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È antica tradizione

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“È antica tradizione che la mattina del 16 marzo venga aperta al culto la cappella del Palazzo dove nel 1583 S. Filippo Neri resuscitò il giovane Paolo”. Si legge...

“È antica tradizione che la mattina del 16 marzo venga aperta al culto la cappella del Palazzo dove nel 1583 S. Filippo Neri resuscitò il giovane Paolo”. Si legge sul foglio appeso al cancello di Palazzo Massimo alle Colonne opera di Baldassarre Peruzzi e dimora di una delle più antiche famiglie della nobiltà romana. Il resto dell’anno il palazzo è rigorosamente chiuso al pubblico e agli studiosi.

È la mattina del 16 marzo e a Roma splende alto il sole. Su Corso Vittorio, a pochi metri da P.zza Navona, nel frastuono del traffico, tra grida e spintoni di turisti e scioperati, di Palazzo Massimo alle Colonne e della vita segreta che dentro vi ferve uno non si accorgerebbe nemmeno. Né della facciata insolita, unica nel suo genere, tutta tonda. Ma oggi una piccola folla bizzarra, per volti, abiti e gesti, si assiepa davanti al cancello d’ingresso piantonato dal custode: una figuretta in divisa azzurra, il volto olivastro, lo sguardo stratificato di furbizia e sapienza che acquistano i subordinati a Roma quando operano a stretto contatto di gomito con il potere.
Mi hanno strascinato nella fila due amici, storici dell’arte, stranieri. Uno di loro è già stato all’interno del palazzo nella fatidica data del 16 marzo di qualche anno fa. E in fila ci racconta delle messe che vengono recitate ininterrottamente nel corso della mattinata, della nobiltà romana convenuta nella Cappella dove il santo ha compiuto il miracolo, del Principe Massimo che presiede. In realtà del palazzo si vede ben poco, solo il cortile e il percorso di scale che conducono alla Cappella. Ma ci assicura, con un sorriso sornione, che, quel poco, vale davvero la pena.
Arrivato il nostro turno l’azzurro guardiano ci ferma. “Bisogna aspettare che esca qualcuno” grida quasi debba tenere a bada una folla facinorosa “c’è troppa gente nella Cappella”.
“La messa viene celebrata in ricordo del miracolo.” “San Filippo Neri aveva resuscitato un giovane rampollo della famiglia”. Sento le voci alle mie spalle. “Sì ma per poco, solo il tempo di dargli l’Estrema Unzione.” “Una resurrezione di cinque minuti?” Chiede qualcuno. “È che a Roma nun poi manco morì senza er permesso d’un prete…”. Una signora mi afferra per un braccio, mi fa segno di avvicinare l’orecchio e mi confida veloce. “A noi” e sorride al marito lì accanto “hanno detto che il ragazzo non voleva essere resuscitato, e ha chiesto al Santo di tenerlo in vita ben poco, giusto lo stretto necessario…” “… a cosa?” La signora si porta una mano alla bocca e ride, si stringe nelle spalle “non lo so… perchè fosse un miracolo, la sua mamma era morta e lui voleva tornare da lei… Ce l’ha detto quel signore, noi lo conosciamo” e indica un uomo grosso vestito con un costume antico e liso, dai bordi non più puliti, con lo stemma di famiglia in rilievo sulla grande fascia che gli attraversa l’ampio petto. Si staglia nell’ombra del portone contro lo sfondo del cortile, un po’ annoiato.
Intanto silenziosa, strisciante è in corso un’altra questua. Mentre aspettiamo davanti al cancello, una processione di signore tremolanti si inerpica sul lato opposto delle scale e sussurra il proprio nome, un mormorio lungo e sommesso, nell’orecchio del custode che, mentre tiene a bada la folla, le scruta un istante: a qualcuna riserva un sorriso veloce e la fortunata viene fatta entrare, ad altre invece, senza guardarle negli occhi, dice di no, che non si può, che bisogna aspettare, che meglio tornare in altro giorno o altra ora. Talvolta le anziane signore sono in compagnia del coniuge e allora è tutta una profusione di sussurri, di sguardi, di artigli poggiati sulla manica del guardiano, di bastoni che a tastoni lo percuotono. Ognuno rivendica un proprio privilegio di accesso, una dispensa speciale e il guardiano annaspa tra i quei corpi che lo stringono, le facce incipriate, i fiati nefasti, un rotolio di sillabe che assume un tono crudele, un sottotono di sfida minacciosa nel caso il poveretto non riconosca gli altolocati nomi. Devono essere gli invitati del Principe e non vogliono essere confusi con il volgo sudicio, avido di guardare, di vedere come è fatto il palazzo dei nobili. Loro nei palazzi ci vivono: non hanno bisogno di curiosare, sono venuti per le celebrazioni. Perché il Principe poi non dica che loro non c’erano e non si lamenti tutto il clero raccolto lassù. D’un tratto, mentre i miei amici stranieri dicono che è una vergogna e si distraggono a guardare il vestibolo, qualcuno mi scambia per l’assistente del guardiano, o chissà cosa, e sento mani che si appoggiano al mio avambraccio, prese che vogliono essere umili e sono di acciaio, e cognomi fantastici mi vengono sussurrati nell’orecchio, una litania fiabesca, e io bisbiglio di rimando che no che “sua signoria proprio non può, che con questa bella giornata è meglio che se ne stia fuori a prendere un po’ di sole a giovamento del colorito” finché il guardiano mi urla di smetterla. E tutti allora gridano al guardiano che non è giusto, che così il volgo non entrerà mai. E il guardiano si agita, ma con cautela, nello strettissimo spazio, se urta uno dei nobili e quello cade e va in mille pezzi sarebbe un bel guaio. Il volgo chiede udienza, è troppo lunga l’attesa, si parlava di un ricambio ogni dieci minuti, ed invece è già mezz’ora che aspettano perché chi è salito non esce più. E lui non può lasciare la sua postazione per intimare a chi è dentro di uscire. Ogni tanto arriva gente di famiglia, gente che qui ci abita, bambini vestiti di blu che saltellano e si infilano allegri tra la folla, blu rigoroso nei vestiti di velluto delle ragazze bionde, e calze chiare come l’incarnato soave.
Con i miei amici giochiamo a indovinare chi avrà via libera e a chi verrà precluso il passaggio. Ed è gioco facile: qualche signora ci prova ad imitare il tailleur dal colore impossibile, la cipria, i gesti lenti, ingessati. Ma le manca il bagliore cupo nello sguardo, un che di stantio e protervo nel volto. Una protervia che non si apprende, si succhia nel latte. Ridiamo ma il malessere prende alla gola lentamente.
Alla fine il guardiano cede, lascia passare la plebaglia senza che dall’interno sia uscito nessuno. Ci guarda preoccupato. “Fate attenzione” ci grida dietro ” il pavimento della loggia è di legno, non può sostenere troppo peso.”

