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Erri De Luca: “Non abbiamo identità. Abbiamo un’identità economica, cioè nessuna”

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Erri De Luca parla come se le parole fossero perle. Siamo seduti intorno ad un tavolo, sul palco dove tra un po’ inizierà il suo spettacolo teatrale. Erri, con le...

Erri De Luca parla come se le parole fossero perle. Siamo seduti intorno ad un tavolo, sul palco dove tra un po’ inizierà il suo spettacolo teatrale. Erri, con le dita, picchietta sul legno, mentre provano le luci, che gli arrivano sul volto a ritmo regolare. Lo scrittore, di origine napoletana, è stato magazziniere, camionista, operaio, giornalista, è un appassionato di alpinismo e la sua figura esile è testimone della sua agilità tra le montagne. Guarda lontano o altrove e confessa che la scrittura è la sua compagna; parla di sé, ma sembra parlare d’altri.

Lo spettacolo si chiama Chisciotte e gli invincibili. Chi sono gli invincibili?
Gli invincibili, contrariamente a quello che vuole l’aggettivo, non sono quelli che vincono sempre, che è una cosa difficile, una posizione difficile da mantenere a lungo. Poi, spesso, quelli che sono costretti a vincere, quando cominciano a perdere si sgretolano, si sbriciolano, sono fatti di poca consistenza; mentre gli invincibili sono per noi quelli che, continuamente sconfitti, sempre si rimettono in piedi e sono pronti a battersi di nuovo. Sono invincibili perché non riesci mai a vincerli una volta per tutte, sempre te li ritrovi in piedi a battersi, perché non hanno scelta. Insomma, gli invincibili sono quelli che non hanno nessun altra alternativa che battersi.

Chi è per loro Chisciotte?
Chisciotte è la figura più nobile di questa categoria di invincibili, è quello che, in un età ormai sgangherata, sulla cinquantina, si avvia da solo a riparare i torti che crede di vedere nelle strade del mondo e lo fa sempre con un coraggio assoluto, che è quello di non calcolare mai le proprie forze nei confronti delle forze dell’avversario. Lui non fa mai questo calcolo, è sempre il più debole, è sempre in inferiorità numerica, e comunque non rinuncia mai a lanciarsi nella battaglia che crede giusto dover fare. Dunque Chisciotte è il vertice, diciamo, è la cima di questa categoria di invincibili e, al di sotto di lui, si possono trovare delle figure concrete di invincibili.

Lo spettacolo è realizzato da lei, Gian Maria Testa e Gabriele Mirabassi. Com’è nato questo incontro?
È nato a Mantova diversi anni fa, al Festival delle letterature. Sia Gian Maria Testa che Marco Paolini usavano, nelle loro serate, delle pagine mie e allora, una volta che si misero insieme, chiesero a me di partecipare a questa loro serata. Così abbiamo cominciato una serie di serate che andava sotto il titolo di Attraverso, appunto con Marco Paolini, Gian Maria Testa, Gabriele Mirabassi e Mario Brunello, il violoncellista. Abbiamo cominciato così questa avventura, per me teatrale, e poi dopo ci siamo specializzati in chisciotteria.

Don Chisciotte della Mancia è anche uno dei suoi libri preferiti, perché?
Appunto perché contiene il più perfetto eroe delle letterature. Il più grande, il più eroico e anche il più ridicolo, dunque, è doppiamente grande.

L’incapacità di distinguere la realtà dalla fantasia può essere considerata una virtù?
Nel caso di Chisciotte è una virtù perché, anche senza distinguere la realtà dalla finzione, non si comporta mai da spettatore, quindi si butta sempre a capofitto e, anche se si tratta di uno spettacolo di marionette, lui interviene lo stesso. Mentre dal nostro punto di vista, insomma noi altri soffriamo dello stesso disturbo, non riconosciamo la differenza tra realtà e finzione, è per quello che rimaniamo sempre spettatori di fronte realtà, perché la consideriamo una rappresentazione alla quale siamo stati chiamati ad assistere. Dunque per noi il disturbo è lo stesso, ma l’effetto è opposto, è inerzia la nostra.

La sua scrittura può essere considerata realistica?
La mia scrittura è realistica nel senso che adopera la sintassi italiana e non invento una lingua, non faccio una scrittura sperimentale, scrivo nell’italiano più grammaticalmente coretto possibile, dunque non è una scrittura di avanguardia, vuole raccontare delle storie, delle storie vere che partono dalla vita svolta, con poco margine di invenzione.

Alcuni dei suoi racconti parlano dell’emigrazione, anche lei si è sentito in una condizione di emigrante, avendo lasciato la sua città quando era molto giovane?
Si, ho partecipato dell’ultima, proprio dell’ultima leva di emigranti italiani, che era quella che andava non più nelle americhe o all’estero, ma semplicemente migrava all’interno, andava da sud a nord, a riempire le fabbriche del nord. Ho partecipato di questa ultima leva di emigranti, ma lo scrivo non perché sia tanto una mia esperienza diretta, sì, lo è anche, ma perché credo che le migrazioni siano il più grande fenomeno sociale-storico-politico di questi secoli, del 1900 e di quello successivo. Sono epoche di grandiosi spostamenti di masse umane e, dunque, noi siamo contemporanei di questa epica, di questa epopea gigantesca e ci tocca parlarne, insomma raccontarla.

