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AAVV – I nuovi sentimenti (Marsilio)

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Viviamo nell’epoca dell’amore liquido, come dice il sociologo Zygmunt Bauman. Oggi stai insieme con qualcuno, domani chissà. Siamo ormai i co.co.co dell’amore.

Viviamo nell’epoca dell’amore liquido, come dice il sociologo Zygmunt Bauman. Oggi stai insieme con qualcuno, domani chissà. Siamo ormai i co.co.co dell’amore. Vivere insieme ad una persona per più di qualche anno ci mette l’ansia, ammettiamolo. Tutta un’altra storia rispetto ai nostri nonni, che si sposavano giovanissimi e che festeggiavano nell’arco della loro vita le nozze d’oro, d’argento e compagnia cantando. Un gruppo di scrittori del Nord-est (Giulio Mozzi, Vitaliano Trevisan, Marco Mancassola, Tiziano Scarpa, Romolo Bulgaro ecc.) riflette sulla nostra nuova epoca “sentimentale”, cercando di capire cosa significhino oggi l’amore, l’amicizia, l’odio, la malinconia, eccetera, eccetera (AAVV, I nuovi sentimenti, Marsilio, p. 159, €. 5,90). Come sono lontani Wess e Dori Grezzi.

da Desiderio di Romolo Bugaro

Credo di aver cominciato verso gli undici, dodici anni. Abbozzi di racconto, tortuosi dialoghi psicologici, tentativi di romanzo ispirati ai fumetti di guerra che leggevo: ero eclettico, procedevo in ogni direzione.
Col tempo non m’è passata. Verso i diciotto-vent’anni mi sono convinto che scrivere fosse la vera ragione del mio esistere nel mondo. Ci credevo con orgoglio, esaltazione e una certa quota di intima, appagata malinconia. In qualche modo (sia detto senza delirio) ci credo anche adesso. Passavo giornate intere sopra mezza riga, cercando equilibri perfetti che non venivano mai.
Nel frattempo, la vita andava. Scuole medie, liceo, università. Io provengo da una famiglia borghese, della sottospecie “borghesia delle professioni”. Né mio padre né mia madre erano invasivi o pressanti, all’apparenza, tuttavia avevano attese assolutamente precise quanto al futuro del figliolo. Doveva essere un futuro liberoprofessionale. Ogni altra via appariva inconcepibile, inimmaginabile, del tutto fuori dalla realtà. Naturalmente avrei potuto oppormi nel nome della Vocazione. Avrei potuto litigare, rivendicare il mio diritto alla libertà di scelta. In effetti ho tentato solo una timida, prostrata resistenza, la cui storia non merita d’essere trattata qui. Sapevo, in cuor mio, di non avere la forza di combattere quella battaglia. L’assoluto smarrimento dei miei, quando azzardavo certe obiezioni, era un’arma invincibile.
Il risultato è che oggi sono uno scrittore-avvocato. Come scrittore ho pubblicato, nel corso del tempo, un libro di racconti e quattro romanzi. Come avvocato, in associazione con mia sorella, gestisco uno studio dove lavorano una dozzina di persone. Uno studio di fascia media, diciamo. Forse persino medio-alta.
Questa, grosso modo, la mia vita. Non ho avuto la forza, o il coraggio, di andare dritto per la mia strada. Non l’ho abbandonata del tutto. Sono rimasto un po’ lì, nella terra di mezzo. Molti anni fa Scott Fitzgerald ha detto che l’essenziale, per uno scrittore, è avere un punto di vista sul mondo. Ogni tanto mi dico che facendo l’avvocato, ho acquisito un punto di vista sul mondo. Poi mi dico che questo è soltanto un alibi. Poi cambio idea e torno a dirmi che potrebbe persino essere vero.