Ed eccoci entrati. Una voce maligna alle nostre spalle commenta che i Massimo non se la devono passare molto bene, sono tantissimi e vivono tutti là dentro. Ma il Palazzo è grande, molto grande. E ora basta, silenzio, il rumore del traffico di Corso Vittorio si è spento, non c’è più tempo qui. O è un tempo lontano da questo. Un Rinascimento raffinato, e sereno negli anni che precedono il Sacco di Roma. Sento solo le voci dei miei amici, i loro commenti affascinati sul cortile: il lavoro squisito di Baldassarre Peruzzi che ha copiato i dettagli delle antiche rovine arricchendoli con la sua geniale inventiva. Parlano dell’architrave contratta, delle finestre a bocca di corvo che lasciano penetrare la luce nelle stanze oltre il portico. Io ascolto e assaporo il silenzio delle antiche pietre, della loggia aperta che ci sovrasta. Saliamo le scale: una stanchezza emana dalle mura scrostate, dai busti nelle nicchie. Nella loggia aperta, con le pareti dipinte, c’è un’aria di vita fuggita via, e saliamo ancora verso la seconda loggia, verso la cappella, e sulle pareti scure sono incastonati frammenti di antichi altari, e di sarcofagi romani. In un frammento c’è un volto senza fattezze, mi colpisce quel volto e gli amici mi spiegano che risale al IV secolo DC : era costume lasciare un volto senza tratti quando ancora non si sapeva chi avrebbe comprato il sarcofago per l’ultimo riposo, il volto ci fissa e ci inquieta. Ora sottratto alla sua sede, portato a decoro delle scale, nessuno potrà dargli un’identità. È lì a ricordare ogni morte, memento mori, una maschera pronta ad assumere le fattezze di chiunque si trovi a passare di qui.

