I salmoni della Nuova Zelanda

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Non ho niente da dire questa settimana. Proprio niente. Non è successo un bel niente. Ma di qualche cosa dovrò pur parlarvi per prendere i soldi.

Non ho niente da dire questa settimana. Proprio niente. Non è successo un bel niente. Ma di qualche cosa dovrò pur parlarvi per prendere i soldi. E i soldi mi servono per andare un giorno a pescare salmoni in Nuova Zelanda con Ettore.
Un paio di giorni fa chiama Ettore e mi propone, oltre alla solita storia dei salmoni, un lavoretto. Dovevo fare il facchino per un ufficio X. Tutto in nero ovviamente. Ma la paga era da Dio. Centottanta euro per due giorni di lavoro. Dalle otto alle quattro, un’ora per il pranzo.
Ho sempre pensato che è sempre un bene quando uno come me si mette a fare certe cose. Non parlo solo per i soldi, ma anche per il po’ di vita che ti capita di vedere e che altrimenti non vedresti. Quel po’ di vita che puoi giusto schiaffare in un racconto. Quel po’ di vita che sicuramente non vedrai mai, di questi tempi, alla mia età.
Il tizio a cui mi aveva raccomandato Ettore aveva i capelli come Vittorio Sgarbi, non so se mi spiego. Anche il gesto per rimetterli a posto era lo stesso. Però i suoi erano neri e unti.
Oltre ad essere stato alto uno e novanta e pesare una settantina di chili aveva la pelle pallida. Troppo pallida. E sulle spalle una cascata di forfora. Ogni volta che si metteva a posto il ciuffo, si spolverava anche le spalle.
Il tizio mi fa iniziare con un lavoro:
– Vedi questi raccoglitori… portali al piano terra. Quando hai finito vieni da me. Non usare l’ascensore altrimenti i condomini rompono le palle.
E questo è un vero problema, pensai. Eravamo al terzo piano e la stanza era piena di raccoglitori. Cominciai con gruppi di cinque alla volta, marca Basic. Erano ben fatti, con l’anellino sul fondo bordato in acciaio e tutto. Avranno pesato sette chili l’uno. Vai così Stè… piano piano…
Il tizio ogni tanto tornava e mi chiedeva:
– Vuoi qualcosa… un caffè… ti porto un caffè.
Ecco una cosa che non ho mai capito… quello si reggeva in piedi come un padreterno e in quella mattinata avrà bevuto dai sei ai dieci caffè. Il bello è che ogni volta che se lo prendeva veniva a chiederti se lo volevi.
– Niente caffè acqua magari…
Era una bella giornata e io facevo su e giù. Tre piani di scale per svuotare una stanza di raccoglitori Basic. Ogni tanto mi fermavo e riprendevo fiato sui pianerottoli. Dalle porte verso le dodici uscivano gli odori del pranzo. Quando arrivava il postino vedevo scendere qualche filippina con l’abito da cuoca.
Deve essere bello avere una filippina, pensavo. Deve essere bello tornare a casa con una fame da lupi e anche se tua madre lavora il pranzo e già pronto. Tu non devi fare altro che darci dentro.
Nelle prime tre ore accatastai un muro lungo quattro metri e alto due di raccoglitori massicci di carte.
Tieni duro, lascia stare il resto e il tizio del caffè… pensa ai salmoni, mi dicevo. Ma non funzionava tanto. Le scale iniziavano a pesare. Ogni tanto al tizio veniva l’idea di farmi aprire i raccoglitori per vedere cosa c’era dentro. Poi andavano riordinati e rimessi a posto. Nemmeno lui sapeva perché c’era tanta carta là dentro.
Dopo di lì fu la volta di due stanze in fondo al corridoio. C’erano tre pareti piene di raccoglitori messi in disordine. Erano duecentoventi raccoglitori. Andavano ordinati. Bisognava anche aprirli delle volte. Ma prima il tizio mi si avvicinò e mi chiese:
– Sicuro che non vuoi un caffè… bene allora prenditi una pausa pranzo. Ci vediamo tra un’ora.
