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L’innaffiatore del cervello di Passannante

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E se la democrazia esistesse davvero, ogni tanto, in qualche luogo. Se a tratti avesse un significato – il suo proprio – in quanto potere esercitato dal popolo.

E se la democrazia esistesse davvero, ogni tanto, in qualche luogo. Se a tratti avesse un significato – il suo proprio – in quanto potere esercitato dal popolo. Questa è la forte sensazione che si prova assistendo agli spettacoli di Ulderico Pesce. Perché democrazia vuol dire azione, e l’informazione è un passaggio ineludibile per un’azione responsabile. E non c’è solo informazione.
Il pericolo rappresentato dalle scorie radioattive, gli scioperi degli operai della Fiat di Melfi (di cui “O” ha già parlato) sono solo alcuni dei temi trattati dall’attore lucano nelle sue rappresentazioni teatrali portate in giro in tutta Italia. Lo spettacolo che ha riempito la sala del teatro “Cometa Off”, nella zona di Testaccio, dal 13 al 25 Febbraio – prorogato poi fino all’11 marzo – racconta un’altra storia di ingiustizia e indifferenza. “L’innaffiatore del cervello di Passannante” parla di un ideale da portare avanti, da difendere, in un momento in cui nominare ideali non va più di moda. Parla di Giovanni Passannante.
Morto da quasi un secolo e mezzo, è possibile andare a trovarlo, lui o ciò che ne resta. Che poi corrisponde ad un cranio sezionato e al cervello immerso nella formalina. È il Museo Criminologico di Roma, a via del Gonfalone 29, che conserva i suoi resti, sotto una teca di vetro con una didascalia che spiega : “colui che tentò di uccidere il re Umberto I”. Figlio di contadini analfabeti, autodidatta legge i testi di Mazzini e Garibaldi, e a 22 anni si dichiara anarchico. Il diritto alla pensione per gli anziani e all’assegno di maternità per le donne, queste le sue richieste. Così, il 17 novembre 1878 aggredisce il re con un coltellino di otto centimetri, “buono solo per sbucciare una mela”. L’intento non è uccidere, ma protestare contro la monarchia colpevole di aver gettato il sud del Paese nella miseria. Dopo un processo sommario viene rinchiuso in una cella sotto il livello del mare sull’isola d’Elba. Ci resterà quattordici anni, perdendo la vista e la salute. Gli ultimi anni della sua vita li trascorre nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, ma non finisce qui la sua pena: dopo la morte diviene oggetto degli studi lombrosiani. Decapitato, il cranio viene trapanato e il cervello espiantato. La sua ultima tappa, per l’appunto, è il museo romano. Ora i parenti chiedono che i suoi resti vengano sepolti nella sua terra d’origine, un paese della Basilicata che prima della vicenda si chiamava Salvia, e che in seguito è stato ribattezzato “Savoia di Lucania”. Il caso Passannante ha provocato interrogazioni alla Camera dei Deputati e alla Commissione europea, e infine il Consiglio Regionale della Basilicata nel 1999 ha chiesto la tumulazione dei suoi resti. L’allora ministro di Grazia e Giustizia Diliberto, firma nello stesso anno il nulla osta alla traslazione: a quel punto la Regione Basilicata ha il via libera. Eppure, nessuno si presenta per il trasferimento. Certo, di mezzo c’è stato anche un Castelli Ministro della Giustizia che non ha facilitato le cose. E qui entra in ballo Ulderico Pesce e il suo spettacolo. Perché, oltre a far conoscere la storia di Passannante, sul suo sito (www.uldericopesce.com) l’attore ha raccolto più di 3600 firme in una petizione – ancora in corso – che chiede la sepoltura dell’anarchico, pronte per essere presentate all’attuale Ministro Mastella.
E poi, ci sono anche delle piccole sorprese che trasformano il palco di un teatro in un’agorà moderna. Il cuore pulsante della democrazia. Tra gli applausi che accompagnano la conclusione di una delle serate romane di Pesce, si alza dal pubblico la Direttrice del Museo Criminologico, la Dott.ssa Borzacchiello. Un vero e proprio colpo di scena. Nasce quindi un dibattito al quale la dottoressa non si sottrae, anzi: il palco è suo e guai a chi glielo toglie. Passannante è libero di tornare a casa o no, questo il titolo della discussione. Al di là delle lentezze burocratiche e dei fragili equilibri istituzionali da mantenere, la democrazia passa attraverso il dialogo. Tra una dichiarazione avventata di una (“i suoi resti sono il pezzo forte del Museo”) e una risposta accalorata dell’altro (“tenere lì un fautore della giustizia vorrebbe dire continuare a chiamarlo criminale”). Così si dovrebbe creare un’opinione pubblica, così si pongono le condizioni affinché il “popolo” prenda una posizione. E agisca di conseguenza. La democrazia è in pessimo stato di salute. Ma forse si può ricominciare da un teatro.
Intanto, per chi si è appassionato al caso Passannante, l’appuntamento è per il 19 marzo al teatro Palladium in uno spettacolo che coinvolgerà personaggi come Franca Rame, Oliviero Diliberto e artisti come Carmen Consoli, Gino Paoli e Tête de Bois.

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