Arriviamo al secondo piano. Nella loggia chiusa entra poca luce e il soffitto è molto basso. C’è gente in attesa seduta sulle panche laterali, accanto ad antichi reperti, a mobili in legno pesante con fregi e decori, lampade in vetro e oro, statue in bronzo. Si sente un’oppressione di attesa. In piedi tra la profusione di oggetti e persone sentiamo il pavimento muoversi, assi di legno che ondeggiano sotto lo strato di mattonelle cerate. Era a questo che si riferiva il custode, i miei amici mi dicono di tenermi addossata al muro in caso il pavimento dovesse cedere. Un uomo in divisa blocca il passaggio all’estremità opposta della loggia, oltre le sue spalle ci sono due stanze visitabili e, oltre queste, la Cappella. Ma la Cappella è piena, l’aria, dicono, è irrespirabile. Bisogna aspettare e la gente aspetta con il fare seccato di chi, invitato a cena, attende ormai da troppo tempo l’arrivo del padrone di casa. Sguardi affamati si protendono nella penombra, vogliono tutti essere ammessi alla presenza del Principe, del Vescovo, della Nobiltà Romana scomparsa nella Cappella. Insopportabile ormai, inammissibile, l’idea stessa di una stanza chiusa, di un accesso precluso. Il vero miracolo è questo: un giorno all’anno i saloni dei nobili si riempiono di gente che chiede di vederli, un ricordo dei bei tempi quando folle di bisognosi bussavano fiduciosi alle loro munifiche porte.
D’un tratto la folla avanza ed eccoci anche noi catapultati nelle due sale che precedono la Cappella. Le finestre sono minuscoli tagli nel muro e le pareti scure sono tappezzate di grandi quadri. Ci sono lampade accese negli angoli, e divani e poltrone addossati ai muri. E, in fondo, la porta chiusa della Cappella del Miracolo e, a guardia, una figura incantevole. Devo avvicinarmi per essere sicura che non sia un dipinto alla parete, ma una persona in carne ed ossa: una donna antica, fresca di parrucchiere con un minuscolo cappellino azzurro che troneggia sui riccioli biondi. Piantona la soglia con le gambe divaricate e le braccia conserte. Indossa una giaccone rosso mirtillo con inserti d’argento: una grande scritta sulla schiena che recita “City Angels Solidarietà e Sicurezza”. Mi aspetto che da un momento all’altro estragga una mitraglietta argentata e lanci luci molticolori sulla folla che le si avvicina per entrare. Ma invece non fa nulla: basta il suo sguardo a farli arretrare. Una signora rimandata indietro si decide a dare un’occhiata attorno, e commenta all’amica: “questi quadri sono bruttissimi” e l’amica risponde da esperta “in questi palazzi non ci vieni mica a vedere i quadri, lo sanno tutti che i migliori li hanno venduti da tempo e a casa ci tengono solo le croste.” E l’amica si chiude in un silenzio imbronciato e offeso.
Ecco riapparire il guardiano, la divisa azzurra, lo sguardo affranto; devono averlo spedito su a contenere gli impulsi della folla che si aggira delusa, attraversata, a tratti, da un rivolo di nobili che guardano dritto davanti a loro con un sorrisetto indecifrabile sulle labbra affilate. Scurissimi gli abiti ed i volti esangui sfilano tra il rosso delle pareti e la luce artificiale delle lampade. Il volgo li guarda sparire nella Cappella con un misto di deferenza e di livore. Poi per ripicca, come bambini viziati, i questuanti toccano tutto e il custode si dispera. “No, quello no” eccheggia a tratti il suo grido, ma la sua voce ha perso la convinzione di prima. Lo hanno lasciato da solo. C’è un altro City Angel, un ragazzo, mi accorgo ora, emerso dal rosso del muro, alto alto, ma è di poco aiuto: agitarsi troppo non può con quel minuscolo cappellino azzurro in equilibrio precario sulla testa. Due signore con l’accento francese, respinte alla porta, si siedono sul grande divano stile impero tappezzato di seta beige e rossa, così sembra da qui. Il custode le implora “sul divano no…” ma loro elegantissime neanche lo guardano, “signore per cortesia…” “ci mancherebbe altro” mormora una delle due blandendolo con le sue r francesi “aspettare in piedi…” E altre voci commentano “Giusto, giusto” e tutti si accomodano dove possono. Il custode si torce le mani e corre via, si infila nella Cappella, e dopo poco ne esce una signora cordialissima, che fa grandi sorrisi a tutti, le scarpe dorate, la voce di zucchero. “Signori, signori” dice aggirandosi per i saloni “grazie per essere venuti, siete graditi ospiti” “Ma signora, si rende conto come ci trattate?” chiede qualcuno. “Appena esce il Cardinale voi entrate, ci saranno altre messe” “Ma noi vogliamo entrare adesso” piagnucola qualcuno. (Come a dire “e dopo che gusto c’è?”) anche perché dall’altra parte del cortile, dalle piccole finestre aperte, si intravedono gli ospiti ufficiali che fumano sporti di fuori e bevono e si godono un rinfresco, un piccolo momento di ristoro, una pausa nell’oneroso impegno della santa messa.
La signora congiunge le mani, si morde le labbra, ma sorride ancora disperatamente, abbassa la voce come a confidare un segreto: “È che… è venuto un vescovo… nessuno lo aveva voluto sperare, ma insomma la predica è andata un po’ per lunghe…” e con uno sguardo allusivo rivolto a tutti i presenti lascia intendere che noi qui fuori siamo i fortunati liberi di andarcene a zonzo. Mentre i poverini là dentro soffrono da quasi due ore, per questo si è dovuto provvedere a ristorarli un pò.
Qualcuno sorride, compatisce la signora, e i poveri nobili vincolati dalle loro cavalleresche regole, dalla loro immodificabile ingessata etichetta.
I miei amici da tempo se ne sarebbero andati. Rivoli di neri preti defluiscono ora dalla cappella. E si alza un grido, la City Angel balza in avanti. “Esce il cardinale” dice una voce dura “via, via tutti. Fate largo”
C’è qualcosa di così perentorio nella voce che d’improvviso nelle sale si crea un grande corridoio vuoto. E il cardinale Kerry, qualcuno pronuncia il suo nome alle mie spalle, esce gioviale, contento, un’ondata di energia in tanto imbalsamato rigore. Ride, felice forse dello scherzo che ha giocato ai suoi nobili, lui sarebbe pronto a predicare ancora a lungo, lo vedi dal portamento, ma i delicati orecchi non possono ascoltare altro.
“Hello everybody” dice il vescovo gioviale sollevando un braccio.
“Hello, hello” si alza un brusio stupito dal volgo. Le mura fremono inquiete poco aduse a tanta energia.