Il lavoro di ufficio, Dio mio sono tutti esauriti e drogati con quel caffè, mi dicevo. E forse era davvero così. La cosa peggiore però era un po’ di depressione che mi prese mentre mangiavo. Pensai ai miei benedetti racconti e a tutte le redazioni e indirizzi a cui li avevo spediti in quest’ultimo mese. Tutti rifiutati. Delle volte rompevo un po’ le palle e mi facevo dire perché non erano buoni: eccessivi, troppo asciutti… il finale non va…
Un sito di boxe mi ha rifiutato un racconto perché troppo violento nel linguaggio.
Il problema però era uno, un mio problema. Continuavo a scrivere. Se avevo tempo anche tre racconti la settimana e un paio di poesie. Ma non c’è niente da fare. Ecco insomma vi racconto questo per dirvi che quando rimisi piede in ufficio ero demoralizzato. Anche molto…
Presi il caffè con il tizio e mi rimisi al lavoro.
I catalogatori avevano delle date di congressi. Io dovevo ordinarle. Ci misi circa due ore. Mentre lo facevo pensavo a quanta gente faceva certa roba per vivere. Mio padre per esempio è un muratore e almeno sta all’aria aperta. Ma qualche mio compagno del liceo aveva finito lì con gli studi e ora faceva il postino. Uno di loro lo faceva a Ciampino, turno di notte. Smistava le lettere che arrivavano da tutto il mondo.
Pensai anche a Bukowski. La sera prima avevo visto un bel documentario su questo scrittore. Avevo sentito che quando aveva vent’anni se n’era andato via di casa e aveva iniziato a scrivere e per mantenersi faceva il turno di notte alle poste. Anche lui. Soltanto che lo fece per undici anni prima di iniziare a guadagnare con i suoi libri.
Non furono gli undici anni alle poste il problema, ma il fatto che di media, in quel periodo, scriveva sei racconti la settimana. Per undici anni senza che nemmeno una rivista lo pubblicasse.
Come si fa… ti alzi il pomeriggio e scrivi fino a sera… poi lavori di notte e all’alba vai a dormire, pensavo. Così per undici anni.
Forse furono quei pensieri o il panino al salame con la birra. Iniziò a girami la testa e dissi al tizio che dovevo andarmene per via del fatto che stavo poco bene.
– Rilassati sul divanetto che ti porto un caffè! – Mi disse.
Rifiutai, salutai e non appena mi trovai in ascensore vomitai tutto quello che avevo in pancia. Birra, panino e anche un cioccolatino della Kinder che mi ero concesso per alzare il morale.
Sono riuscito a guidare per tre quarti d’ora nel traffico di Roma. Quando il medico mi ha misurato la pressione avevo centosessanta di massima e novanta di minima. Mi ha prescritto delle gocce di valeriana e ha tranquillizzato mia madre che era quasi in lacrime.
Questo racconto insegna due cose:
1) Chiunque voglia fare lo scrittore se ne doveva andare di casa ieri. Oggi è troppo tardi. Tanto comunque vada si può reggere almeno undici anni a fare il turno di notte. E poi è disonorevole per uno scrittore che si rispetti avere la madre che piange al capezzale.
2) Non riempite mai fino a farli scoppiare i raccoglitori Basic… potrebbe esserci un tizio come me a vomitarvi in ascensore.
3) Il terzo punto lo aggiungo ora. Ho letto Bukowski al liceo come tutti. Non mi piace, così come non mi piacciano tutti quelli che scrivono di sbronze e scommesse sui cavalli oggi… me compreso. Perché capiscono la parte peggiore di tutta la faccenda, la parte cioè che dà spettacolo. Se proprio volete ammirare Bukowski, ammirate il fatto che fece il turno di notte per undici anni. Se proprio dovete emulare qualcuno o qualcosa, provate con undici anni di costanza: la notte si lavora e la mattina si scrive. Il resto su Bukowski sono stronzate insopportabili.

A tutti quelli cui leggere Bukowski ha fatto male.

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