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“Il cervello è come il pettine: ognuno ha il suo”

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Piccoli esseri antropomorfi variopinti dalle larghe bocche vendono banane, fumano la pipa, allattano i figli o semplicemente sghignazzano tra le gambe muscolose di giganteschi uomini e donne nude e alate...

Piccoli esseri antropomorfi variopinti dalle larghe bocche vendono banane, fumano la pipa, allattano i figli o semplicemente sghignazzano tra le gambe muscolose di giganteschi uomini e donne nude e alate che sostengono il globo. Quelli piccoli sono gli shetani, spiriti tanzaniani che compiono le stesse azioni degli uomini scimmiottandoli, e sono stati intagliati nel legno, smaltati e dipinti con colori accesi da Gorge Lilanga, uno dei più grandi artisti contemporanei africani. Quelli enormi non sono divinità, ma personificazioni di utopie realizzate in gesso bianco da Hendrik Christian Andersen, un artista norvegese vissuto a Roma dal 1896 fino alla morte nel 1940, che aveva progettato una capitale del mondo utopica e realizzato le statue da metterci. Questo strano accostamento tra due artisti così diversi è ammirabile a Roma in via Stanislao Mancini numero 20, non lontano da Piazzale Flaminio, proprio nel Museo Andersen dove è stata organizzata una personale dell’artista africano “Lilanga di Nyama” fino a Aprile. A due anni dalla sua morte il nord del mondo si è accorto di questo pittore e scultore africano contemporaneo che ha anticipato e ispirato i principali graffittisti (o meglio writers) newyorkesi tra cui il più famoso è lo sputtanatissimo Keith Haring. Non è difficile crederlo ammirando le opere di Lilanga che si riconoscono per l’utilizzo di colori pop e linee ben definite da cartoni animati, composizioni caotiche e strabilianti e soggetti presi dalla cultura popolare swahili. Sono opere che potrebbero essere state benissimo realizzate sui vagoni della metro o riprodotte sulle tazzine del caffè (e forse presto lo saranno). Oltre alle statue in legno smaltato, nella mostra sono esposti i quadri dell’artista con colori a olio, ma anche incisioni su pelle di capra, acqueforti e lastre di metallo tagliate con la fiamma ossidrica. Alcuni quadri raccontano la quotidianità africana come dicono anche i titoli: “Il suo lavoro è preparare da mangiare per i bambini della scuola”. Oppure descrivono dei momenti precisi e intimi: “Lei è molto felice di vederti” o “Il nonno fuma la pipa dopo cena”. Quadretti quotidiani di una disarmante semplicità o scene surreali come un atterraggio di una navicella spaziale aliena. Tutti i quadri contengono un immediato e semplice messaggio di saggezza popolare africana diretto allo spettatore. I messaggi di Lilanga sono ironici e profondi allo stesso tempo e restituiscono una idea del mondo e del tempo diversa dalla nostra, intrisa di freschezza e gioia di vivere. Lo stesso Lilanga affermava: “Dipingo quando sono felice e racconto le vicende quotidiane del mio popolo”. Né più né meno. In una teca c’è anche la borraccia di Lilanga e una piccola didascalia spiega che è stata la borraccia dalla quale l’artista ha bevuto per tutta la vita e intagliato e decorato con un coltello fino alla morte.
Ben altre le statue al piano inferiore del palazzo (tra l’altro progettato e costruito da Andersen stesso) in quello che era lo studio scultorio dell’artista norvegese. Andersen dedicò tutta la sua esistenza e le sue opere (oltre duecento sculture, di cui circa quaranta di grandi dimensioni in gesso e in bronzo; oltre duecento dipinti; oltre trecentocinquanta opere grafiche) alla realizzazione di una utopica “Citta Mondiale” che potesse ospitare tutti i popoli del mondo per scambiarsi idee nel campo dell’arte e della scienza. Le statue imponenti in stile neoclassico raffigurano la fratellanza, l’amore e la concordia tra i popoli. Alla “Città” Andersen dedicò nel 1913, assieme all’architetto francese prix de Rome Ernest Hébrard, un ponderoso volume, stampato a Parigi, che dalle concezioni urbanistiche del passato approda ai progetti per la nuova e moderna “Città”. Il volume doveva essere per Andersen lo strumento per propagandarla e realizzarla.
Di fronte a questi due artisti ci si sente spaesati, ma è proprio l’africano a darci una mano nella corretta lettura dei due: un suo quadro raffigura degli shetani blu con le teste tutte frastagliate che si intrecciano come delle alghe e ondeggiano come dei villi intestinali. La didascalia è ancora più esplicativa: “Il cervello è come il pettine: ognuno ha il suo”.

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