Sono stato sposato cinque anni, più o meno, dopo un lunghissimo periodo di fidanzamento – come si dice. Il mio matrimonio è terminato in modo brusco, improvviso, abbastanza catastrofico.
La gente appena separata attraversa sempre o quasi sempre un periodo di euforia. C’è lo spazio stupefacente che si apre in ogni direzione, al di là dei vecchi confini non più presidiati. C’è il collegamento istantaneo con abitudini abbandonate anni prima. C’è lo sguardo della persona assente che si continua a percepire. C’è il proprio stesso sguardo, che richiede un certo impegno per essere sostenuto. C’è il bisogno di fare fronte al senso di colpa. Per tutte queste ragioni, in linea generale, si diventa elettrici, fulminei, instancabili. Vietato stare a casa dopo cena. Vietato leggere un libro. Vietato guardare la tivù. Fuori tutte le sere. Lunedì, martedì, mercoledì, ottobre, novembre, dicembre. Fuori sempre.
Naturalmente i rapporti più “istituzionali”, diciamo così, si sciolgono velocemente o addirittura istantaneamente. La maggior parte di quelli che frequentavi per via delle famiglie, dei figli, scompaiono dall’orizzonte. Niente più cene in compagnia di semi amici tediosi alla Montanina il martedì sera. Niente più grigliate nel giardino della casa di Porto Santa Margherita, fra nugoli di bambini scatenati e quasi incontrollabili.
La tua nuova condizione ti traghetta verso un mondo del tutto diverso.

È il magico mondo dei Quarantenni Senza Legami.

Ricordo che, subito dopo avere lasciato la mia ex casa, lavoravo moltissimo (come avvocato). Restavo in studio fino alle nove, alle dieci di sera. Immagino che stare lì, dietro alla solita scrivania, fra le solite carte, avesse un che di rassicurante. Immagino fosse una traccia di continuità con me stesso. La prova che io ero sempre io.
Le serate erano laghi profondissimi, difficili da perimetrare. Verso le nove, le dieci, cominciavano le telefonate. Proposte, controproposte, appuntamenti, disdette, rinvii. Prendevo ogni decisione all’ultimo minuto, all’ultimo istante. La solitudine favorisce una forma di opportunismo piuttosto insidiosa, che porta a valutare in termini comparativi qualsiasi possibilità. L’aperitivo in un certo posto è meglio del veloce passaggio in quell’altro. L’inaugurazione del nuovo Lunge è meglio del dopo cena a casa del tizio. Comparazioni su comparazioni, millimetrando vantaggi e svantaggi. Naturalmente, dopo un lavorio così estenuante, ogni scelta lascia un poco insoddisfatti.
In linea di massima le serate erano lunghe, discontinue, confuse, allegre, rumorose, mobili, alcoliche, affollate, ripetitive. Giravo da un locale all’altro in compagnia di amici leggermente in difficoltà e facili all’estenuazione, proprio come me. Frequentavamo posti con code di persone davanti all’ingresso a partire dalle undici, da mezzanotte, dall’una, posti con musiche di Sakamoto o Funkstorung o Archivi che andavano in sottofondo, con pareti rivestite di specchi o stampe di Heatring o pannelli optical, con piccole ciotole cole di anacardi o pistacchi o chips messicane sui tavolini bassi di vetro.

Naturalmente, in questi locali incontravi molte persone.

Naturalmente, parte di queste persone erano ragazze.

La prima telefonata, due o tre giorni dopo l’incontro nel locale dai pannelli optical, era il banco di prova della direzione degli eventi. Nell’istante in cui riconoscevano la voce e la collegavano alla persona – viso, corpo, frasi pronunciate – era facile avvertire la curvatura incoraggiante o non incoraggiante o neutra della risposta. A volte l’allegria sovraesposta nascondeva un disinteresse che niente avrebbe potuto superare. Altre – capivi subito quando – il tono vagamente distaccato rappresentava un invito, un’apertura di credito.
Quello che seguiva, nel bene o nel male, era pura conseguenza. Ogni cosa era stata decisa nei primissimi istanti.

