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Fiorella Mannoia e Onda tropicale

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Un lavoro che mi ricorda Wim Wenders e il suo favoloso “Buena vista social club” dove storia e musica danzano al ritmo cadenzato dell’alternarsi tra giorno e notte.

Un lavoro che mi ricorda Wim Wenders e il suo favoloso “Buena vista social club” dove storia e musica danzano al ritmo cadenzato dell’alternarsi tra giorno e notte.
Voci che s’invadono, samba, bossanova confuse con le corde più dolci di un’italianissima, quelle di una Fiorella Mannoia inedita, che sinuosa balla insieme al Carnevale d’oltreoceano.
Nascimento, Moraes, Veloso, Buarque, Gil, Djavan: colossi e alfieri della storia musicale del paese che è stato un pozzo di entusiasmo dal quale la nostra “rossa” ha attinto a piene mani, fino a non sapere più dove far confluire quel fiume di note.
Un tour dietro al quale si cela uno studio, un progetto, una scoperta, ma soprattutto un viaggio, un lungo viaggio alla ricerca di suoni, profumi, cibi, colori, lingue, strumenti e leggende che aleggiano fino a noi, fino al palco dell’Auditorium in Via della Conciliazione nelle date previste dall’impegnativo tour.
Siamo inclusi anche noi in questo viaggio, noi spettatori, noi uditori, noi del resto critici, come ci ricorda in “Canzoni & momenti”, formula che esamina il rapporto tra palco e platea, contemplando un istante in cui i due mondi entrano in contatto, in sintonia, si includono l’uno nell’altro e prendono vita, forma, l’uno dall’altro. Si ripercorrono le origini di un popolo cantandone e riadattandone le melodiche nènie di conforto, espressioni di libertà, di entusiasmo, di gratitudine, che segnarono la fine della schiavitù: ”Il tredici di Maggio, a Santo Amaro, in piazza del mercato, i neri celebravano, come da sempre fanno, l’addio alla schiavitù, alla schiavitù,alla schiavitù…”, che decantano la geografia montuosa dei due fratelli (i promontori di Rio De Janeiro chiamati così per la loro somiglianza), rievocando il tempo della dittatura insieme a Gilberto Gil, con l’intimo saluto alla terra natale la notte prima di essere esiliato in Inghilterra: ”Un grande abbraccio al mio cammino in questo mondo che io stesso traccio perché Bahia mi ha regalato squadra e compasso…”, pizzicando le corde dell’arpa dell’amore definendolo insieme a Djavan ”un grande laccio, un passo verso l’insidia, un lupo in corsa nel branco…” e si balla, si improvvisa, ci si veste di Brasile, e lo si conosce tramite questo mezzo onirico, capace di avvicinare chi sa ascoltare:la musica.
Ci si veste di passato sbeffeggiando la morte, la paura, il buio e tutti i diavoli che questo reca in sé ricordando uno dei virtuosismi di Ornella Vanoni: ”Senza paura” (preda anche lei del fascino Brasiliano); si cantano i prodigi di un generoso amico che ha perpetuamente sottoposto i propri brani al gentile coraggio della Mannoia, Fossati, che è presente attraverso le versioni in rosa de “I treni a vapore”, ”Che sarà, che sarà”, ”C’è tempo”, ”Panama”, continuando a rallegrarsi con “Messico&Nuvole” del collega Iannacci, finendo col ricordarci un paio di personali successi quali “Quello che le donne non dicono” e “Il cielo d’Irlanda”.
Storia e note,spirito e corpo, miseria e nobiltà: ci sembra di afferrarne l’armonico contrasto, virtù svelataci da questo viaggio compiuto da una cantautrice che ha vestito i panni di attenta reporter.
La speranza attuale è quella di non vedere questa gioiosa fatica esaurirsi con un disco, ma che in cantiere, per noi, qualcuno stia già lavorando ad un ulteriore progetto.
Ma a noi la pazienza non manca e come direbbe Cervantes, possiamo fiduciosamente concludere: ”SENORA, DONDE HAY MUSICA, NO PUEDE HABER COSA MALA”.

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