Condividi su facebook
Condividi su twitter

Quando i robot ci faranno le scarpe

di

Data

“Artigiani non si nasce, si diventa”. Il signor Antonio esordisce con queste parole, tra i tonfi del martello e le note della musica dalla radio.

“Artigiani non si nasce, si diventa”. Il signor Antonio esordisce con queste parole, tra i tonfi del martello e le note della musica dalla radio. Sono nella sua bottega a Teano, il comune in provincia di Caserta famoso per un incontro storico, quello tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Antonio è l’ultimo calzolaio rimasto in paese, aggiusta decine di paia di scarpe al giorno, ma ha smesso di fabbricarle a mano già da un pò. “Sono più di vent’anni che non si fanno scarpe a mano. Nel periodo del boom, si facevano i sacchi di scarpe, lavoravamo le nottate intere; poi le portavamo ad Aversa, per farle cucire. C’erano anche quelle industriali, ma le persone preferivano quelle artigianali”.
Tra le scarpe ricoverate sugli scaffali e il persistente odore di colla nell’aria, nella stanza ci sono gli attrezzi, disposti caoticamente in giro e per lo più appoggiati sul deschetto, il suo tavolo da lavoro. “Ogni arnese serve per il suo scopo, alcuni attrezzi non si usano più, altri li uso ancora oggi. Il punzone, ad esempio è la forma, il tiraforma serve per tirare le forme dalla tomaia, il marcapunti, la macchina per cucire, la tenaglia, il punteruolo per cucire, ci sono attrezzi che non si trovano in giro, perché ormai non ci si lavora più”.
Il lavoro è cambiato molto in pochi anni, la società si è trasformata e i bisogni ora sono diversi. Fino agli anni 50 addirittura si andava scalzi e le scarpe, quando proprio non erano necessarie, si appendevano al collo, per non consumarle. “Prima non si facevano solo le scarpe, ma si aggiustavano anche, però diversamente. La scarpa si cuciva a mano, si metteva una pezza di cuoio sotto un’imposta. Negli anni prima del boom c’era la fiacca, le persone non potevano permettersi di ricomprare le scarpe. Così, anche se sotto erano bucate, si rattoppavano fino all’impossibile”.
Il desiderio di diventare calzolaio oggi non è così diffuso e, probabilmente, nessun ragazzo entrerebbe in una bottega per imparare. “Il mestiere è una passione, io ho iniziato quarant’anni fa, quando avevo dodici anni. La mattina andavo a scuola, il pomeriggio andavo alla bottega, per imparare, e la sera studiavo un pò”. Antonio mi racconta come ha iniziato il suo lavoro. Una mattina, in seguito all’acquisto di un paio di scarpe in un laboratorio artigianale, chiede alla madre di presentarlo al padrone come ragazzo di bottega. Il padrone all’inizio è un pò incerto, perché non crede che lui resisterà, ma lo invita comunque a presentarsi la mattina dopo per iniziare una prova. “Fu la notte più lunga della mia vita. Nemmeno se avessi preso il posto al Ministero della Difesa. Non riuscii a dormire e la mattina, preciso e puntuale, stavo lì davanti. Così è incominciata la mia storia di calzolaio, di apprendista. Da allora non ho smesso più, il mio maestro è ancora vivo, aveva dieci anni più di me e poi vicino a lui c’era ancora il suo maestro. Già si lavorava a mano, però io andavo solo a prendere la bottiglia di acqua, il caffè. Guardavo, così si inizia. Il maestro il mestiere non te lo insegna, te lo devi rubare tu, con gli occhi. Io aspettavo, quando lui usciva con la fidanzata mi mettevo a fare qualche scarpa, così, a martellare, tanto per imparare”. Imparare non è molto difficile, una buona manualità e un occhio attento devono però essere supportati da un’esperienza continua, e anche i guadagni sono buoni. “È un lavoro che dà anche delle soddisfazioni, si vive bene e, se sei bravo ed hai clienti, ci fai una vita dignitosa. Ti racconto un aneddoto, il mio maestro voleva prendere una casa in affitto, il proprietario non volle affittargliela e la affittò ad una persona che lavorava in fabbrica, perché secondo lui era più affidabile per il pagamento. Il mio maestro dopo un pò si è fatto una villa, una casa di due piani”.
Guardo i miei stivali, nella scatola c’era un tagliando: “confezionato artigianalmente”. Un paio di scarpe interamente fatte a mano, scegliendo materiali di buona qualità, ma non di lusso, dovrebbe costare almeno 200 €. Nella lavorazione artigianale le cuciture dovrebbero essere fatte a mano e attraversare la scarpa dall’alto al basso. “Le scarpe di adesso che dicono che sono lavorate a mano a me fanno ridere. A mano ci vanno, perché l’uomo le deve prendere con le mani, ma la lavorazione fatta a mano è diversa. Io me ne accorgo subito, perché l’ho visto come si fanno; le ho fatte, le ho montate, le ho anche cucite a mano, prima si cucivano a mano. Si prendeva la pece con lo spago, poi si faceva una catenella, si passava lo spago, si tirava e si chiudeva, ora non si usa più. Per fare un paio di scarpe devi lavorare dalla mattina fino alla sera, senza fare altro ci vuole una giornata e mezza, la scarpa si deve asciugare”.
Antonio si siede e raccoglie le semenze, ordinate per numero e quindi per grandezza. “Si chiamano proprio così e sono, diciamo, dei chiodini. A te sembra facile mettere una semenzella, ma se ti siedi, vedi che di due o tre chili di roba, non sei buono nemmeno a metterne una sola. Si impara gradualmente, all’inizio se ne spezzano un sacco e tu devi essere capace, ma chiunque potrebbe imparare nel tempo, prima con gli occhi e poi con le mani. Però non si finisce mai di imparare, a volte, fai cose che non avevi mai fatto, ti impegni e ci riesci”.
Quando Antonio chiuderà la bottega, probabilmente non ce ne saranno altre, eppure non ho visto un praticante. “C’è stato un ragazzo, è stato qui quattro o cinque anni, adesso è entrato in Polizia; mio figlio all’inizio lo portavo con me, poi non è venuto più. Ai ragazzi questo mestiere proprio non piace e sta scomparendo pian piano. A volte, già dalla parola che usano, lo scarparo, è come se volessero offenderti. Il calzolaio è comunque un artigiano, come il sarto, il fabbro, il falegname, un artigiano vero. Io posso farti una scarpa come la vuoi”.
Oggi leggo che all’Istituto di tecnologie industriali e di automazione del CNR hanno inventato un robot calzolaio, capace di prendere l’impronta del piede e creare una scarpa su misura a prezzi competitivi. I negozi avranno a disposizione una piattaforma di vetro fornita di quattro videocamere che rilevano, in algoritmi, la forma del piede e la inviano a delle macchine, che tagliano e assemblano le parti della scarpa. Forse, presto saranno loro a farci le scarpe.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'