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Il cinema di Pasquale Scimeca: Rosso Malpelo, Potosì e Banca etica.

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L’ho visto alla fermata dell’autobus. I compagni attorno lo strattonavano, gli davano scappellotti, lo indicavano alla gente mostrando il suo primo piano sui manifesti del film. Lui sorrideva e un po’ si nascondeva.

L’ho visto alla fermata dell’autobus. I compagni attorno lo strattonavano, gli davano scappellotti, lo indicavano alla gente mostrando il suo primo piano sui manifesti del film. Lui sorrideva e un po’ si nascondeva. All’incontro col regista arriva già un po’ abituato, agli applausi le strette di mano le foto le domande. Siede accanto alla scenografa, con le gambe stese sulla spalliera della poltrona davanti, irriverente se la gode questa fama inaspettata uno che viene da un paesino minuscolo abbarbicato sul cocuzzolo di una provincia babba della Sicilia. Ed io lo guardo per tutto il tempo: non ha la gobba e i capelli sono tesi di gel ma è lui, non potrebbe essere che lui: Rosso Malpelo.
Il film si ispira ad una novella di Verga, racconta il regista ai bambini delle scuole medie, parla di come viveva la gente nelle miniere, i nonni sicuramente sanno queste cose, fatevele raccontare. Altri bambini di cento scuole d’Italia saranno invitati a ricordare, a vedere come venivano sfruttati e costretti a lavorare i loro coetanei. Questo prevede il progetto: aiutare col ricavato sulla vendita dei biglietti altri bambini a non lavorare più. Che siano poi le cave di rena del Verga o le solfatare dell’ennese, dove è stato girato il film, o le miniere della Bolivia nel villaggio di Atocha, non importa, anzi sì, perché proprio lì andranno i proventi, ai 1000 bambini che lavorano, perché non succeda più.
E noi teniamo gli occhi bene aperti durante la proiezione: chissà quello scorcio di campagna da dove è stato preso! Ma tanto deve somigliare al paesaggio di un altro continente, l’ha detto pure Scimeca! “Abbiamo fatto del paesaggio di queste zone un paesaggio d’Africa o d’America Latina”. Ecco però, e ci diamo di gomito coi vicini: Sperlinga!, alcuni interni nelle grotte rocciose sotto il castello dove di solito ci mettono in esposizione i telai antichi!
Racconta una lunga storia il viso antico di “Malupilu”, anche se in testa c’ha il gel. Certo che ce l’hanno detto i nonni ed anche i papà: ”Che miseria allora nelle campagne! Voscenza benedica! Gnaziu era vecchio vecchio la schiena piegata in due dalla fatica ma il giovane barone gli dava del tu e lo comandava a bacchetta, mentre quello :- ‘Scienza sì ‘scienza no su barù – e la coppola in mano….Il baronello non mangiava la mattina se non c’era tua zia che gli teneva la mano…”
Alla lezione di cinema, con gli adulti stavolta, le insegnanti fremono di didattico fervore quando Scimeca afferma che è riduttivo parlare di Verga in chiave verista, e certo, lo sanno anche loro! Gesù poi insiste, non solo per evidente omonimia, sulla componente cristologica nei suoi film, il critico Sebastiano Gesù, che sottolinea la presenza ricorrente del perdente, le storie tragiche di sconfitte, di vinti.
Ha fondato una casa di produzione indipendente, il regista: l’Arbash Film per la quale scrive e dirige i suoi film. Resta comunque legato a questa terra, con tutte le difficoltà che comporta oggi fare cinema in Sicilia.
– Il film è arte, il cinema è industria; merce e sempre meno forma d’arte. Indipendenza e libertà ti permettono di cercare dei percorsi per riuscire. Non ci sono più i produttori, i mecenati. Questo ruolo dovrebbe svolgerlo lo Stato perché i privati… il soldo è diventato un Dio. Però anche una società ricca senza l’arte è una società povera. Rosso Malpelonasce coi finanziamenti della comunità europea, la collaborazione delle persone (anche i lavoratori del film sono pagati col minimo sindacale per finanziare il progetto). Certo l’uso del digitale ha semplificato molto le cose, oggi fai con 10 quello che prima facevi con 100, al di sotto di 10 però è dilettantismo.-
Altrove ha parlato senza mezzi termini dei suoi ideali: “Le mie chiese sono due: quella cattolica e le sezioni delle camere del lavoro e del partito comunista”
Storie di ribellioni nei suoi film, di rivolte contro il potere. Come quella raccontata ne i “Briganti di Zabut”.
– Rivolta violenta che poi si risolve in una fiammata perché non c’è un progetto vero, un’ideologia. Con la fine del fascismo e l’arrivo degli americani, era nata nel popolo siciliano la speranza del cambiamento. Sambuca di Sicilia (Zabut) era uno dei pochi paesi in cui la resistenza aveva una tradizione antica di spirito libertario, socialista. I giovani pensavano di cambiare il mondo con le loro idee anarchiche, velleitariamente risorgimentali. Un aspetto del mio cinema è quello di raccontare storie marginali. Questa è una storia raccontata con la testimonianza di alcuni briganti che allora erano ancora in vita. Però non erano briganti nel senso di malfattori comuni, era gente che pensava di fare la rivoluzione. Io sono molto legato a questo film. Alla fine, Gaspare Alfano, uno di loro, racconta sul set con le sue parole quei giorni e il carcere. E’ il solo rimasto, perché un altro si è suicidato, un altro ancora, Peppe Cacioffo, è tornato ma non ci stava più con la testa. Viveva al campo sportivo in uno stanzino come custode, circondato da altri strani del paese. Loro lo adoravano. Passava il tempo a raccontare e loro lo guardavano a bocca aperta. Ogni tanto si fermava e cominciava a girare in tondo velocissimo e parlava da solo come nel cortile del carcere nell’ora d’aria, che là più cammini più ti sgranchisci. Non sopportava la cinepresa, per questo non abbiamo potuto riprenderlo.-

