina

di

Data

In occasione del cinquantesimo anniversatio della firma dei Trattati di Roma, è stato organizzato un grande evento: Luce di pietra. I luoghi coinvolti sono quelli romani di proprietà francese...

In occasione del cinquantesimo anniversatio della firma dei Trattati di Roma, è stato organizzato un grande evento: Luce di pietra. I luoghi coinvolti sono quelli romani di proprietà francese generalmente chiusi al pubblico. Fino al 15 aprile invece sono visitabili. Il luogo più ambito e di prestigio è l’Ambasciata di Francia a Piazza Farnese. Entrano nel circuito anche la quasi inaccessibile Villa Medici a Trinità dei Monti, la Chiesa San Luigi dei Francesi, dietro Piazza Navona, e la Chiesa di San Nicola dei Lorenesi, antistante il vecchio albergo di Craxi, chiusa per anni per restauri e adesso aperta in edizione straordinaria.
L’iniziativa ha come intento quello di far dialogare e convivere luoghi appartenenti alla storia dell’architettura e dell’arte con le nuove frontiere dell’arte contemporanea. Molti artisti, nomi molto noti e alcuni un po’ meno, si sono cimentati negli spazi di proprietà francese per proporre le loro creazioni artistiche, tutte basate sulla luce.
Ebbene, il fatto è che inquietanti installazioni di arte contemporanea sono contrapposte alla bellezza dei luoghi cinquecenteschi. Un dialogo, un confronto. Una provocazione. L’arte contemporanea è talmente concettuale. Davvero il senso della vista è secondario. La bellezza si gusta solo attraverso una preventiva conoscenza e studio delle intenzioni degli artisti. E tutto ha un carattere decisamente evanescente. Poi, essendo giochi di luce, solo la sera sono visibili. Di giorno è come se non esistessero. Questo tipo di arte non esiste nel quotidiano, insomma. Esiste di notte. Esiste per pochi. Non è assolutamente comprensibile a una prima visione. Il suo fine è provocare, sempre e comunque. L’aggettivo bello è un inutile parola che si può tranquillamente buttare via. La bellezza è un affare sempliciotto. Antico. Cervellotico sì.
Questa inversione di sensi nell’arte è il punto più importante, la svolta epocale.
Prima capire, poi sentire. Tutto alla rovescia. Non è naturale. La natura proprio non esiste più. Totalmente sradicata. Pasolini, che è pure evocato, in modo molto ma molto laterale e non capisco se volutamente o per coincidenza, lo diceva: l’allontanamento dalla natura produce nevrosi e isteria collettiva. Nei sotterranei di Palazzo Farnese c’è un’Alfa Romeo GT coi fari accesi (un’installazione di Elisabetta Benassi) che è il modello d’auto che guidava Pasolini, poco distante dai mosaici marini del III secolo a.C. illuminati con suggestivi fasci di luce un poco discotecari (a cura di Nathalie Junod Ponsard) che riportano a Ostia, dove è stato assassinato. Coincidenza?
Ci sono corvi neri infilzati che pendono nel meraviglioso cortile michelangiolesco. È un’installazione di Kounellis. Qui ci si arriva: l’Europa nasce dopo i tragici fatti della seconda guerra mondiale. E i corvi infilzati penzolanti illuminati da fari che vanno su e giù suggeriscono una sorta di carcere e carneficina collettiva. Ok.
Dal primo piano del palazzo, da fuori, si vede l’installazione di Boltanski: maschere scheletriche ondeggiano come ombre, paiono roba da Halloween. Fantasmi del passato? Minacce del presente? Forse. Sempre nei sotterranei c’è una miriade di lampadine morte ammassate nel cippo, che segnava il limite di edificabilità per il rischio di alluvioni dal Tevere. Illuminate da lampadine-sonda che sembrano insetti e provocano grazie a fili di rame un rumore sinistro. Spettacolare, non c’è dubbio, quest’opera di Yann Toma. Ma l’illuminazione è talmente fioca che si rischia di inciampare nei gradini e finire con la faccia sulle stesse lampadine ammassate. Sarebbe una scena decisamente bizzarra.
Aperta di sera anche San Luigi dei Francesi. Qui ci sono tre Caravaggio. Una gioia vederli di notte.
C’è una guida, una ragazza che spiega i tre dipinti caravaggeschi con una certa competenza e passione. Quando la folla si allontana, le chiedo ancora notizie sui tre capolavori. Conversiamo su Caravaggio e il suo nero, conversiamo piacevolmente sul legame con Michelangelo e l’allontanamento da Raffaello. Sul fatto che a Roma Caravaggio portò una decisa innovazione. Lei inizia a infervorarsi: non so mai quanto dire alla gente, ho l’impressione che non capiscano, dice. Poi le chiedo il senso dell’installazione di Sarkis. Una cosa orrenda: uno schermo piatto alla base del quadro centrale del Ciclo di San Matteo, sul quale è proiettato in loop il gesto di far diventare rossa attraverso un pennello una pozza d’acqua, il tutto accompagnato da effetti sonori. Mi spiega che è il rosso di Caravaggio che l’artista ha voluto evidenziare. Ah, dico. Adesso è chiaro. Lo vedevo da me il rosso.
È aperta anche la chiesa di fronte all’Hotel famoso per il lancio delle monetine a Craxi. Che bella che fu quella serata. La chiesa è chiusa per restauro da molti anni. Dentro gli affreschi seicenteschi sono languidi e colorati dolcemente con il sapore dei pastelli. Il ragazzo che fa da guida non apprezza l’installazione, nemmeno lui la capisce, confessa, ma non lo può dire. Lo dico io per lui. Non si capisce. Proiettate sui bei marmi delle scritte piccole e luminose, tutte che dicono la stessa cosa: Particolare. Dunque?
Provo con Villa Medici. Ormai l’obiettivo è riuscire a visitare i luoghi chiusi dei francesi. Ma qui c’è la beffa. Mentre tutto sommato il pregio di questo evento è poter visitare Palazzo Farnese in lungo e in largo e vedere le Chiese (e i Caravaggio) di notte, a Villa Medici rimane tutto transennato e inaccessibile: si va dritti dritti all’installazione di Jean-Baptiste Ganne nella cisterna, dove moltissime monetine stanno dell’acqua, illuminate da due lampadine appese al soffitto. Wow. Altro che Fontana di Trevi.
Eppure è anche presente nel comunicato stampa il centro della questione:
“Originale percorso storico e artistico, Luce di pietra punta i riflettori sull’espressione artistica contemporanea italiana e francese, inondando di luce effimera diversi monumenti della Città Eterna”
Effimero. Un aggettivo bello. Poco usato. Effimero.
Ma nel comunicato è addirittura asserito: “Artisti italiani e francesi, affermati o emergenti, a confronto con i più grandi maestri del passato, riuniti per una sfida, guardare con occhi nuovi i monumenti carichi di storia, e una scommessa, rischiarare di nuova luce questi luoghi secolari”
Se questa è la nuova luce mi pare che ci sia davvero molto, ma molto buio. Forse l’arte contemporanea lavora a specchio: riproduce semplicemente l’effimero e la vacuità sociale. Una spiegazione ci deve essere.
Oppure sorge un dubbio: che sia tutto una provocazione per mettere in “cattiva luce” la fondazione dell’Europa? Se fosse così, ma così non mi pare, perlomeno si potrebbe intravedere un barlume di critica sulla quale fondare un discorso.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'