A cena sui colli, o sul mare, o in un piccolo agriturismo alle porte di Mirano, le ragazze parlavano di milioni di cose. Di loro stesse, degli amici, del lavoro, delle famiglie, dei trascorsi più o meno difficili con fidanzati, conviventi, mariti, compagni d’ogni genere. Erano resoconti particolareggiati e cauti e parziali e sfrontati e pignoli e contradditori e abbastanza banali. La precisione delle descrizioni e degli esempi rivelava che avevano già offerto quelle confidenze ad altre persone, in altre occasioni simili o identiche. Non cercavano dialogo o comprensione o empatia, ma semplice ascolto. Illustravano loro stesse, la vita che avevano vissuto, per il puro piacere di farlo. La lunga abitudine a incontri parziali o insoddisfacenti o inutili, le aveva portate a produrre da sole interrogazioni e risposte, in modo semindipendente da chi avevano davanti.
A tratti, se le circostanze erano favorevoli, le conversazioni uscivano dal solco e diventavano più libere. L’attenzione delle ragazze cresceva, il loro sguardo acquistava profondità. I camerieri con una specie di istinto infallibile, coglievano lo stato nascente delle cose. Sorridevano e, con i loro gilet color vinaccia, come officianti d’un rito pagano, portavano al tavolo un’altra bottiglia di Chardonnay bianco gelato.

A volte le ragazze andavano benissimo, altre no. A volte tu andavi benissimo, altre no. Sentivi la consistenza elastica della pelle, dei seni, sentivi il calore.

Il loro viso contratto, vicinissimo al tuo, era sempre una vertigine.

Molti anni fa ho avuto un favoloso incidente di macchina. Stavo guidando lungo una strada alberata e trafficavo con la radio cercando di ritrovare un brano, Under the bridge dei Red Hot Chili Peppers, in corrispondenza del quale, cinque secondi prima, non m’era riuscito di bloccare abbastanza velocemente il tuning automatico. All’improvviso, alzando lo sguardo dai tasti della sintonia, avevo visto gli ippocastani a ridosso del ciglio un po’ troppo vicini. D’istinto avevo sterzato, per correggere la traiettoria. Un istante dopo, la macchina era entrata in testacoda. Per dieci-quindici interminabili secondi, la vecchia Alfa 33 era stata come un proiettile totalmente fuori controllo, una massa d’acciaio e cristalli che sbandava paurosamente nello stridore infernale delle gomme, mentre le immagini oltre il parabrezza erano solo lampi istantanei e nitidissimi, un albero, uno spicchio di cielo, un altro albero. La corsa s’era conclusa contro il muro d’una casa. Danni veri. La povera vecchietta seduta in cucina, davanti alla tivù accesa, non riusciva a riaversi dallo spavento. Era stata portata via dalla croce verde.
Io, neanche un graffio.
Nei tre-quattro giorni successivi ero rimasto come prigioniero d’una bolla di irrealtà. Poiché sapevo d’avere sfiorato la morte, quella infiltrava di continuo i margini delle cose. A tratti mi sembrava d’essere ancora lì, nella macchina che sbandava, dentro una strana dilatazione del tempo che fra un istante si sarebbe conclusa nello schianto, oppure d’essere già nel nulla assoluto, incapace di comprendere la realtà del mio stato.
Quella sensazione non se n’è mai andata del tutto. A distanza di tanti anni posso ritrovarla facendomi la barba, o rispondendo al saluto di qualcuno, per strada, come un appuntamento necessario con il confine oltre il quale aspetta tutto ciò che non accade.

