Condividi su facebook
Condividi su twitter

Cose in aria: di pupazzi, di un libraio e di un pittore

di

Data

Prima di arrivare a Piazza Santa Maria in Trastevere c’è un’altra piazza. E’ piena di macchine. C’è una pizzeria. C’è un gelataio. Questo succede a terra.

Prima di arrivare a Piazza Santa Maria in Trastevere c’è un’altra piazza. È piena di macchine. C’è una pizzeria. C’è un gelataio. Questo succede a terra. Ma se si alzano gli occhi, proprio sopra la pizzeria, da due finestre stanno appesi tanti giocattoli e pupazzi. Strabordano letteralmente. Piccoli e grandi personaggi appesi come in bilico. Sembrano suicidi sospesi se si guarda con ansia. Se si guarda con occhi che ricordano, sembrano pupazzi stesi ad asciugare. A me capitava da piccola. A intervalli regolari dalle due case che abitavo, quella dei miei genitori e quella dei miei nonni, c’era il giorno delle pulizie dei giocattoli. Un giorno terribile. Venivano presi tutti quanti indistintamente e ficcati in lavatrice (a casa mia, avendo una mamma giovane e pratica) o nella vasca da bagno (a casa dei miei nonni, avendo una nonna che lavava tutto a mano, con lo stricaturo). La polvere non era consentita, soprattutto sui giocattoli. La bambina è allergica. Poi, una volta lavati, una volta che lo scarico della lavatrice buttava fuori acqua grigia, la stessa che riempiva la vasca da bagno, i pupazzi striminziti e profumati, strizzati a dovere, spogliati dei vestiti, venivano appesi fuori al balcone, all’aria e al sole. Li guardavo penzolanti sulla strada, appesi per i capelli o per le braccia. Ci voleva un giorno intero per farli asciugare. E ci voleva molto più tempo perché tornassero familiari. Erano talmente puliti da aver perso morbidezza. Tutti rigidi e innaturali. Mia mamma e mia nonna però le vedevo contente. E allora pensavo che era giusto. E che me li dovevo far piacere così i giocattoli. Poi non ci giocavo più. Dopo un po’ a casa mia sono finiti in una vetrinetta, più pratica, riparati dalla polvere. Mentre a casa dei miei nonni continuano a stare all’aria. Ancora adesso a intervalli regolari c’è il giorno del lavaggio dei pupazzi. È il modo di mia nonna per pensare a quando ero piccola. Vedi? Mi dice le poche volte che ormai ci vediamo, li tengo sempre in ordine.
I pupazzi di Trastevere per me rappresentano una sorta di ribellione. Non sono stati lavati. Non stanno appesi ad asciugare. È proprio quello il loro posto. Hanno un padrone, certo. Che non è un bambino. Adesso sembra un matto. È un artista, un pittore.

Un anno stavo spesso a Trastevere. Ci ho scritto la tesi. Una laureanda fuorisede. Per fortuna col professore che mi seguiva ci capivamo, in qualche modo ci eravamo scelti. Nessuno dei due amava le formalità né negli atteggiamenti né nel modo di pensare. A piedi passavo davanti ai pupazzi appesi e poi incontravo il professore al bar in piazza Santa Maria. Lì discutevamo, lui commentava le pagine che gli lasciavo i giorni prima e mi consigliava su come andare avanti. Spesso si divagava. Erano, quelle divagazioni, la parte più interessante. Erano sul mondo, sul cercare di capirlo e di trarre connessioni dai fatti. All’epoca ero una privilegiata. I miei mi mantenevano a studiare. E il tempo che avevo era legittimato da spendere in ricerche e in scrittura. Per istinto, intuito, a volte azzeccavo. Esprimevo concetti che al professore piacevano. Iniziavo a capire che avere idee è come una festa, inizia a suonare la musica se hai un’intuizione felice. Poi arrivò la laurea. Avrei avuto ancora un anno di libertà davanti. In quell’anno ho collaborato con l’università e ho scoperto Parigi e l’arte. Sempre grazie al professore. Per la prima volta in vita mia entravo a visitare un museo di arte contemporanea, il Centre Pompidou. Per la prima volta visitavo il Quartiere Latino e sedevo ai Caffé una volta regno degli esistenzialisti e dei poeti maledetti. Per la prima volta sono entrata in una libreria minuscola che si affaccia su Notre Dame, una libreria piena zeppa di poesia e narrativa inglese. Testi originali. Ho stretto la mano a George Whitman, nipote di Walt, il proprietario della Shakespeare and Company. Il brivido che mi ha percorso la schiena lo sento ancora adesso. E i suoi occhi azzurri e tremanti come il gas del fornello li riesco ancora a vedere. In quella libreria sotto i libri si nascondevano letti, giacigli, che ospitavano giovani scrittori di passaggio da Parigi. Alle cinque si prendeva il tè e si leggeva e si ascoltava. George Whitman mi ha regalato un libro, una raccolta di storie su anime vagabonde e letterarie che passavano da lui. Il titolo, Angels in Disguise.