Varcata la soglia una breve rampa di scale porta alla Cappella, l’aria è pesantissima, gravida di fiati. Ritrovato il respiro ciò che più colpisce è la luce artificiale: sulla sommità brillano vetri rosso lampone, simili al giaccone della City Angel, e le pareti sono di broccato rosso ricoperte, tappezzate di reliquie, contenute in certi lumini che si protendono da braccia in ottone. I visitatori sostano delusi, guardano le poltrone vuote, gli inginocchiatoi disertati dalle nobili ginocchia. I nobili signori si sono dileguati, inghiottiti dai velluti di una porta segreta devono aver raggiunto il rinfresco e a quello si accede solo per invito. La Cappella non interessa più nessuno, tanto meno la messa che sta per iniziare. Un sacerdote davanti all’altare racconta la storia del miracolo, ma nessuno lo ascolta, qualcuno lo guarda in cagnesco, come a dire “ma che miracolo sarebbe?” Altri, dopo tanta attesa, non vogliono ammettere la disfatta e fingono di ammirare le reliquie, di godersi l’insieme.
Mentre scendiamo le scale chiediamo all’amico che era già stato qui perchè abbia voluto tornarci e lui ci dice che l’altra volta, per una straordinaria circostanza, si era ritrovato a passare lì davanti vestito bene, di tutto punto. (E questa è cosa davvero straordinaria, diciamo noi) e il custode vedendolo forestiero ed elegante lo ha letteralmente spinto dentro. E insomma lui zitto, zitto è andato avanti e ha seguito la Santa Messa accanto al Principe. “Ero proprio in prima fila vicino a lui e tutti mi guardavano e riverivano. Se mi chiedevano qualcosa io parlavo in inglese e loro annuivano e si allontanavano. Sono andato anche al rinfresco, sono stati tutti molto gentili, faceva caldo come oggi e il vino era ghiacciato al punto giusto. Poi, quando non mi tenevano più le gambe, me ne sono andato”
“E come ti presentavi?”
“Lord Vader, mi presentavo”
“E il Principe come è?” chiediamo curiosi
“Brava persona. Un po’ rigidino, però. C’è un modo per definirlo in inglese.”
“E cioè?”
“E cioè…e cioè…”
E qui la porta, gentile lettore, si chiude.

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