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Poesia di massa per pochi intimi

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Milano. Ci capito per lavoro di corsa ogni tanto. Ogni volta è sempre un correre disperato. Ogni volta ringrazio la mia decisione di tornare a Roma.

Milano. Ci capito per lavoro di corsa ogni tanto. Ogni volta è sempre un correre disperato. Ogni volta ringrazio la mia decisione di tornare a Roma. Viverci a Milano era pesante. Di giorno la città è bella, sobria, vuota. Tutti dentro uffici. Di notte si popola. E il popolo della notte milanese non è piacevole. Sembra impazzito. Vorticoso tra un locale e l’altro, tra un drink e l’altro. Violento di risse, di musica techno, di facce pesanti di droga. O di impiegati scravattati, di divorziati. Chi decide di fare una vita lineare è chiuso in case borghesi, arredate tra residui di Ikea e pezzi di modernariato o di antiquariato standard. C’è una Milano più altolocata ma io non la conosco. E vedo cosa accade in strada, la strada è ancora il polso della gente, della massa.
A Milano ho iniziato a leggere Alda Merini. A volte la incrociavo sul Naviglio Grande. Sguardo assorto. Sigaretta in mano. I Navigli assomigliano un poco a Trastevere, mi ci rifugiavo.
E mi ci rifugio ogni volta che torno a Milano. Ma la Merini non la incrocio più. Trovo il suo viso vecchio con le unghie laccate di rosso appeso nelle vetrine dei negozi.

I poeti di notte non credo che escano. Non si ritrovano più tra di loro e se lo fanno hanno posti chiusi. O lavorano da soli. Lo diceva Mark Strand, autore di “Il futuro non è più quello di una volta” (minimum fax), una raccolta di poesie bellissime, spietate, lavorate fino a raggiungere l’essenza della parola.
Strand dice che arriva a riscrivere fino a sessanta volte un verso. In un lavoro così lento e accurato la spontaneità, l’assalto della parola immediata non ha posto.
E stride con quella che viene chiamata proprio la poesia d’assalto.

Stavo a guardare il popolo della notte milanese, quello che dilata l’happy hour fino a tardi, quello che l’ora felice non la conosce e la ricerca inutilmente. Alzo la testa e vedo un ragazzo, capelli lunghi raccolti in una coda, che da solo è appollaiato su un impalcatura di un palazzo in ristrutturazione. Sembra un operaio. Ma non lo è. Scrive. Non è nemmeno un graffitaro, non sono immagini. Sono proprio parole, nero su bianco. Una pagina su un palazzo.
Chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo. E poi una firma: Ivan. E poi un sito internet www.i-v-a-n.net.
Per deformazione professionale, penso subito alle nuove frontiere della pubblicità. Le aziende cercano di intrufolarsi nella vita della gente attraverso quello che viene chiamato il guerrilla marketing o il viral marketing: far sembrare naturale e spontaneo un messaggio, che poi si scopre essere uno slogan di un prodotto o un logo o qualche altra diavoleria per pubblicizzare qualcosa da vendere.
E invece Ivan è una persona, non è uno staff, non è un’idea di persuasione.
È nato nel 1981, ha la fisionomia di ragazzo di centro sociale, ha il fascino dei colori scuri in viso e ha deciso dal 2003 di imbrattare i muri di Milano con i suoi versi e di realizzare installazioni poetiche. Una specie di neo hippy moderno, che utilizza le tecnologie, i video e internet al servizio di una sua precisa idea: diffondere la poesia di strada.

Assomiglia a Daniele Silvestri, per il quale ho avuto sempre un debole. E confesso che la sua Paranza sanremese mi ha tenuta incollata al Festival. Silvestri parla di latitanza, di assenza, di fuga.

Ivan è invece presente, al limite dell’illegale. E ricorda il celeberrimo Bansky, ormai quotatissimo artista di strada, di cui nessuno conosce l’identità ma che ha messo Londra a subbuglio con i suoi graffiti dissacranti e che adesso è ricercatissimo dal mercato dell’arte contemporanea. Bansky poi non si è fermato a Londra, ha assaltato perfino il muro di Gaza. Non è attraverso le parole che comunica, si esprime con la forza delle immagini. Ma l’idea è simile: appropriarsi degli spazi aperti, di quello spazio dove la gente cammina, si incontra, dove a volte non si dice niente.

E così è per Milano: le parole di Ivan, a parte qualche spazio sui giornali, non so quanto facciano presa. Ma va bene così. La poesia non è per tutti, non lo è mai stata. L’utopia non fa parte di questi tempi, purtroppo o per fortuna. E l’ammissione è proprio nella frase “Chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo”. Ma colpisce l’intuizione del bel verso, che ha anticipato di qualche anno quello lavorato di Mark Strand: Il futuro non è più quello di una volta. Ivan lo aveva già scritto. Ed è forse il verso migliore, tra altre parole ingenue. E anche Bob Dylan lo diceva, che la risposta sta soffiando nel vento. E nella scelta del gerundio, una possibilità in divenire. Come se i versi siano semi, in attesa di sbocciare solo per i pochi sfacciati e sfaccendati che si fermano a leggerli.

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