Ci sono vari livelli di lettura nel cinema di Scimeca, varie “incrostazioni”, dice Gesù, che ci danno la possibilità di scavare: personaggi con chiari riferimenti letterari in “Placido Rizzotto” e nei briganti. L’amore per Verga e Vittorini, per la cultura orale e i cantastorie.
-Sì, il cantastorie è un personaggio naif, nasce dall’epopea popolare, non è un intellettuale, era ad esempio il barbiere che sapeva cantare, esponente di una cultura considerata subalterna, direbbe Gramsci, ma importante per comprendere il pensiero del popolo. Il cantastorie usa le stesse metafore espressive del cinema: parte visiva= cartellone numerato. Era anche un attore. Ciccio Busacca piangeva quando recitava, sarebbe stato un Jean Marie Volontè. Si accompagnava con la chitarra. Quindi c’è l’arte visiva, la voce nella narrazione, la recitazione, la musica. Nei Briganti c’è lo stile semplice del racconto diviso a quadri come quelli del cantastorie, e la moglie del brigante che fa da voce narrante.
…E poi la letteratura siciliana. Per noi è stata una grande fortuna che i nostri sono diventati grandi nella letteratura italiana ed europea. Tengo sempre presenti queste componenti nel mio cinema.-
In Placido Rizzoto, il sindacalista ucciso dalla mafia, oltre alla tematica dei vinti c’è un chiaro riferimento alla tragedia greca.
-La tematica della tragedia è voluta, fa parte di un contenuto del film. Anche la cristologia è voluta, nasce dall’esperienza della mia vita (Scimeca ha anche filmato “La passione di Giosuè l’ebreo”). Cristo non ha solo predicato e basta. Ha accettato di assumere su di sé i dolori del mondo per dare un senso alle cose che diceva. Nessuno viene ucciso per caso, neanche nella mafia. Placido sapeva perfettamente che quello che faceva lo avrebbe portato ad essere ucciso. Nella religiosità c’è sempre un atto di eroismo.-
Una poesia di Ignazio Buttitta, musicata da Ciccio Busacca, su Turi Carnevale, sindacalista di Sciarra ucciso dalla mafia nel ’56, in un passaggio diceva: “Ancilu era e nun avia ali/ Santu nun era e miraculi facia/ In cielo acchianava senza cordi e scali/ e senza appidamenti ni scinnia/ (…) Turiddo Carnevale è numinatu. E comu Cristu muriu ammazzatu”.” Il comunismo del mondo popolare siciliano era pre-marxiano e l’elemento cristiano era predominante.” E Rosa Balistreri nel descrivere la madre di Rizzotto che va bussando alle porte nella ricerca del figlio: “…Lu venniri matinu la bella matri si misi ncamminu..”
E poi l’ultima cena alla camera del lavoro dell’eroe che immola la propria vita per i contadini.
Coevo de “I cento passi” “Placido Rizzotto” non incontra lo stesso successo, “emerge solo per palati che lo sanno apprezzare” dice Gesù.
– Nella tragedia gli eroi erano sempre dei re. Nel mio cinema c’è il ribaltamento,io parlo di contadini (sono contadini,pescatori e minatori, i tre poli…) e uomini comuni. Ma nella tragedia il pubblico era parte della storia, capiva tutto, non c’era il gap del nostro tempo. Non esiste forma d’arte senza colloquio con chi la usufruisce. Però voler piacere, andare incontro ai gusti del pubblico è un elemento deleterio. Ciò fa la differenza tra un’operazione commerciale ed un’opera d’arte. L’opera d’arte deve aprire la mente del pubblico, formarne il gusto, altrimenti se va incontro alla media è un’opera mediocre.-
Intanto tra il pubblico arriva il brigante protagonista del film, nonché zio Momo in Rosso Malpelo, l’attore Vincenzo Albanese. -Minchia Vicì tu veni e nun mi dici nenti? -, lo accoglie Scimeca. Lui si mette zitto zitto ad ascoltare.- Io sono ragioniere, dice,- attore per caso-. E a qualcuno che gli chiede la differenza tra la recitazione ne i “Carabinieri” ad esempio e quella dei film di Scimeca, fa capire che in fondo qualche soldino in più se gli proponessero una fiction…
– Ne “Briganti”, ed altrove, si pone il problema di come ricostruire la civiltà contadina che stava scomparendo (Scimeca nei suoi studi ad indirizzo storico ha svolto una tesi sulle lotte contadine in Sicilia). Ricostruire un mondo è diverso da rappresentare. Il neorealismo rappresentava la realtà mentre scorreva. Nel nostro caso si trattava di cogliere senza modificare, e c’è sempre un elemento di falsità. E’ stata una scommessa fatta attraverso l’antropologia delle facce, e nel paesaggio attraverso i tagli che isolavano, isolavano il mondo del feudo: le case basse e le strade e la vita che si svolgeva tra casa e strada. Abbiamo avuto una fortuna, tra virgolette: trovare Santa Margherita Belice, paese colpito dal terremoto. Recuperare l’esistente e dargli una nuova vita. Per questo alla fine nel film viene svelato il set; come atto di onestà intellettuale. Svelato il set si continua con la vita vera.-
E nel finale de “Briganti di Zabut” Gaspare Alfano, quello vero, il primo piano inchiodato dalla cinepresa sul telone dietro di lui, continua a raccontare il ritorno dal carcere le difficoltà le soverchierie. “Io ci dissi, guarda che non mi scanto a riprendere il mitra, a tornare in galera! “, ad uno che minacciava di prendergli il frutto del suo lavoro in forma di indennizzo. Poi si calma finisce il racconto, non sa più che dire, sorride alla cinepresa, vuole uscire dalla finzione. “Pasquà, cchi t’aia cuntari, tutto ti dissi!” e poi abbassa lo sguardo, sta in silenzio, scuote la testa , la camera ancora inclemente su di lui , “Pasquà questa e la vita!” ,non guarda più avanti, si guarda dentro. Finalmente l’inquadratura si allarga, arriva liberatorio: …STOOP!