Appoggiate di schiena alla testiera imbottita, con lo sguardo assente e le gambe incrociate sotto il lenzuolo, le ragazze fumavano un’altra ultralight senza guardare nella tua direzione.
Potevano avere avuto voglia di divertirsi un po’ e stop. Una serata senza tante complicazioni, in compagnia d’un tizio moderatamente simpatico, moderatamente interessante.
Poteva essere una risposta a qualcuno che non conoscevi. Padri, madri, ex amanti, figure più o meno lontane eppure vivissime dentro di loro, con le quali il dialogo non cessava mai. Vedi cosa sto facendo? Vedi come mi muovo? Dove conduco la nave? Tu eri lì, disteso o seduto, nudo o vestito, ma non ti vedevano quasi. La presenza vera era un’altra, misteriosa e distante.
Altre volte era più difficile. Le ragazze davano un ultimo tiro alla sigaretta, la spegnevano nel portacenere, e ti sorridevano con una specie di dolcezza, una specie di pietà, perché un sentimento nuovo, silenzioso come la neve che cade, si stava insinuando dentro di loro. Com’era, veramente, la vita? Lunghe mattine in azienda, all’inizio di giugno, davanti agli ordini inoltrati dai rappresentanti, con il capo del personale che sedeva sempre un po’ troppo vicino, un po’ troppo sbilanciato, e raccontava quanto fosse stanco della moglie, al punto che stava pensando di separarsi, farla finita, proprio così, e pranzi alla Grotta Blu in compagnia degli impiegati dell’interporto e della filiale Antonveneta, ragazzi giovani, abbastanza simpatici, che parlavano sempre di lavoro, e Golf diesel color canna di fucile con centottantamila chilometri, un po’ troppi, da revisionare, e madri sole, incerte, preoccupate per loro, che non osavano più fare domande, e telefonini che squillavano dieci volte al giorno, o venti, o trenta, per proporre serate al Lizard, o al Club 66, o al Marquee, e amiche allegre, elettriche (quando erano in serata) per uscire con Giambi e Lello il giovedì sera, e vecchie fiamme che ritornavano alla carica nei momenti più inaspettati, in corrispondenza di misteriosi movimenti delle stelle, e rievocavano il passato nell’abitacolo della macchina, con dolcezza, con malinconia, fumando milioni di sigarette, e poi, all’improvviso, iniziavano a recriminare su episodi vecchi quattro o cinque anni, risentiti come se il tempo non fosse mai passato, perché non restava che quella miserabile scontentezza, ormai, al posto di qualsiasi forma d’intimità.
Andava così per tutti, no? Era normale.
Le ragazze non parlavano. Un’ancora profondissima lentamente si staccava dal fondo. Una mattina del tutto identica alle altre, lavandosi i denti davanti allo specchio, la vita cessava di essere un insieme ordinato di gesti e progetti e intenzioni, un’architettura definita, e diventava una somma caotica di avvenimenti difficili da controllare. Nella luce gialla dell’abat-jour ti sfioravano il viso con una carezza leggerissima, come senza peso, perché stavano per muoversi, partire, ma erano stanche, sfinite, e avevano rinunciato a opporre resistenza.
Cosa stavate cercando di fare, in quella stanza, tutti e due? Oh, qualcosa di molto semplice e molto complicato. Con metodo e disciplina e un certo accanimento, persino, stavate lavorando per esaurire la serie dei tentativi, delle possibilità. Una lunga sequenza di avventure difficili da governare, di colpi fuori bersaglio, per conquistarvi il diritto d’uscire di gara. Avevate iniziato qualche anno prima, non molti, e avreste terminato fra qualche anno, non molti. Bisognava avere la certezza che ogni punto fosse giocato, prima di passare l’ultima mano. Perché andare avanti così? Che senso aveva? Sconosciuti e sconosciute che apparivano dal semibuio della terrazza, lanciavano uno sguardo, passavano oltre. Se scavavi un po’, scoprivi sempre le stesse cose: confusi desideri di cambiamento e vecchie ferite mai del tutto rimarginate. Tu e le ragazze avevate superato la linea invisibile oltre la quale si vede ogni cosa con troppa chiarezza. Nessuno avrebbe più funzionato, per voi. Perché considerarlo un male? Non era affatto un male. Avevate avuto mille desideri, mille attese, mille estati di fuoco, e adesso era finita, perché tutto finisce prima o poi.
Dopo tanti anni, andava benissimo così.

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