Ma tutto questo è accaduto in un anno che è stato tanto intenso quanto breve. Poi c’è che bisogna guadagnarsi da vivere. Poi succede che la realtà bisogna affrontarla. Con le parole non si mangia. E chi ama le parole non sa mai cosa vuole fare. Non si è legittimati. Lavorare. Guadagnare. Concretezza. Niente tempo. Tempo libero da racimolare. Pizzeria e gelateria. Ordine, pulizia, via la polvere. La bambina è allergica. Guardare per terra, non in aria.
Spesso lo incontro il matto, il pittore. Per quasi quattro anni sono stata lontana da Roma. Anni lunghi, lenti e insieme frenetici. Una fatica immane per riuscire a essere concreta. Nel mondo del lavoro essere teorici non serve. Serve solo a essere giudicati inconcludenti. Non c’è tempo per pensare. Fatti. Dati. Gestione del tempo. Organizzazione. Imparare a essere furbi e scaltri. E forti.
Uno dei primi posti che ho rivisto tornando a Roma è stato Trastevere. Irriconoscibile. Pieno di turisti, di voci sguaiate, di disordine nevrotico. Certo, lo vedevo di sera. Il pomeriggio è un’altra cosa. Ma i pomeriggi non sono della gente che lavora. I pupazzi però stavano ancora lì. Emidio Antoci, il pittore, mi ha fermata in una pizzeria al taglio. Avevo un cappello. Lui aveva due occhiali uno sopra l’altro. Mi guardava. E mentre mi guardava, ha iniziato a disegnare su un giornale. Con un pennarello mi ha ritratta. Poi ha segnato sullo stesso foglio una marea di numeri di telefono, per ognuno diceva un nome, gente dove lo potevo rintracciare. Quella sera stavo andando a una conferenza, tenuta dal mio professore di un tempo. La coincidenza mi pareva irreale. Emidio ha iniziato a chiedermi se fossi un’attrice. Poi mi ha detto che sembro una donna d’altri tempi. E alla fine, a firma del ritratto, ha scritto una frase: “L’amore è vero come l’arte antica”. Gli ho pagato il ritratto e sono andata via, mentre continuava a insistere che salissi da lui, nel suo castello, custodito dai fidati pupazzi. Il problema di essere una donna è che non si può dare troppa confidenza.
A distanza di mesi ho sempre pensato di scrivere su Emidio Antoci. Sono curiosa di vederla la casa dalla quale pendono i pupazzi. Pare che sia piena zeppa di ogni tipo di oggetti, tra i quali i quadri che Emidio dipingeva prima che la vista lo abbandonasse. Una casa senza cucina, visto che come lui dice, ha tanti amici che lo ospitano a mangiare. Adesso dice che lui ha più di trenta figli. Nella realtà non è così. Una sera ero intenzionata a salirci nel castello. Invece del citofono si può suonare tirando una corda che dalle finestre pende fino al portone. Tutto buio lassù. Ho camminato in giro per Trastevere. Ero sicura di incontrarlo. Infatti eccolo lì, con un grande cappello di paglia, i suoi due occhiali e due cravatte. Mi ha stretto la mano. Mi ha di nuovo domandato se recitassi. E mi ha pregato di non farlo più soffrire. Insomma, ha inscenato un pezzo di film. Di nuovo mi sono ricordata di essere una donna e che non potevo salire a casa sua. Ma sono riuscita a chiedergli da quanto tempo ha appeso i pupazzi: “Mia cara, sei stata tu a lasciarli appesi”, mi ha risposto.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'