Perché in Rosso Malpelo la scelta del dialetto stretto, che non è quello scandito e stilizzato a cui ci ha abituato la tv, né quello facile ,“spiegato” di Camilleri?
-Per tre motivi. Il primo è che abbiamo fatto il processo inverso rispetto a quello di Verga che era di costruire una lingua a partire dal dialetto. Noi abbiamo fatto il contrario. Il secondo motivo è che l’incomprensibilità del dialetto ti avvicina ai ragazzi di strada, lo slang dei ragazzi di strada che anche ai brasiliani ad esempio è incomprensibile. Il terzo motivo è che i dialetti stanno scomparendo. Nel film non c’è un solo dialetto, c’è anche l’agrigentino, il siracusano… quindi ci è piaciuto dare una piccola testimonianza, così magari tra cinquant’anni quando scompariranno e si studieranno…-
Ne “Briganti di Zabut” c’è una dedica che a me è piaciuta molto, al poeta Giuseppe Battaglia, parla di vinti, di poeti che non hanno più patria nel mondo…
– Era mio cugino…però vabè…era un poeta morto giovane…-

E poi ancora un’altra proiezione, stavolta per i ragazzi del liceo.
-…Film ambientato ai nostri giorni, non nell’800. Prima dell’idea di Rosso Malpelo, stavamo lavorando ad un film sui ragazzi di strada che vivono nelle favelas di Rio de Janeiro, poi però…Pensate che oggi più di un milione di bambini per guadagnarsi un tozzo di pane scende sotto terra come i nostri carusi. Volevamo denunciare questo, ma siccome non basta la denuncia, e se chiedete ai vostri nonni loro sanno cosa significa entrare sotto terra, abbiamo pensato a questo progetto. Potosì in Bolivia è una zona mineraria tra le più antiche del mondo. Tutto, ma proprio tutto il guadagno, togliendo solo i soldi della SIAE, è per il progetto. I fondi saranno gestiti dalla Banca etica, obiettivo: raccogliere in tre anni 500 mila euro per garantire ai bambini un pasto completo al giorno, la scuola e il gioco e la salute attraverso un centro medico; pensate che 114 su 1000 bambini muoiono prima dei 5 anni, che il 97% soffre di diarrea cronica, e poi il problema dei denti che marciscono, le meningiti.
Per il dopo abbiamo anche pensato ad un microcredito per le donne, per aiutarle a sviluppare delle piccole attività economiche. Se non avessimo fatto Rosso Malpelo non avremmo pensato al progetto, se avessimo fatto “Notte prima degli esami” ad esempio. Vi hanno un po’ diseducato con questi filmetti, storie d’amore fidanzatine…sembra che il mondo ruoti solo intorno a questo. Non c’è solo questo, e c’è anche un altro tipo di arte che ha bisogno di avvicinarsi a voi. Vi sentirete un po’ spiazzati, perché non siete abituati, lo spirito però ha bisogno di nutrirsi. Nel film ci sono diversi livelli, c’è una ricerca pittorica, letteraria e… c’è un sito su cui dire quello che pensate. E questo c’interessa più dei critici-.
www.rossomalpelofilm.it

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