Napoli è molto presente nei suoi racconti, com’è stato il rapporto con la sua città, dopo averla lasciata?
Il rapporto con Napoli, dopo averla lasciata, è stato di perdita della cittadinanza. Però, siccome sono abbastanza visionario, tutte le volte che ambiento una storia che ricordo, la riproduco e la riambiento con una buona precisione, dunque per me Napoli è quello che io riesco a mettere insieme quando scrivo una storia, non è più un luogo. Ci vengo, ma non è che ci torno, non ci riesco più a tornare, perché quel posto da cui sono partito non c’è più. La geografia più o meno è la stessa, ma la città è come se me l‘avessero sostituita, fosse stata sostituita da un’altra, dunque non c’è più. Credo che sia un bene che non ci sia più quella da cui me ne sono andato.

Era peggiore?
Evidentemente, era peggiore. Aveva la più alta mortalità infantile d’Europa, i bambini morivano a ciuffi, c’era la fame e si sentiva dalla puzza. Solo a Napoli si dice puzzare di fame, perché la fame puzza. Poi c’era la disoccupazione, c’era la emigrazione e poi c’era la sesta flotta degli Stati Uniti, che rendeva Napoli il più grande bordello per marinai americani del mediterraneo, dunque dire che era peggiore, è dire poco.

Anche adesso la situazione di Napoli non è delle migliori…
Adesso è un’altra, ma proprio, completamente, un’altra, compreso il fatto che non fumano più le ciminiere delle acciaierie su uno dei golfi più belli della terra. Un altro posto, è stato sostituito con altri problemi, problemi moderni da città del nord, da città europea, mentre prima era un concentrato di sud e di regalità.

Ne parla con rabbia?
Ne parlo con rabbia? No, e di che mi devo arrabbiare? Me ne sono chiamato fuori.

Lei ha vissuto durante un periodo di grande fermento politico e culturale ed è stato anche impegnato politicamente negli anni della grande contestazione. Da osservatore della realtà, cosa pensa del rapporto che oggi hanno i giovani con la politica?
Era un fermento politico, poi la cultura veniva di conseguenza, era un effetto secondario di un fermento politico. Sempre la cultura è un effetto secondario di fenomeni storici, non li innesca mai, ne è innescata. Intanto la politica, usiamo la stessa parola ma non c’entra niente, è come Napoli di prima e la Napoli di adesso, usiamo lo stesso nome geografico, ma si tratta di due luoghi completamente diversi. Dunque politica oggi è una parola losca, screditata, sporca, trafficata da affaristi e credo che la gioventù ne sia sanamente disgustata. Al tempo nostro, la politica era una parola nobilissima ed era praticata in maniera antagonista rispetto ai poteri costituiti, tutti quanti. Dunque aveva un valore di cambiamento e di trasformazione dal basso che scardinava e faceva scricchiolare tutte le poltrone, dunque era una leva di scardinamento del mondo. Oggi è una miserabile carriera affaristica, non è colpa di nessuno è andata così.

Un’evoluzione necessaria?
Non credo necessaria, dipende dal fatto che allora l’Italia era strategicamente collocata nel mondo si trovava sul confine con il blocco sovietico, conteneva il più grande partito comunista di occidente, la più grande sinistra rivoluzionaria di occidente, dunque era un nervo scoperto, era strategicamente necessaria. Oggi l’Italia è un espressione economica dell’occidente, non ha nessun significato politico, ce lo dobbiamo inventare andando a fare i soldatini di complemento alle imprese militari della Nato. Allora così ci immaginiamo di avere un ruolo nel mondo.

È come se ci mancasse un’identità?
No. Non abbiamo identità. Abbiamo un’identità economica, cioè nessuna.

Lei ha avuto molte gratificazioni, ma le è anche capitato di rifiutare un premio letterario.
No, io non accetto i premi letterari. No, non li desidero. Penso che, siccome ci sono delle persone che li desiderano, io non voglio concorrere a delle cose che non mi riguardano, che non desidero. Non desidero neanche partecipare di questa società letteraria che si premia da sola, che partecipa delle giurie, si premia, scrive e si premia, scrive e si premia, in una bella girandola di favori e restituzioni. No, non mi piacciono i premi letterari, dunque non ho nessun bisogno di rifiutarli. È capitato un incidente, che per sbaglio un editore ha spedito un libro a un concorso letterario, per sbaglio, poi quando lo ha ritirato era troppo tardi, era già stato annunciato.

Com’è nata la sua passione per la scrittura?
Dalla solitudine, mi sono tenuto compagnia con la scrittura. Un disturbo del comportamento in età precoce, una clausura e un rattrappimento della personalità in una città molto aggressiva e fisica come questa. La scrittura, la lettura mi permetteva di starmene per i fatti miei, di disertare il luogo, l’ho usata come materiale isolante.

Chi ha amato leggere?
Preferisco non denunciare, però poeti più che letterati.

Lei è un grande appassionato di montagna e nei suoi testi si sente molto anche il mare.
Il richiamo del mare perché ci ho vissuto da bambino, con le zampe nell’acqua per tre mesi all’anno. Che fortuna che si aveva allora, si veniva presi e spediti su un’isoletta a sciacquettare, a sgambettare per tre mesi filati. Si, quella era l’esperienza naturale della mia infanzia, perciò quando ci ritorno a scriverne, c’entra il mare. La montagna è una passione adulta, verso i trent’anni, un pò avviata e, per tempo, da mio padre, che è stato alpino durante la guerra seconda mondiale. Dunque ha riportato indietro racconti, storie, canti, canzoni e anche una passione per le montagne.

C’è qualche suo libro a cui è particolarmente affezionato?
Nessuno. Poi non li rileggo, mi fa piacere, nel momento che sto scrivendo, il racconto che ho sottomano, ma quando non ce l’ho non… adesso non sto scrivendo niente.

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